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Impatto ambientale dei data center: Meloni e la Regione Lombardia svendono acqua, suolo ed energia alle Big Tech. Stiamo con i comitati, e la sinistra deve scegliere da che parte stare

Diciamolo subito, così nessuno fraintende: questo è un articolo di parte. Kratologos sta con i comitati che si oppongono ai data center delle multinazionali, contro un governo e una Regione che hanno deciso di mettere il territorio italiano al servizio delle Big Tech americane. Non c’è una posizione equidistante tra chi si prende l’acqua di una falda e chi quella falda la beve. In Lombardia i data center sono già 32 e ne arrivano altri 45. Il dato lo ha messo in pagina il Manifesto con un titolo che non lascia margini: i data center invadono la Lombardia. Dietro c’è una corsa che ha la forma di un’occupazione, silenziosa finché i cantieri non si aprono, e che riguarda energia, acqua e suolo agricolo di un intero Paese.

L’impatto ambientale dei data center non è una questione tecnica da delegare agli ingegneri, ed è falso chi la presenta così. È un conflitto politico, e ha due parti. È la più grande operazione di prenotazione del territorio italiano degli ultimi decenni, condotta quasi interamente da multinazionali straniere, con procedure accelerate da Roma e da Milano e senza che nessuno abbia chiesto ai territori se vogliono diventare la sala macchine dell’intelligenza artificiale altrui. Ma sull’impatto ambientale dei data center qualcosa si muove. In Lombardia è nata una rete di comitati che ha già fermato o rallentato alcuni progetti, ha scritto un manifesto di quattordici pagine e il 10 ottobre scende in piazza a Milano. Il documento, firmato a Lacchiarella il primo settembre e intitolato «Verso un movimento contro lo sviluppo irrazionale dei data center», è la cosa più seria che sia stata scritta in Italia sul tema. Più seria, va detto, di qualsiasi atto prodotto finora dal governo o dalla Regione. Chi lo liquida come la protesta di chi non vuole il capannone sotto casa non lo ha letto. Il manifesto dice il contrario: «Questo impegno non nasce da una contrarietà a priori alla tecnologia, alla digitalizzazione o all’intelligenza artificiale». Nasce dalla richiesta di sapere chi decide, chi guadagna e chi paga. Sono esattamente le domande che le istituzioni hanno scelto di non porsi, e che su questo blog poniamo ai partiti in vista delle elezioni politiche del 2027.

