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LA GRANDE DISTRIBUZIONE PARLA STRANIERO

L'alimentare dipende ormai per due terzi dall'estero. Sos di Coldiretti: è in corso un processo di espulsione della merce italiana.
Il supermarket parla straniero e in tavola addio made in Italy La metà di carne e latte da Francia e Germania. Allarme per frutta, formaggi, yogurt e salumi Da Auchan a Carrefour, da Metro a Rewe, le grandi catene francesi e tedesche puntano al primato Posti a rischio ROMA - La diga ha ceduto quasi completamente, il made in Italy rischia, e ora forse ancora di più dopo il crac Parmalat. Il 45% del latte che consumiamo arriva da Francia e Germania, il 50% della carne bovina sui banchi dei supermercati è - ancora - tedesca o francese, il 40% di quella suina proviene da oltralpe (Baviera e Olanda), Germania e Usa monopolizzano il mercato del grano, fornendoci il 60% della materia prima usata per pasta, pane e biscotti. E il cavallo di Troia per l'invasione sembra essere la grande distribuzione estera che, silenziosamente ha colonizzato a macchia di leopardo il territorio, facendo dell´Italia un paese che nell´alimentare dipende ormai per il 65% dalle maxi-catene straniere. I numeri delle quote di mercato per centrali di acquisto sono quelli di una resa pressocchè totale. Negli ipermercati e supermercati leader è tornata la Coop, che grazie ad un accordo siglato due settimane fa con la piccola Sigma, pesa sul totale della spesa per il 19,6%.
Ma sotto il precario primato del polo italiano batte bandiera straniera: Rinascente e Intermedia, con il marchio francese Auchan, controllano il 17,4% del mercato; Gs-Carrefour (ancora Francia) il 15,6%; Interdis e Me.ca.des, sotto l´insegna tedesca della Metro, sono solidi al 14%; Conad ha stretto un accordo con il gigante francese Leclerc e staziona sul 9,2%; la Rewe Italia, filiale del colosso germanico, ha il 2,3%. In mezzo a loro resiste (ma chissà per quanto) un polo italiano indipendente costituito da Esselunga (famiglia Caprotti), Selex e Agorà, che stoicamente "tiene" quota 16,4%.

