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Consumatori o niente.

Tratto dal libro di Maurizio Pallante, La decrescita felice [Editori Riuniti, Roma 2005], l'articolo è in parte anche un'interessante e motivata risposta alle osservazioni di Francesco Terreri: http://www.carta.org/campagne/globalizzazione/decrescita/051108conseguenze.htm
Al termine di un dibattito contro la costruzione di un inceneritore, un giovane impegnato politicamente a sinistra, che aveva fatto un intervento lucido e documentato, mi ha consegnato due fogli dove aveva scritto alcune riflessioni critiche sul Manifesto del Movimento per la decrescita felice, dicendomi che gli sarebbe piaciuto conoscere la mia opinione. Poiché le perplessità espresse in quel testo scaturiscono dalla corretta applicazione di alcuni elementi della teoria economica e si fondano sull'analisi di modelli di comportamento così generalizzati da sembrare inerenti alla natura umana, mentre sono storicamente determinati, la risposta che mi è stata sollecitata mi offre l'opportunità di approfondire alcune riflessioni sul consumismo. La critica di fondo rivolta da quel documento al Manifesto è che la sostituzione dello yogurt comprato con yogurt autoprodotto, ovvero delle merci con beni, non comporta necessariamente una riduzione del prodotto interno lordo. Può comportare, si dice, un decremento, un incremento o nessuna variazione. Dipende da cosa si fa dei soldi che si risparmiano autoproducendo un bene invece di comprare una merce equivalente. A questo proposito vengono indicate tre possibilità: o si compra un'altra merce che prima non si riusciva a comprare, o si mettono sotto una mattonella, o si portano in banca. Nel primo caso il prodotto interno lordo non ha nessuna variazione, nel secondo diminuisce, nel terzo aumenta perché le banche utilizzano i depositi per finanziare investimenti produttivi. Una precisazione iniziale. Se si sostituisce una merce con un bene, il prodotto interno lordo diminuisce, e non solo perché diminuisce la domanda di quella merce, ma anche perché diminuisce la domanda di imballaggi, diminuisce la domanda di carburanti e mezzi di trasporto, non si producono rifiuti. Se poi questa scelta comporta un risparmio di denaro e con questo denaro si fa un'altra scelta, per esempio si compra un'altra merce che prima non si riusciva ad acquistare, o si comprano azioni in Borsa, questa seconda scelta farà crescere il prodotto interno lordo, ma ciò non toglie che la prima, l'autoproduzione di un bene in sostituzione di una merce, lo abbia fatto diminuire e che quella diminuzione abbia portato miglioramento qualitativo. Anche se resta difficile da capire, perché siamo abituati a pensare il contrario, il prodotto interno lordo può decrescere, possiamo farlo decrescere con le nostre scelte, e la decrescita può non causarci dei guai. Anzi, può migliorare la vita e l'ambiente in cui si vive. Siamo talmente abituati a pensare che la crescita della produzione di merci sia un bene perché consente di far crescere i consumi e se si consuma di più si sta meglio, da non riuscire nemmeno a immaginare che se ci si ritrova con qualche soldo di più in tasca si possa far altro che spenderlo subito per consumare di più, o investirlo per avere in futuro la possibilità di consumare ancora più di oggi. Non si possa cioè far altro che contribuire con le nostre scelte alla crescita del prodotto interno lordo. La terza possibilità, l'unica che può farlo decrescere, è mettere i soldi risparmiati sotto la mattonella, ma è talmente stupida… In realtà, se l'autoproduzione di un bene fa risparmiare dei soldi, apre un'altra possibilità oltre le tre prese in considerazione, una possibilità che il sistema fondato sulla crescita della produzione di merci ha cancellato dall'orizzonte culturale degli uomini: non aumentare i propri consumi, ma lavorare di meno per dedicare più tempo alle esigenze spirituali, alle relazioni umane, familiari, sociali, erotiche, culturali, religiose. A guardare le nuvole "Eh!, Ma allora che cosa ami, straordinario straniero? Amo le nuvole… le nuvole che passano… laggiù… laggiù… le