Sem Terra contro Lula. L'Mst dice basta alla politica economica del presidente operaio e invade il centro di Brasilia.
In migliaia sono scesi per le strade di Brasilia per dire basta alla
politica economica di Lula e reclamare la riforma agraria, eterna promessa
mai mantenuta del presidente operaio. Sono i Sem terra, il movimento che
cinque anni fa portò Luis Inacio da Silva alla vittoria, e che, lo scorso
anno, con uno sforzo estremo date le continue delusioni, gli rinnovarono
l'appoggio, imponedogli in cambio il rispetto della parola data. Adesso però
il suo tempo è scaduto e la manifestazione di ieri, realizzata alla vigilia
della giornata conclusiva del loro V Congresso nazionale, ne è la
dimostrazione.
Gli accaniti rappresentanti del movimento hanno tracciato le
linee programmatiche dei prossimi cinque anni e, come strategia di punta
hanno scelto di tenere sotto pressione il governo, fino al raggiungimento di
quello che ancora adesso pare un miraggio: la terra ai contadini.
Prima tappa. Durante il corteo terminato davanti al palazzo presidenziale, i
Senza terra hanno anche approfittato per aggiungere benzina sul fuoco della
protesta. Davanti all'ambasciata statunitense, hanno dichiarato il loro
rigetto verso Geroge W. Bush e le guerre Usa; poi, di fronte al ministero
degli Esteri, hanno protestato per la presenza delle truppe Onu ad Haiti,
definendole forze occupanti.
Nella loro prima tappa, hanno bloccato l'area antistante l'ambasciata degli
Stati Uniti, piantonata per l'occasione da 116 agenti dei 1100 dispiegati a
presidiare il percorso di cinque chilometri lungo il quale è sfilato il
corteo. Una volta radunati uno per uno, hanno deposto a terra venti bare
coperte da bandiere nere, in memoria dei “milioni di vittime provocate”
dagli Usa nel mondo. Ogni bara era riferita a un paese in particolare, fra
cui il Nicaragua, Haiti, Panamá, El Salvador, l'Argentina, il Cile, il
Guatemala, l'Iraq, l'Afghanistan, il Vietnam e la Cambogia.
Seconda tappa. Erano 17.500 persone, (9 mila per la polizia), armate di
striscioni e bandiere rosse con lo stemma del movimento. Con compostezza,
dopo aver gridato slogan anti-Bush, si sono quindi diretti verso la sede del
ministero delle Relazioni Estere, per manifestare il “ripudio” per la
presenza delle truppe straniere nell'isola delle Antille. “Gli haitiani
hanno bisogno della solidarietà dei popoli, non di interventi militari sotto
l'ala dell'impero”, ha dichiarato Vladimir Martini, uno dei membri del
coordinamento nazionale dell'Mst, che ha definito una “vergogna” che proprio
il Brasile sia al comando di queste truppe.
Tappa finale. La marcia si è quindi conclusa nella piazza che ospita
governo, parlamento e tribunale supremo di giustizia, i tre poteri, nessuno
dei quali è stato risparmiato dai contadini contestatori. Joao Pedro
Stedile, leader del movimento, ha preso la parola per accusare a gran voce
Lula, il potere legislativo e quello giudiziario di “mantenere uno Stato
borghese” che chiude le porte a una “vita degna” per i piccoli contadini. Da
qui la condanna del modello agricolo instaurato dal presidente, che a suo
dire “favorisce solo gli esportatori, i banchieri e le multinazionali”, e la
conferma senza sé e senza ma del profondo bisogno di una riforma agraria,
che tenga conto dell'agricoltura familiare quale pilastro dello sviluppo
economico e sociale.
E, a futura memoria di quanto ribadito in questa giornata dalla marea di
contadini decisi a non arrendersi, è stato piantato nel bel mezzo della
piazza un gigantesco cartello che recita: “Accusiamo i tre poteri di
impedire la riforma agraria”.
venerdì 15 giugno 2007
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