"L´Italia è terra di conquista in un settore strategico come quello alimentare - avvertono dal quartier generale della Coop, il colosso cooperativo italiano che da una decina di anni si è lanciato negli ipermercati - e bisogna stare attenti, perché la grande distribuzione non è neutrale nelle scelte. A parità o con lieve differenza di prezzo si tende a privilegiare i propri bacini produttivi nazionali: e così sugli scaffali, oltre a carne, latte e farina, si vedranno sempre più prodotti stranieri, dagli ortaggi ai succhi di frutta". Arance, zucchero e formaggi-base francesi; yogurt, salami e patate tedesche: il tricolore si ritira dai prodotti generici e a pagarne le spese, alla fine, sono i produttori italiani, che , privi di un sistema moderno che consente lo sfogo dell´export, si trovano le porte chiuse anche sul mercato nazionale. "Ci sono migliaia di posti a rischio se non si interviene - avvertono ancora i tecnici della Coop - perché la filiera italiana è fragile". Ma rischia anche la dinamica dell´inflazione. "Una volta preso il controllo della distribuzione - dicono - chi garantisce che l´extra profitto dei produttori non venga scaricato sugli scaffali di un paese terzo?" L´allarme della residua grande distribuzione nazionale è condiviso dalla Coldiretti, l´organizzazione dei produttori agricoli. "Stiamo facendo un censimento dei consumi - spiegano - e la sensazione è che il processo di espulsione della merce italiana sia in corso. E anche che vengano spacciati o mascherati per italiani prodotti che tali non sono: la materia d´origine non è roba di casa nostra". Per Paolo Bedoni, presidente di Coldiretti, l´unica difesa possibile a monte è l´incentivazione del marchio "made in Italy". "Bisogna collegare la filiera della produzione agricola a quella distributiva - dice - e rafforzare l´obbligo dell´indicazione di provenienza su tutta la merce, non solo sui prodotti doc o dop.
Il prodotto deve essere strettamente legato al territorio, perché il "made in Italy"è un nome vincente, la gente lo riconosce e lo vuole. Solo così potremo salvare posti di lavoro e , grazie alla trasparenza e alla tutela della qualità, rafforzare un settore strategico"
IL CASO
Standa, Gs e in parte Rinascente: ecco come è finito l´impegno della nostra grande industria nella distribuzione Fininvest, Benetton, Agnelli così hanno mollato i big italiani Il colosso Usa Wal-Mart potrebbe ora tentare lo sbarco Nel settore gli stranieri superano largamente il 50%. I casi di Spagna, Portogallo e Grecia.
MILANO - Ha mollato (senza troppa gloria) la Fininvest. Si sono defilati (in cambio di un congruo assegno) Benetton e Del Vecchio. Persino la famiglia Agnelli, secondo molti, potrebbe procedere in tempi nemmeno troppo lunghi all´addio a La Rinascente. Negli ultimi dieci anni la grande distribuzione italiana ha cambiato volto. Non solo per il boom degli iper-mercati ma soprattutto per l´"invasione" dei big stranieri. Che poco alla volta, soprattutto nella grandissima distribuzione, sono arrivati a superare largamente il 50% del mercato di casa nostra.
Il fenomeno, a dire il vero, è comune ad altri paesi europei. Negli ultimi anni anche in Spagna, Grecia e Portogallo gli operatori locali hanno ceduto il passo ai gruppi esteri nell´ambito del processo di consolidamento del settore che interessa tutto il Vecchio continente. Dove si è formato un Olimpo di giganti circoscritto a gruppi francesi, inglesi e tedeschi, con l´aggiunta dell´olandese Ahold. La particolarità italiana è che a passare la mano sono stati alcuni dei grandi protagonisti della finanza nazionale, che pure avevano in teoria la strada spianata per creare un vero campione di casa nostra.
I primi a cedere sono stati gli Agnelli: nel ´97 hanno aperto il capitale della Rinascente ai francesi di Auchan (un gruppo familiare che si divide gli utili ogni anno in una festa campestre estiva). Il colosso parigino poco alla volta ha fatto salire la sua partecipazione e secondo molti tra breve potrebbe conquistare il controllo del gruppo, magari cedendo i marchi che meno gli interessano. La grande distribuzione è anche il teatro di uno dei pochi flop industriali della famiglia Berlusconi. La Fininvest ha tentato per anni di rilanciare la Standa, ma poi ha deciso di farsi da parte. Girando a Gs l´Euromercato e poi, attraverso l´interregno di Franchini, girando nel 2000 la divisione alimentare della "casa degli italiani", per ironia della sorte, ai tedeschi della Rewe.
Quella dei Benetton e di Del Vecchio nel settore è stata invece un´avventura quasi lampo. Iniziata a fine ´94 con l´acquisizione della Gs nell´ambito della privatizzazione e chiusa sei anni dopo con la cessione a Promodes-Carrefour dell´azienda, con una lauta plusvalenza. Dal 2000 l´invasione si è in apparenza fermata: non tanto perché manchino gli acquirenti, ma piuttosto per la latitanza di possibili prede. Il valzer di fusioni e acquisizioni a livello mondiale nel mondo di super e ipermercati non si è infatti mai arrestato.
Negli ultimi mesi non appena l´inglese Safeway ha annunciato di essere oggetto di un´Opa sono piovute offerte da ogni angolo del mondo, con il governo inglese sceso in campo per "pilotare" il successo della proposta made in England. In prima fila per l´acquisizione c´era l´americana Wal-Mart, primo dei colossi a stelle e strisce a tentare l´avventura europea. E secondo molti osservatori proprio Wal-Mart potrebbe prima o poi cercare di mettere un piede anche sul mercato italiano. LA DIFESA Benoit Lheureux (Auchan) "L´invasione? Non esiste"
Il vostro non è affatto un mercato facile
ROMA - L´Italia terreno di conquista per i gruppi alimentari stranieri? Semmai di «collaborazione e di investimento» in «un mercato interessante e dalle grandi potenzialità, anche se ancora ingessato da troppi vincoli». Per Benoit Lheureux, amministratore delegato del settore alimentare di Auchan Rinascente, i nodi da sciogliere non sono legati al timore di un´invasione di merci estere negli ipermercati. Ma «ai 25 anni di ritardo» che hanno allungato le distanze da paesi come la Francia, dove la grande distribuzione ha libertà d´azione. Dove i centri commerciali aprono senza attendere anni e dove il mondo del lavoro mostra «grande flessibilità».
Come spiega l´interesse di gruppi alimentari europei a catene italiane? «Guardi che quello italiano non è un mercato facile: pesano i costi, e le tasse che soffocano gli investimenti. Nonostante tutto siamo in presenza di un mercato moderno, maturo. Il futuro della grande distribuzione dipende però dalla volontà politica».
Cosa manca allora?
«In Francia i Comuni hanno tutto l´interesse a permettere l´apertura di centri commerciali. In Italia, invece il settore non si è sviluppato come merita. La temuta invasione straniera? Per quel che ci riguarda è un allarme infondato: da Auchan solo l´1% dei prodotti non è italiano. Il nostro mestiere è vendere ai clienti ciò che vogliono, a prezzi competitivi, come abbiamo fatto nonostante gli aumenti in alcuni settori della produzione».
L´ACCUSA Vincenzo Tassinari (Coop): "Consumatori colonizzati"
Che miopia i grandi gruppi nazionali ROMA - «Il rischio che corriamo è quello di essere colonizzati come consumatori. E la colpa principalmente è di quei grandi gruppi industriali, come Agneli, Benetton, Del Vecchio e Berlusconi, che non hanno creduto nell´alimentare e nella distribuzione e l´hanno venduto agli stranieri». Non usa mezzi termini Vincenzo Tassinari, presidente nazionale della Coop, quando analizza la situazione di supermercati e ipermercati italiani. Presidente Tassinari, ma italiano o straniero un negozio è sempre un negozio. Per i consumatori cosa cambia? «In apparenza niente, nella sostanza tutto. Primo, perchè i grandi distributori stranieri favoriscono i loro produttori e il made in Italy si riduce sugli scaffali; secondo, perché potrebbero avere la tentazione di scaricare in casa nostra la loro inflazione alla produzione; terzo, perché se i nostri produttori non vendono dovranno chiudere, è crescerà la disoccupazione». La ritirata italiana, però, è in corso da tempo... «E´ colpa di illustri soggetti imprenditoriali, che hanno risolto le loro difficoltà facendo cassa a spese dell´alimentare. Nessuno ha pensato che la distribuzione è un settore strategico per un Paese moderno. Io penso che una delle priorità di una nazione evoluta sia l´indipendenza commerciale. In Spagna, Portogallo, e Grecia ormai quasi il 100% della distribuzione è in mano straniera»
Repubblica, 29 dicembre 2003
domenica 11 gennaio 2004