nuvole meravigliose!". . A dedicarsi allo studio disinteressato, per il solo gusto di sapere. A dipingere, ascoltare musica e suonare, contemplare, leggere e scrivere poesie, pregare. A fare esperienze di vita insieme ai propri figli invece di compensare con l'acquisto di cose i sensi di colpa che si provano quando si affidano tutto il giorno a estranei perché si passa tutto il giorno a lavorare per guadagnare i soldi necessari a comprare le cose che acquietano i sensi di colpa. Con l'esito di farne dei consumisti nella profondità dell'essere, instillando in loro sin dall'infanzia l'idea che l'affetto si manifesta attraverso il dono di oggetti acquistati. Invece di donarti il mio tempo e la mia attenzione, ti dimostro che ti voglio bene spendendo i miei soldi per te. "Papà ti vuole proprio bene - diceva una nonna al nipotino sulla corriera che ci portava da Cupra Marittima a Roma qualche anno fa - ti dà sempre soldi". Un sistema economico fondato sulla crescita ha bisogno di esseri umani appiattiti sul consumismo, che nell'atto di acquistare acquietano le proprie esigenze affettive e trovano la propria realizzazione esistenziale, altrimenti non susciterebbe la domanda crescente necessaria ad assorbire l'offerta crescente di merci e il meccanismo della crescita si incepperebbe. Se hai qualche soldo in più l'unica cosa che puoi pensare è che il tuo potere d'acquisto si è accresciuto. Che puoi consumare di più. Invece, chi decide di autoprodurre qualche bene, con la sua scelta sfugge a questa logica. Non la fa per risparmiare e avere più soldi da spendere in altre merci, ma per ritagliarsi uno spazio autonomo dalla mercificazione assoluta, per sostituire in misura sempre più ampia le merci con beni. Per sottrarsi al meccanismo della crescita che obbliga a consumare sempre di più per produrre sempre di più e a produrre sempre di più per consumare sempre di più. Chi desidera comprare più merci di quelle che riesce a comprare col suo reddito non sceglie questa strada, ma vende in misura maggiore il suo tempo, fa gli straordinari o il doppio lavoro per acquisire il diritto di inserirsi con automobili sempre più grandi in code sempre più lunghe. "Buy something". Con questo messaggio pubblicitario natalizio una casa automobilistica inglese, nel mese di dicembre del 1991, invitava i consumatori americani a comprare qualcosa. "Naturalmente -precisava - saremmo più contenti se la vostra scelta cadesse su una delle nostre automobili. Ma se non avete nessuna intenzione di comprare una Range Rover, pazienza. Comprate un forno a microonde. O un cane bassotto. O biglietti per il teatro. Basta che compriate qualcosa. Perché, se per tornare a spendere aspettiamo tutti che la recessione sia dichiarata ufficialmente sconfitta, allora non finirà mai". In Italia, dove le cose che succedono negli Stati Uniti si ripetono qualche anno dopo, nel mese di dicembre del 1993 i giovani imprenditori dell'Unione industriale di Torino rivolgevano questo appello natalizio ai consumatori: "Per Natale un gesto di solidarietà. Regalatevi qualcosa. Magari italiano. Può sembrare strano" - premettevano - "abbinare la solidarietà all'invito di ricominciare a consumare in occasione degli acquisti per i regali di Natale. Eppure... - aggiungevano - chiediamo di farsi, o di fare un regalo in più, meglio se Made in Italy; di compiere un investimento nei consumi a favore di se stessi o dei propri cari, con la consapevolezza di contribuire così anche agli altri. Gli altri che non conosciamo, ma che lavorano per produrre e per vendere ciò che abbiamo deciso di acquistare". Quando indosso le camicie con cui lavoro nell'orto o spacco la legna, quando indosso i maglioni di lana con cui d'inverno mi metto davanti al computer, penso che la parola consumatore mi calzi a pennello. Mi dà soddisfazione constatare che questi indumenti mi sono serviti per anni nelle relazioni sociali prima di essere lisi, che dopo essere stati consunti dall'uso mi servono in casa per anni prima di diventare stracci, che mi serviranno a pulire la casa e gli attrezzi di lavoro prima che in qualche industria tessile di Prato