Novantacinque gigawatt: la speculazione prenota il Paese prima che il Paese decida Il numero che spiega tutto è quello di Terna. Ad agosto 2026 il gestore della rete aveva in coda 531 domande di connessione per data center, per 95,38 gigawatt, di cui 300 arrivate solo da gennaio. Erano un gigawatt nel 2021, trentuno nel 2024. La Lombardia da sola ne chiede 46. Per avere la scala: la punta massima di domanda dell’intera rete elettrica italiana sta intorno ai 55-60 gigawatt. Quasi tutto questo è carta. Terna stessa definisce la coda irrealistica e stima che entro il 2030 si costruiranno realisticamente fra 1,5 e 2 gigawatt; solo 15 domande sono in fase avanzata. Circa il 60 per cento delle richieste arriva da soggetti immobiliari, della logistica o privati senza un progetto industriale dichiarato. Presentare una domanda costa poco e vale molto: blocca capacità di rete su un terreno, e quel terreno diventa un asset da rivendere. Ecco il meccanismo, ed è più importante del singolo capannone. Il 95 per cento delle richieste è carta, ma la carta serve a prenotare la rete, il suolo e l’acqua prima che qualcuno decida se vuole darli. Il mercato opera la scelta che la politica non ha fatto, e quando la politica arriva trova il territorio già diviso in lotti. Anzi, peggio: non arriva affatto, o arriva per firmare. Chiamarlo sviluppo è un insulto all’intelligenza; è una speculazione immobiliare ed energetica con il timbro dello Stato. Energia, acqua, suolo: l’impatto ambientale dei data center lo paghiamo noi Sull’energia i numeri globali sono noti. L’Agenzia internazionale dell’energia stima che i data center nel mondo raddoppieranno i consumi elettrici arrivando a circa 945 terawattora nel 2030, più dell’intero consumo del Giappone di oggi. In Italia il settore ha consumato 3,9 terawattora nel 2024, l’1,3 per cento del totale nazionale; lo scenario considerato realistico al 2030 porta fra 14 e 20 terawattora aggiuntivi, cioè fino al 7 per cento della domanda del Paese. Tutto questo mentre a luglio la rete ha toccato il record di consumi mensili per il caldo. Il manifesto dei comitati mette i numeri italiani nella loro cornice. Le richieste di potenza, circa 90 gigawatt nel loro calcolo, superano l’intera potenza installata da fonti rinnovabili, che si aggira intorno ai 75. Anche solo i circa 30 progetti oggi in valutazione ambientale consumerebbero oltre 15 terawattora l’anno, il 6 o 7 per cento del fabbisogno nazionale, e con questo ritmo al 2035 i data center potrebbero assorbire fra il 10 e il 15 per cento dell’elettricità del Paese. Chi racconta che basteranno le rinnovabili dovrebbe spiegare da dove arriverà il resto, e perché a pagarlo in bolletta dovrebbero essere famiglie e imprese. C’è poi la rete. Per alimentare i nuovi impianti Terna prevede, secondo il calcolo dei comitati, 26 nuove stazioni elettriche di alta tensione e grandi impianti di batterie di accumulo, autorizzati dai ministeri e spesso collocati in parchi regionali o a ridosso delle case. Il manifesto pone la domanda che nessun assessore ha voluto sentire: mentre milioni di cittadini subiscono blackout e sovraccarichi a ogni ondata di calore, perché gli investimenti sulla rete dovrebbero andare prima di tutto a nutrire i data center? Sull’acqua l’impatto ambientale dei data center è più opaco, perché le aziende non pubblicano i consumi sito per sito. Un data center grande con raffreddamento evaporativo consuma fra 11 e 19 milioni di litri al giorno, il fabbisogno di una città da 30 a 50 mila abitanti. Nella contea di Loudoun, in Virginia, la capitale mondiale del settore, i data center hanno bevuto quasi 900 milioni di galloni nel 2023, in gran parte acqua potabile. In una Pianura padana che esce da anni di siccità e che vede la falda abbassarsi, non è un dettaglio. Poi c’è il suolo. Secondo i dati riportati dal Manifesto, il 48 per cento delle aree destinate ai nuovi data center lombardi è oggi a uso agricolo. Capannoni ciechi da decine di migliaia di metri quadrati, recintati, sorvegliati, con generatori diesel di emergenza e impianti di raffreddamento che producono rumore giorno e notte. E pochissimo lavoro: in tutta Italia gli occupati diretti del settore sono circa 1.200. Un data center consuma come una città e impiega come un supermercato. Il manifesto aggiunge due capitoli che nelle cronache non compaiono quasi mai. Il primo sono le isole di calore: nel caso di Siziano è la documentazione dello stesso proponente a prevedere un aumento delle temperature fino a circa due gradi nel raggio di 400 metri, per un impianto di dimensioni contenute. Il secondo sono i generatori di emergenza a gasolio, con le loro emissioni concentrate in territori come la Pianura padana che già sforano i limiti dell’Organizzazione mondiale della sanità, e i depositi di carburante che possono far rientrare gli impianti nella normativa Seveso sui rischi di incidente rilevante. Il punto politico sta in una frase: ogni impianto viene valutato da solo, mai insieme agli altri. Nessuno calcola cosa succede al microclima, all’aria, al rumore e alla rete quando in pochi chilometri si concentrano dieci campus. «La ridondanza del singolo data center non è la stessa cosa della resilienza del territorio», scrivono i comitati. È una lezione di pianificazione che un assessorato regionale avrebbe dovuto dare, non ricevere.

