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RIFONDAZIONE: SUPERMERCATI E URBANIZZAZIONE TRA LE CAUSE DELLA FAME

In dieci anni gli investimenti occidentali nell'industria alimentare sono triplicati. Da uno studio di una catena sudamericana risulta che il 17% della popolazione non ha soldi per comprare le merci vendute sui suoi scaffali. Le città del pianeta terra scoppiano. Nel 2017 popolazione mondiale che vivrà nelle megalopoli del Nord e del Sud del mondo sarà uguale a quella che vive in campagna, nel 2030, il 60% degli esseri umani sarà un cittadino. Che cosa significa questo in termini di denutrizione e malnutrizione? Moltissimo.
Concentrare tanta gente nelle città significa che a produrre il mais, il riso, la frutta sono sempre meno persone e sempre più grandi imprese. Non parliamo dei danni ambientali che l'urbanizzazione comporta. Non è solo questione di emissioni di gas serra - di cui si parla in questi giorni a Buenos Aires al meeting globale sul clima -, c'è anche il trasporto del cibo, il suo inscatolamento, la necessità di conservarlo nei frigoriferi.. Più andiamo a vivere in città, quindi, più il problema di come mangiamo cambia. Il rapporto della Fao dedica due capitoli a questi temi. Il discorso non è lineare, in città, ci spiega l'agenzia dell'Onu, si mangia male ma, in alcuni casi, si mangia di più. Il reddito degli abitanti delle città è più alto, la loro dieta contiene più calorie al giorno che non quella di chi abita nelle aree urbane. Del resto, se la gente abbandona le campagne, le zone marginali, per andare a vivere in una baraccopoli di Manila, in una ciudad miseria intorno a Buenos Aires o negli slum di Nairobi, una ragione c'è. Nelle città arriva il cibo in scatola e confezionato, che è pessimo per un'alimentazione corretta, ma contiene più grassi, più proteine e più zuccheri. Con meno cibo e con meno soldi si sopravvive. E poi ci sono i depositi di spazzatura. La concentrazione nelle città, l'industrializzazione della produzione di cibo, ha anche un'altra conseguenza, tutti mangiamo le stesse cose: merendine in Cina, frutta esotica in Norvegia, Mc Donald - rigorosamente halal - alla Mecca. Dietro alla convergenza delle diete, alla concentrazione nelle città c'è la concentrazione della produzione, della trasformazione e del commercio del cibo. Questo è vero in Europa e negli Stati Uniti, così come nel Sud; qui, però, la trasformazione la guidiamo noi del Nord. Tra il 1988 e il '97 gli investimenti stranieri nell'industria del cibo sono triplicati passando da 743 milioni a 2,1 miliardi di dollari. In America Latina questi investimenti sono più che quintuplicati. Nello stesso periodo è aumentata la quantità di merci vendute nei supermercati: in America Latina il numero di supermercati è cresciuto in 10 anni quanto negli Stati Uniti in 50. In Cina, tra 1999 e 2001 il numero di supermercati che vendono cibo è aumentato del 50%. In America del Sud, nella Cina urbana, Sud Africa la percentuale di cibo venduto nei supermercati si aggira intorno - o supera - il 50% del totale. Anche chi gestisce i supermercati non viene necessariamente dal paese in cui opera: ciascuna delle 5 più grandi compagnie di distribuzione e vendita al dettaglio del mondo ha aumentato il numero di Paesi dove opera di almeno il 270% in dieci anni. Chi guardasse alle statistiche sul commercio mondiale senza usare una lente di ingrandimento, ci direbbe che va tutto bene. Il rapporto Fao ci dice, ad esempio, che il boom della frutta esotica, in scatola e fresca, ha fatto crescere le esportazioni del Kenya di circa 300 milioni di dollari all'anno. Nello stesso periodo in cui avveniva questo fenomeno, il numero dei piccoli agricoltori è crollato. Prima del boom delle esportazioni cominciato nel 1990, i contadini producevano su terra di loro proprietà il 70% degli ortaggi che partivano dal Kenya; dieci anni dopo il 40% delle stesse colture era di proprietà delle transnazionali del Nord, e il 42% veniva prodotto in grandi latifondi. Ai piccoli contadini resta il 18%. Altri esempi? La Carrefour compra i meloni che vende in Brasile e in 21 Paesi da tre produttori; in Thailandia la più importante catena ha tagliato il numero di fornitori passando da 250 a 10; ancora in Brasile, tra 1997 e 2001, 75mila produttori di latte sono stati tagliati dai grossisti che confezionano il prodotto, «con ogni probabilità sono usciti dal mercato» spiega il rapporto della Fao. Non ci vuole molto a capire chi sono i milioni che restano denutriti, oltre a quelli dei paesi colpiti da guerre, epidemie, catastrofi ambientali. I piccoli contadini che vengono espulsi dalla produzione e, nelle città, quelli che non sono in grado di comprare nei supermercati. Una grande catena sudamericana ha condotto uno studio nel quale spiega che il 17% della popolazione dei Paesi nei quali opera non ha soldi per comprare le merci vendute sui suoi scaffali. «Questo è il segmento più povero della popolazione, che non trova posto nel mercato globale né come produttore, né come consumatore», scrivono ancora gli esperti della Fao. L'urbanizzazione produce anche un boom di malattie da cattiva alimentazione: in Cina tra '91 e '97 chi mangia troppi grassi è raddoppiato, Kentucky fried chicken ha aperto 600 ristoranti in tredici anni. Aumenta la fame e le malattie cardiovascolari: nei paesi in via di sviluppo i malati di diabete sono 84 milioni e saranno 228 nel 2024 (concentrati in Cina e India). C'è anche un dato positivo: la Fao sottolinea che le cooperative africane e latino americane che lavorano con prodotti biologici o nel commercio equo sono cresciute, funzionano, danno da mangiare e guadagnano anche bene.


venerdì 10 dicembre 2004


News

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