siano suddivisi per rifarne tessuti. Più lungo è il tempo in cui li uso, minore è il peso della mia impronta ecologica, più leggero sarà stato il passo con cui ho attraversato il mondo negli anni della mia vita. Ma quando penso all'uso della stessa parola per indicare i soggetti che esprimono la domanda in un sistema economico che, per continuare a crescere, deve sostituire le merci quando ancora possono essere usate per anni e le trasforma in rifiuti in tempi sempre più brevi, allora penso che indichi una mutazione antropologica degradante sia dal punto di vista dell'intelligenza, sia dal punto di vista della morale. Lavorare per produrre sempre più cose e per avere i soldi necessari a comprarle, buttarle via sempre più in fretta per poterne produrre e comprare altre da buttare via ancora più in fretta. Uscire di casa al mattino tutti alla stessa ora e incolonnarsi per andare a produrle. Impacchettare i bambini ancora assonnati e scaricarli tutto il giorno all'asilo per poter andare a lavorare. Riversarsi il sabato pomeriggio tutti alle stesse ore negli stessi centri commerciali a comprare le cose prodotte lavorando. Formare tutti insieme la domenica alle stesse ore code di decine di chilometri sulle autostrade. Il prodotto interno lordo è aumentato dello 0,2 per cento sul trimestre precedente. Stiamo uscendo dal tunnel. No, su base annua è ancora sotto dello 0,5 per cento. Siamo nel baratro della recessione. Per uscirne dobbiamo produrre e consumare ancora di più.

Le conseguenze inattese della "decrescita felice". [Francesco Terreri, direttore di "Microfinanza"] L'articolo di Terreri è uscito su Cem Mondialità di novembre 2005. Ringraziamo l'autore e la rivista. "Un vasetto di yogurt prodotto industrialmente e acquistato attraverso i circuiti commerciali, per arrivare sulla tavola dei consumatori percorre da 1.200 a 1.500 chilometri, costa 10 euro al litro, ha bisogno di contenitori di plastica e di imballaggi di cartone, subisce trattamenti di conservazione che spesso non lasciano sopravvivere i batteri da cui è stato formato". È - molti lo avranno riconosciuto - l'inizio del "Manifesto del movimento per la decrescita felice" che sull'esempio dello yogurt delinea la proposta di riduzione dei consumi, quindi degli sprechi e dell'inquinamento, e alla fin fine dell'ormai famigerato Pil (Prodotto interno lordo) come via alternativa all'economia della crescita illimitata e anche alla sua variante "morbida" dello sviluppo sostenibile. Secondo questa impostazione "lo yogurt autoprodotto facendo fermentare il latte con opportune colonie batteriche non deve essere trasportato, non richiede confezioni e imballaggi, costa il prezzo del latte, non ha conservanti ed è ricchissimo di batteri. Lo yogurt autoprodotto è pertanto di qualità superiore rispetto a quello prodotto industrialmente, costa molto di meno, non comporta consumi di fonti fossili e di conseguenza contribuisce a ridurre le emissioni di CO2, non produce rifiuti". Una scelta che migliora la qualità della vita di chi la compie e non genera impatti ambientali, ma che comporta un decremento del prodotto interno lordo "sia perché lo yogurt autoprodotto non passa attraverso la mediazione del denaro, quindi fa diminuire la domanda di merci, sia perché non richiede consumi di carburante, quindi fa diminuire la domanda di merci, sia perché non fa crescere i costi dello smaltimento dei rifiuti". Il messaggio, pur presentandosi - nelle parole di uno dei suoi maggiori promotori, il professor Maurizio Pallante - come patrimonio di una piccola minoranza ("Non si viene ascoltati non solo perché si sostengono posizioni così contro corrente da essere respinte a priori dai più, ma anche perché non si riesce nemmeno a far udire la propria voce") si sta in realtà diffondendo in molti ambiti. In Trentino è bastato evocare la possibilità di tornare a fare la passata di pomodoro con un prodotto biologico locale per trovarsi richieste per 17 tonnellate di pomodori e difficoltà a soddisfarle tutte. La proposta, evidentemente, coglie bisogni diffusi: tutte quelle aree di opinione pubblica che guardavano con attenzione