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ESSELUNGA, SI MUOVE BANCA INTESA

Vertice con Caprotti. I timori di Palazzo Chigi sulla grande distribuzione Esselunga, Coin, la parte non alimentare della Rinascente: quel che resta della grande distribuzione, se si esclude Coop Italia, è in vendita e a comprare si stanno candidando gli stranieri, ai quali sono già state cedute le reti Standa, Giesse e la parte alimentare di Rinascente. Al momento, Esselunga è la catena che sembra destinata a passare di mano con maggior rapidità. Si tratta di un gruppo con 118 punti di vendita e 13.500 dipendenti in grado di fatturare 4 miliardi.
Con un basso indebitamento, Esselunga realizza 330 milioni di margine operativo lordo e 120 di utile nell'esercizio 2003. Le sue origini risalgono al 1957 quando venne fondata la Supermarkets Italiani da Nelson Rockefeller assieme alle famiglie Brunelli, Caprotti e Crespi. Ora l'intero capitale è controllato da Bernardo Caprotti, che, a 82 anni, appare sempre più propenso a vendere per garantire un futuro all'azienda anche fuori dalla cerchia familiare. Il prezzo atteso non è stato reso noto, ma le valutazioni degli esperti oscillano tra i 3 e i 4 miliardi di euro. Tra i possibili acquirenti si è fatto il nome del colosso americano Wal Mart. La prospettiva preoccupa il governo, perché una parte molto rilevante del made in Italy è fatta di generi alimentari e di prodotti per la casa e la persona, merci tipiche dei supermercati. Silvio Berlusconi conosce bene Caprotti, che, fra l'altro, ha sostenuto fin dall'inizio Forza Italia. Ma soprattutto, da ex proprietario della Standa, il premier sa bene quanto la piccola e media impresa fornitrice rischi di essere penalizzata dalle politiche di acquisto decise oltre frontiera, in particolare dai francesi di Carrefour e Auchan, già largamente presenti lungo la penisola. Risolvere il problema non è facile. In Italia, la grande distribuzione non è mai riuscita a raggiungere dimensioni internazionali un po' a causa della protezione concessa dai governi e dagli enti locali ai piccoli negozi, che assicurano un importante serbatoio di consensi elettorali e un tratto caratteristico delle comunità urbane, specialmente nei centri storici, e un po' perché la grande distribuzione non ha avuto proprietà all'altezza della sfida. In particolare, i gruppi maggiori sono stati considerati un mero investimento di diversificazione da parte di grandi gruppi industriali come Fiat, Ferruzzi, Benetton o Fininvest che avevano altre priorità. Evitare il passaggio in mani estere di Esselunga e delle altre grandi imprese del settore, pertanto, comporta non soltanto il reperimento delle risorse necessarie a pagare le attuali proprietà venditrici, ma anche la costruzione di nuovi modelli di gestione e di sviluppo. In questo quadro, sul fronte Esselunga, si è mossa Banca Intesa. L'amministratore delegato, Corrado Passera, avrebbe manifestato a Bernardo Caprotti la disponibilità della maggior banca italiana a scendere in campo nel caso arrivasse davvero alla vendita. Tra le ipotesi illustrate anche a Palazzo Chigi si sta facendo strada sempre di più l'idea di scorporare gli immobili dall'azienda commerciale. Caprotti potrebbe spuntare tra i 2 e i 3 miliardi per l'azienda, mentre gli immobili potrebbero essere ceduti per un valore di poco più di un miliardo. Per l'azienda Intesa dovrebbe costruire una soluzione, anche attraverso un investimento diretto e con il contributo di altri investitori tra i quali, si dice, il fondo di private equity Clessidra, guidato da Claudio Sposito. Gli immobili, invece, potrebbero andare a operatori del settore o forse anche alla stessa famiglia Caprotti che avrebbe un miliardo e più di euro in condizione di rendere più o meno il 7%, perché questi sono gli affitti di ipermercati e supermercati. La soluzione dell'emergenza Esselunga, tuttavia, sarebbe solo un primo passo verso la costruzione di un operatore nazionale capace di tenere testa alla concorrenza internazionale. Per avere la dimensione adeguata, probabilmente, bisognerà integrare altre catene private di media dimensione oppure arrivare al matrimonio con Coop Italia, che rimane pur sempre il primo gruppo del Paese. Ma questi saranno i problemi del dopodomani.


giovedì 2 dicembre 2004


News

Covid e biologico: il 73% delle aziende in crisi a causa della pandemia.
Per oltre due aziende su tre del settore biologico la possibilità di reggere alla crisi economica sopraggiunta a causa dell’emergenza sanitaria è di massimo tre mesi. È questo uno dei primi dati dell’analisi voluta e sviluppata dalle tre maggiori organizzazioni del comparto, Aiab, FederBio e Assobiodinamica, a partire da una proposta della Fondazione italiana per la ricerca in agricoltura biologica e biodinamica (FIRAB), per rilevare l’impatto della pandemia da Covid19 sul biologico. >>



Coronavirus, 5,7 mln di litri di latte al giorno dall’estero
Ogni giorno 5,7 milioni di litri di latte straniero attraversano le frontiere e invadono l’Italia con cisterna o cagliate congelate low cost di dubbia qualità in piena emergenza coronavirus, proprio mentre alcune aziende di trasformazione cercano di tagliare i compensi riconosciuti agli allevatori italiani, con la scusa della sovrapproduzione. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati del Ministero della salute relativi ai primi quindici giorni del mese di marzo 2020 sui flussi commerciali dall’estero in latte equivalente. Bisogna fermare qualsiasi tentativo di speculazione sui generi alimentari di prima necessità come il latte che – sottolinea la Coldiretti – nell’ultima settimana di rilevazione sui consumi ha registrato un balzo del 47% degli acquisti da parte delle famiglie, sulla base dei dati IRI che evidenziano anche l’aumento degli acquisti di formaggi, dalla mozzarella (+35%) al Grana Padano e Parmigiano Reggiano (+38%). >>



Accordo con Gottardo blocca la «marcia dei 100» di Tigotà
Guerra tra Poveri. Padova e Broni (Pavia), vittoria dei lavoratori della logistica. Gli addetti - spinti dalla proprietà - avevano protestato contro il picchetto Cobas dei facchini Qualcuno aveva addirittura scomodato il paragone con la marcia dei 40mila a Mirafiori. La lotta dei lavoratori della logistica Gottardo di Padova e Broni era stata messa in secondo piano dalla contro manifestazione di un centinaio di lavoratori dei Tigotà catena di negozi di cosmetici e per la casa che protestavano contro i blocchi che impedivano lapprovvigionamento dei punti vendita della stessa proprietà per la movimentazione merci. Per fortuna tutto si è concluso ieri con l’accordo siglato alla prefettura di Pavia con cui i sindacati Adl e Si Cobas portano a casa gran parte delle loro richieste che hanno fatto partire la mobilitazione dei facchini e da lunedì riporterà alla normalità il lavoro dei negozi Tigotà. E si spera zittisca anche la spirale mediatica che aveva alimentato lo scontro fra poveri. >>