L’Irlanda ha già visto il film: i server ingrassano, le famiglie pagano Chi vuole sapere come finisce deve guardare a Dublino. In Irlanda i data center hanno assorbito il 22 per cento dell’elettricità nazionale nel 2024, più di tutte le abitazioni urbane del Paese messe insieme, con proiezioni al 31 per cento entro il 2034. Già nel 2021 il gestore di rete EirGrid aveva dovuto chiedere lo stop a nuove connessioni nell’area di Dublino, perché i data center si stavano mangiando metà della capacità disponibile. Il conto lo hanno pagato le famiglie: l’aumento stimato in bolletta fra 2015 e 2023 è di circa 360 euro l’anno, e la crescita delle rinnovabili è servita a malapena a coprire la nuova domanda dei server invece di ridurre le emissioni. Il vento irlandese, in pratica, alimenta i cloud americani. È questo il modello che la Lombardia sta importando, con in più un problema d’acqua che l’Irlanda non ha. Governo e Regione: complici, non arbitri Governo e Regione non sono arbitri distratti di questa partita. Sono giocatori, e giocano per la squadra delle multinazionali. Con il decreto legge 21 del 20 febbraio 2026 il governo ha introdotto un procedimento unico di autorizzazione per i data center, che assorbe valutazione di impatto ambientale, autorizzazioni paesaggistiche e integrate in una sola decisione da chiudere in dieci mesi. Per gli investimenti sopra il miliardo scatta l’interesse strategico nazionale preminente. Tradotto: più il progetto è grande, meno spazio hanno i territori per discuterlo. I comitati lo chiamano con il suo nome: «tendenza allo stato di eccezione». Un decreto d’urgenza, infilato in un provvedimento sulle bollette, accorpa valutazioni che la legge europea tiene separate proprio perché hanno funzioni diverse. Non esiste una legge organica nazionale sui data center, non esiste un piano, non esiste una stima pubblica di quanti ne servano. Esiste solo la procedura per costruirli più in fretta. È il paradigma che abbiamo già visto altrove: si dichiara un’opera strategica e da quel momento le regole ordinarie, e con esse i cittadini, diventano un intralcio. E qui la contraddizione del governo Meloni è totale. Lo stesso esecutivo che ha fatto della sovranità nazionale la sua bandiera sta consegnando rete elettrica, falde e suolo agricolo a Microsoft, Amazon, Google e ai fondi che controllano gli altri operatori, con una corsia preferenziale che nessuna impresa agricola o artigiana italiana si è mai vista offrire. Il manifesto ricorda anche il perché geopolitico: l’Italia è al centro dei corridoi digitali destinati a collegare l’Europa con Israele, i Paesi arabi e l’India. Non si sta costruendo un’infrastruttura per gli italiani, si sta affittando il territorio italiano a una filiera globale. I comitati parlano di un progetto che ha «tutti i crismi di un progetto coloniale». Difficile dar loro torto. La Lombardia, prima Regione in Italia, ha approvato il 26 maggio la sua legge sui data center. Indirizza i nuovi impianti verso le aree dismesse, chiede il recupero del calore di scarto e prevede compensazioni per i comuni. Ma non vieta niente: chi vuole costruire su terreno agricolo paga oneri raddoppiati, chi vuole costruire in un’area verde li paga triplicati. Non è un argine, è un listino. Per aziende che investono decine di miliardi, qualche milione di oneri in più è una voce di bilancio, non un ostacolo. La legge è passata con i soli voti del centrodestra. L’assessore Massimo Sertori l’ha presentata come un insieme di «regole certe, procedure omogenee» per dare un quadro stabile agli investimenti. È la frase che spiega tutto: la certezza è per chi investe, non per chi abita. Nessun limite complessivo di potenza, nessun tetto al consumo idrico, nessuna valutazione cumulativa obbligatoria, nessun potere vero ai comuni che dicono no. Una Regione che ha davanti centinaia di richieste e sceglie di regolare il prezzo invece della quantità ha già deciso da che parte stare. Lo scrivevo già a giugno: il suolo è italiano, ma il dato è di chi? I server stanno in Brianza, la giurisdizione sta a Washington. Un governo che si riempie la bocca di patria e poi consegna le infrastrutture strategiche del Paese a Microsoft e Amazon non difende la nazione: ne gestisce la svendita.
https://kratologos.it

lunedì 28 settembre 2026


 
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