al movimento "no global" quando esso - diverso tempo fa - era capace di parlare anche alle massaie; consumatori e risparmiatori a disagio per l'invadenza dell'economia e della finanza nelle nostre vite; iniziative ed esperienze di "altra economia". E magari persone e famiglie in difficoltà economiche che cominciano a domandarsi se valga la pena di correre dietro a consumi insostenibili. Una provocazione di grande interesse. Con un rischio, però: quello di semplificare le soluzioni. Dovrebbe essere un pregio ma non è così. La raccolta degli scritti di uno dei maggiori economisti del XX° secolo, Albert Hirschman, si intitola "Come complicare l'economia". Orrore!, penseranno in molti. "Ci mancava solo questo" potrebbe commentare Serge Latouche, il guru dell'anti-economia. Invece le "complicazioni" di Hirschman sono salutari: si chiamano passioni, interessi, relazioni sociali, risorse nascoste e, soprattutto, conseguenze inattese. Conseguenze inattese: imprenditorialità e mercato Lo yogurt autoprodotto non passa attraverso la mediazione del denaro, quindi fa diminuire la domanda di merci di consumo. Di conseguenza chi sceglie di autoprodursi lo yogurt si ritrova una - piccola o grande, a seconda della passione per lo yogurt - disponibilità di reddito non spesa. Potrebbe scegliere di spenderla per altri beni di consumo a cui fino ad allora aveva dovuto rinunciare o a cui non aveva potuto dare importanza. Merci tradizionali: e allora l'effetto complessivo sul Pil è in prima approssimazione nullo (si diminuisce da una parte, si aumenta dall'altra). Oppure, meglio, altri beni non prodotti industrialmente: la verdura biologica che costa un po' di più, un cesto di vimini del commercio equo oppure, con i risparmi di diversi vasetti di yogurt, una bicicletta. I promotori della decrescita felice vanno oltre: nel caso dell'energia, Pallante suggerisce, piuttosto che l'acquisto dei pannelli solari, cioè le fonti alternative, la diffusione dell'autoproduzione "con impianti collegati in rete per scambiare le eccedenze". L'autoproduzione parte dal recupero di conoscenze e di saperi messi ai margini nell'attuale assetto economico. La regola dovrebbe essere di autoprodurre lo stretto necessario per sé e, se proprio ce ne scappa un po' di più, di donarlo ("reciprocamente"). Ma è proprio il fatto che sviluppare l'autoproduzione significa recuperare saperi e conoscenze che porta questa strada a superare i confini dell'autoconsumo. Il processo produttivo è creato dall'applicazione dell'individualità e della cultura al lavoro: quello che l'eccentrico pedagogo tedesco Rudof Steiner - ispiratore di importanti esperienze di agricoltura biologica e finanza etica - chiamava "spirito", che Thorstein Veblen, il primo critico del "consumo cospicuo" dei nuovi ricchi negli Usa di inizio '900, definiva "tensione all'efficienza" e che più semplicemente si può esprimere col termine imprenditorialità. Di impresa si parla e si tratta molto nell'economia ufficiale. Quanto al fatto, invece, che venga valorizzata l'imprenditorialità c'è da dubitarne. Come scriveva Veblen, nella classe agiata la passione per l'efficienza viene pervertita in "istinto della competizione non leale", prepotenza predatoria, difesa con tutti i mezzi delle posizioni di oligopolio e monopolio. Altro che concorrenza perfetta. Invece risorse nascoste di creatività imprenditoriale si trovano non solo nei paesi ricchi ma anche, e forse soprattutto, nel mondo povero. L'Unctad, l'agenzia Onu su commercio e sviluppo, e il network di microcredito alle donne Women's World Banking stimano in 500 milioni le microimprese nei paesi dell'Est e del Sud del mondo: dai banchi al mercato di Dakar agli artigiani delle terrecotte berbere, dai produttori di juta del Bengala agli agricoltori biologici argentini. Solo il 2% di esse ha accesso ai servizi finanziari. Come mostrano le vicende dei farmaci generici a basso costo anti-Aids prodotti da piccole imprese indiane e ostacolati da "Big Pharma", il pool di multinazionali farmaceutiche, o dei consorzi locali di produzione del latte in Brasile colpiti dalla guerra commerciale