News

Il Parlamento di Cipro boccia il CETA, Trattato Ue-Canada,
Il Parlamento di Cipro boccia il CETA, Trattato Ue-Canada, già in vigore provvisorio dal 21 settembre 2017, un piccolo Stato che blocca l'iter di ratifica di un accordo dalle conseguenze devastanti per l'agroalimentare, decisione esplosiva che speriamo sia ripresa da altri Stati europei, Italia innanzitutto. Con 37 voti contrari e solo 18 favorevoli (partito di Sinistra Akel e socialisti contrari, destra favorevole), il 31 luglio il Parlamento della piccola Cipro ha detto NO al trattato di libero scambio fra UE e Canada. Tutti i partiti, ad eccezione della destra, hanno votato contro il CETA, opponendo diverse motivazioni: dai rischi del tribunale ICS, costruito su misura per le multinazionali che vogliono fare causa agli stati, alla mancata protezione dei prodotti tipici, tra cui ricordiamo il formaggio di capra Halloum, esposti alla pirateria alimentare d'oltreoceano. E poi i pericoli dell’uso troppo disinvolto di pesticidi come il glifosato, che in Canada viene utilizzato per seccare il grano prima della raccolta, e la paura di accrescere ulteriormente il potere delle grandi imprese. >>



Covid e biologico: il 73% delle aziende in crisi a causa della pandemia.
Per oltre due aziende su tre del settore biologico la possibilità di reggere alla crisi economica sopraggiunta a causa dell’emergenza sanitaria è di massimo tre mesi. È questo uno dei primi dati dell’analisi voluta e sviluppata dalle tre maggiori organizzazioni del comparto, Aiab, FederBio e Assobiodinamica, a partire da una proposta della Fondazione italiana per la ricerca in agricoltura biologica e biodinamica (FIRAB), per rilevare l’impatto della pandemia da Covid19 sul biologico. >>



Coronavirus, 5,7 mln di litri di latte al giorno dall’estero
Ogni giorno 5,7 milioni di litri di latte straniero attraversano le frontiere e invadono l’Italia con cisterna o cagliate congelate low cost di dubbia qualità in piena emergenza coronavirus, proprio mentre alcune aziende di trasformazione cercano di tagliare i compensi riconosciuti agli allevatori italiani, con la scusa della sovrapproduzione. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati del Ministero della salute relativi ai primi quindici giorni del mese di marzo 2020 sui flussi commerciali dall’estero in latte equivalente. Bisogna fermare qualsiasi tentativo di speculazione sui generi alimentari di prima necessità come il latte che – sottolinea la Coldiretti – nell’ultima settimana di rilevazione sui consumi ha registrato un balzo del 47% degli acquisti da parte delle famiglie, sulla base dei dati IRI che evidenziano anche l’aumento degli acquisti di formaggi, dalla mozzarella (+35%) al Grana Padano e Parmigiano Reggiano (+38%). >>