di Nestlè e (all'epoca) di Parmalat, oggi non c'è la minima "pari opportunità" tra imprese. Un'intera generazione di microimprenditori chiede di accedere al mercato con la sua identità. Perfino i cafetaleros e i produttori di cotone, ultime ruote del carro nei più classici tra i prodotti "coloniali", rivendicano la qualità del loro prodotto anche a seguito della loro esperienza con il commercio equo e solidale. Accedere al mercato: la frase vi spaventa? E allora meditate su quanto affermava lo storico francese Fernand Braudel: il capitalismo e il mercato non sono la stessa cosa. Il capitalismo è la costruzione dei "piani alti" sopra l'oceano della vita materiale e lo strato, più o meno "spesso", di scambi e mercati. I piani alti, dominati dall'alta finanza, non sono il regno del mercato ma del "contro-mercato": collusione, oligopoli, conflitti di interesse, appoggi dello Stato. In questo contesto, rivendicare il mercato è quasi una rivoluzione. Conseguenze inattese: risparmio e credito Ma chi si autoproduce lo yogurt può anche scegliere di non spendere la disponibilità di reddito in altre merci. Può scegliere cioè di risparmiare. Le motivazioni del risparmio sono molte e la stessa relazione tra risparmio e crescita economica è complessa. Molti economisti hanno a lungo sostenuto che è il risparmio e non il consumo a trainare la crescita. Il motivo è che il risparmio consente di effettuare gli investimenti, cioè le spese per quei mezzi di produzione che consentono di produrre nuovo reddito nel tempo. Solo che oggi, molto più di una volta, le decisioni di risparmio e di investimento sono completamente separate e gli operatori specializzati che avrebbero il compito di mediarle, le banche in primo luogo, alimentano la separazione. Certo, si può decidere di nascondere i risparmi sotto una mattonella cioè, come si dice in gergo, di tesaurizzarli. Questa scelta fa sicuramente diminuire il Pil. Quanto al fatto che tale decrescita sia un passo avanti verso una società più conviviale, consentitemi di esprimere tutti i miei dubbi. Oggi, peraltro, nessuno nasconde i risparmi sotto una mattonella. Immettendo i nostri risparmi nel sistema bancario e finanziario, però, può accadere di peggio. La tesaurizzazione oggi, infatti, si fa con sistemi più sofisticati: l'investimento a breve termine per scopi speculativi. Il risparmio è investito in prodotti finanziari complessi che consentono di guadagnare in tempi brevi e non entra nel circuito che finanzia gli investimenti dell'economia reale. Quando questa "preferenza per la liquidità" diventa rilevante, il Pil ne soffre. Ma, di nuovo, non è una decrescita "felice". Di più: oggi nei mercati finanziari chi ha le informazioni giuste può guadagnare sul ribasso, sulla "decrescita". Si vende un titolo (azioni di impresa, debiti, petrolio, caffè…) che non si possiede ("allo scoperto") ad un prezzo elevato per poi ricomprarlo quando il prezzo sarà caduto. Osservo che nei testi che promuovono la decrescita si sottolinea che la scelta della riduzione dei consumi disturba ministri delle finanze, presidenti di Regione, sindaci, aziende municipalizzate… Significativamente non si citano i mercati finanziari che, appunto, potrebbero anche non essere disturbati dalla diminuzione degli indici economici: dipende su cosa hanno scommesso. Ma l'aspetto più grave della situazione è che con le operazioni speculative, ormai prevalenti nelle Borse, sottraiamo opportunità di crescita - sì, della vecchia, becera crescita economica, complemento essenziale dello sviluppo umano - a gran parte dell'umanità. Dai dati della Banca Mondiale si ricava che i paesi ad alto reddito concentrano il 93,4% del credito totale erogato nel mondo. L'Undp, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, porta questa percentuale, riferita al 20% più ricco della popolazione mondiale, al 94,6% del totale. Questo significa che milioni di (micro)progetti di investimento, di autoproduzione, di produzione per il mercato, di riscatto delle donne, di futuro per i figli, non vengono finanziati. O meglio: vengono finanziati solo dai club di risparmio e credito autogestiti, come le tontine in Africa occidentale, e dalla nuova rete delle banche dei poveri, le 3.000 istituzioni di microfinanza sparse per l'Asia, l'Africa, l'America Latina e anche gli Stati Uniti e l'Europa. Costruire delle banche vuol dire cedere alla "cultura mercantile"? Non si dovrebbe mettere in discussione il ruolo stesso del denaro? Già, ma di quale denaro? Il denaro mezzo di scambio che può essere accumulato, certo. Ma quello di cui si sta parlando ora è un altro tipo di denaro: come lo chiamano gli eretici Steiner e Joseph Schumpeter, è denaro di investimento. "I banchieri agevolano il pagamento delle merci allo stesso modo in cui le ferrovie ne agevolano il trasporto" scrivevano più di un secolo fa gli economisti inglesi Alfred e Mary Marshall. "Ma, in più, essi trasferiscono da soggetto a soggetto il controllo del capitale, e l'aiuto che in tal modo danno agli uomini nuovi con scarso capitale proprio è forse la forza più importante che contrasti la moderna tendenza alla concentrazione della produzione nelle mani di poche grosse imprese". Pochissimi banchieri si sono comportati secondo questa descrizione. Il movimento del microcredito e della finanza etica, invece, va proprio in questa direzione. Se con l'autoproduzione risparmiamo qualcosa, quindi, proviamo a chiedere alle banche che il nostro risparmio almeno sostenga attività reali delle famiglie e delle imprese. Nel caso più tradizionale, contribuirà a finanziare i produttori di yogurt in vasetti, ma possiamo intanto segnalare che preferiamo vada a loro piuttosto che ai costruttori di cacciabombardieri. Nel caso più innovativo il nostro risparmio andrà a sostenere i produttori di verdura biologica, di biciclette, di servizi sociali conviviali, i microimprenditori poveri del Sud del mondo e molte altre cose che oggi le convenienze di questo sistema lasciano ai margini. Chissà, tutto questo potrebbe produrre perfino la conseguenza inattesa di una crescita del Pil. Bibliografia essenziale: Geminello Alvi, L'anima e l'economia, Milano, Mondadori, 2005 Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Milano, Il Saggiatore, 1996 Fernand Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo (secoli XV-XVIII), Torino, Einaudi, 1981-82 Albert O. Hirschman, Come complicare l'economia, Antologia a cura di Luca Meldolesi, Bologna, Il Mulino, 1988 Alfred Marshall, Mary P. Marshall, Economia della produzione, Traduzione italiana di Giacomo Becattini, Milano, Isedi, 1975 (edizione originale 1879) Giorgio Ruffolo, Cuori e denari. Dodici grandi economisti raccontati a un profano, Torino, Einaudi, 2005 Joseph Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, Firenze, Sansoni, 1971 (edizione originale 1911) UNDP, Human Development Report 1992, New York, Oxford University Press, 1992 Thorstein Veblen, La teoria della classe agiata, Milano, Edizioni di Comunità, 1999 (edizione originale 1899) Antologia I tre piani dell'economia-mondo da: Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Milano, Il Saggiatore, 1996, pp. 28-29 Nelle scienze sociali come nei discorsi politici e nei mass media si ritiene comunemente che il capitalismo e l'economia di mercato siano più o meno la stessa cosa, e che il potere statale sia antitetico a entrambi. Braudel, al contrario, considera il capitalismo completamente dipendente, nel suo emergere e nella sua espansione, dal potere statale, e dunque l'antitesi dell'economia di mercato. Più in particolare, Braudel concepiva il capitalismo come il livello superiore di una struttura a tre piani, una struttura nella quale, "come in ogni gerarchia, i livelli superiori non potrebbero esistere senza quelli inferiori, su cui poggiano". Il livello inferiore, e fino a tempi recenti più esteso, è quello di un'economia estremamente elementare e perlopiù autosufficiente. In mancanza di una espressione più adeguata, egli lo definì il livello della vita materiale, "il piano terreno della non-economia, una sorta di humus in cui il mercato affonda le radici, ma senza afferrarne la massa" (Braudel, 1981-82, vol. II, pp. xx e 217). "Al di sopra di tale livello, la zona per eccellenza dell'economia di mercato moltiplica i suoi collegamenti orizzontalmente fra i diversi mercati: un certo automatismo vi coordina solitamente offerta, domanda e prezzi. Infine, accanto o meglio sopra questo strato, la zona del contromercato è il regno dell'arrangiarsi e del diritto del più forte. Qui si colloca per eccellenza il campo del capitalismo, ieri come oggi, prima come dopo la rivoluzione industriale" (Braudel, 1981-82, vol. II, p. 217). Teoria della classe agiata da: Giorgio Ruffolo, Cuori e denari. Dodici grandi economisti raccontati a un profano, Torino, Einaudi, 2005, pp. 200-201 La tesi fondamentale di Veblen è questa: le élite dominanti, una volta raggiunta - grazie allo sfruttamento tecnico della natura - la soddisfazione dei bisogni fondamentali, utilizzano sempre più il sovraprodotto per inseguire bisogni di emulazione invidiosa (più tardi, Keynes li chiamerà bisogni relativi, Harrod bisogni oligarchici, Hirsch bisogni "posizionali"). Lo fanno attraverso l'ostentazione di oggetti, di simboli, di gesti rituali e cerimoniosi che testimoniano pubblicamente del loro status. L'emulazione ostentativa e il consumo vistoso diventano le motivazioni traenti del loro comportamento sociale. Nella classe agiata l'istinto dell'efficienza (workmanship) è deviato verso l'istinto della concorrenza (sportmanship) nella quale è vano però cercare le tracce di quel comportamento "sportivo" che è diventato nel linguaggio ipocrita sinonimo di gara leale, e che è invece la spia di una brutale aggressività. Secondo alcuni, come, tra gli altri, Wright Mills, questa spietata rappresentazione non ritrae il capitalismo moderno, ma una classe signorile al tramonto. In altri termini, Veblen avrebbe clamorosamente mancato il bersaglio. Ma questa critica non sembra fondata. Al tramonto sono, non c'è dubbio, certe forme di ostentazione vistosa. Ma ne subentrano altre. Non ci sono più i servi, i valletti, i cavalli e le livree degli snob di Baltimora, ma la gara delle vanità ha investito altri simboli e soprattutto si è - come Veblen già osservava al suo tempo - estesa mimeticamente a strati sociali più vasti. Il denaro rivolto al futuro da: Geminello Alvi, L'anima e l'economia, Milano, Mondadori, 2005, pp. 304-305 Per Rudolf Steiner il lavoro come fattore produttivo separabile non esiste. Lo Spirito trasforma il lavoro e concorre alla creazione dei valori, per esempio nella forma di un tecnico che sa applicare la scienza alla produzione o in quanto imprenditore. Ma se un simile lavoro trasformato dallo Spirito dovesse significare solo lavoro operaio organizzato dai tecnici e diretto dagli imprenditori, non si creerebbe mai alcun valore. Come Steiner spiega e come poi, indipendentemente da lui, argomentò Schumpeter, occorre il credito, occorre cioè un denaro diverso da quello usato per scambiare i valori già creati. Tanto diverso che in Schumpeter questo credito è un denaro che anticipa la creazione di valori che non esistono ancora. Per conseguenza, solo quando questi valori saranno realizzati il denaro tornerà a essere solo un mezzo dello scambio; ma, fintanto che vi è crescita di valori, il denaro, oltre che mezzo dello scambio, sarà pure strumento della creazione dei valori. Lo sviluppo, la rottura dello stato stazionario, dice Schumpeter, implica il credito. La creazione di valori implica un denaro rivolto al futuro, diverso dal denaro rivolto al passato, con cui si scambiano i valori già creati; implica un denaro d'investimento, spiega Steiner. Se al credito di cui Schumpeter dice la necessità, al denaro anticipato, d'investimento, come lo chiama Steiner, non corrisponde la creazione di valori, il denaro si accumula come mezzo di scambio in un circuito che non è più quello economico. Si crea un circuito di valori fittizi, di titoli di credito, di scambi cartacei, utili solo a generare rendite finanziarie. I mercati dei capitali moderni offrono da sempre esempi evidenti di questa insania; in essi il denaro si cambia e si crea a fronte di titoli che non hanno più alcun legame con le forze produttive. Il capitale si autonomizza, lo Spirito si distacca completamente dal lavoro e dalla Natura e si chiude in un circuito di ingegnosissime, quanto astratte, invenzioni. Si pensi solo agli attuali mercati dei prodotti finanziari derivati. La rivoluzione tranquilla del microcredito Malcolm Harper * * Professore emerito alla Cranfield School of Management (Gran Bretagna), dopo aver insegnato per anni economia dell'impresa, dal 1995 lavora nel campo della microfinanza in India, dove dirige la microfinanziaria Basix Finance. Il testo è tratto da Microfinanza, Bollettino per lo sviluppo plurale, n. 5, 15 novembre 2004. Trenta anni fa ha preso il via una rivoluzione tranquilla nel mondo della finanza. Non ha avuto sul piano finanziario l'impatto massiccio che hanno avuto gli hedge funds - i fondi di investimento ultraspeculativi - i prodotti derivati o la piena convertibilità delle valute, ma sul piano dello sviluppo umano è stato probabilmente il maggior cambiamento degli ultimi cinquant'anni. In Bangladesh, in Indonesia, in India, in alcuni paesi dell'America Latina un piccolo gruppo di coraggiosi pionieri scoprì che i poveri avevano bisogno di servizi finanziari come molti di coloro che sono più ricchi, e soprattutto che potevano e volevano pagare per ottenerli. Alcuni dei pionieri tentarono di suscitare l'interesse delle banche tradizionali per questo nuovo mercato, ma senza successo. Così dovettero avviare nuove organizzazioni specializzate che divennero note come istituzioni di microfinanza (Mfi). Le Mfi seguivano principi semplici ma innovativi, tra cui prestare soprattutto alle donne, in genere attraverso qualche forma di metodo di gruppo, prestare somme molto piccole, per brevi periodi, e spesso insistere nel raggiungere clienti che fossero veramente poveri. Inizialmente le organizzazioni di microcredito lo facevano per cercare di aiutarli, ma presto si resero conto che l'iniziativa acquistava anche il significato di un buon affare. I poveri risparmiavano più regolarmente, utilizzavano i crediti più responsabilmente e rimborsavano con maggiore affidabilità. Le stime variano, ma qualcosa come quindici o venti milioni di persone, soprattutto donne, accedono ora ai servizi finanziari delle Mfi.
venerdì 11 novembre 2005


News

Il Parlamento europeo mette al bando Monsanto. L’azienda produttrice del RoundUp ha rifiutato di partecipare a un’audizione sull’erbicida glifosato.
I rappresentanti di Monsanto non possono più entrare al Parlamento europeo, dopo che la multinazionale statunitense ha rifiutato di partecipare alle audizioni su “I Monsanto Papers e il glifosato”, organizzate dalle commissioni ambiente e agricoltura per l’11 ottobre, in merito alle accuse secondo cui Monsanto, produttrice del RoundUp, avrebbe indebitamente influenzato le decisioni delle autorità regolatorie sui rischi dell’erbicida glifosato. >>



Veneto, i veleni della fabbrica nel sangue dei residenti.
Miteni Spa a Trissino. La «guerra dei Pfas» tracima i confini e diventa istituzionale e politica. Botta e risposta tra il governatore Zaia e la ministra Lorenzin. In 79 Comuni nelle province di Verona, Vicenza e Padova, 250 mila contaminati. La “guerra dei Pfas” tracima oltre i confini del Veneto. E diventa istituzionale, politica, ma soprattutto sui risarcimenti. Le sostanze perfluoro alchiliche (Pfas) hanno già avvelenato il sangue di più di 250 mila residenti in 79 Comuni fra le province di Verona, Vicenza e Padova. E come certificato dalla relazione dei carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Treviso fin dal 1990 la Miteni Spa a Trissino inquinava il suolo nell’impianto e il vicino torrente Poscola. >>



Nuovo scandalo negli Usa: la guerra sporca di Monsanto al biologico.
Un piano ben orchestrato e finanziato per attaccare il biologico, screditarlo, istillare nei consumatori la sensazione che sia un bluff. È quello messo in atto nel 2014 dai dirigenti di Monsanto, il principale fornitore mondiale di pesticidi e di semi geneticamente modificati. Lo scandalo, emerso in questi giorni, descrive come – ancora una volta – le multinazionali abbiano messo le mani sulla scienza per i loro poco confessabili interessi. >>