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QUANDO IL NOME NON DICE LA COSA

Pubblichiamo, per tutti coloro che non hanno potuto partecipare alla presentazione del libro di Gianfranco Pancino "RICORDI A PIEDE LIBERO", l'introduzione al libro che Mimmo Sersante ha offerto al pubblico in sala.

QUANDO IL NOME NON DICE LA COSA Da qualche settimana circola in rete una fanzine dello stesso Gianfranco che riassume al meglio il nostro libro. È il motivo per cui, conoscendo l’innata curiosità dei compagni a voler tutto sapere per tempo, dò per scontato quanto meno una sua pre-comprensione da parte dei presenti. Insomma, penso conosciate il libro già prima di cominciare a sfogliarlo. Per dirla col poeta, galeotto fu la fanzine e chi la scrisse. Non mi va allora di ripercorrere la lunga storia di Gianfranco e neppure soffermarmi su una delle tre vite che ha avuto in sorte di vivere intensamente. Non quella vissuta in sintonia col movimento rivoluzionario dell’Autonomia operaia degli anni ’70 e neppure la storia del suo esilio prima e della sua avventura scientifica poi. Non voglio confonderle, dice a ragione Gianfranco, con la mia storia, con quello che di essa mi resta nel ricordo. Da qualche anno la nostra generazione, intendo la mia, di Gianfranco, di Gianni e di tanti compagni che sono qui presenti, è afflitta da un eccesso di senso storico. Il catalogo di Derive Approdi è lì a dimostrarlo. Tredici volumi solo sull’Autonomia e in aggiunta quelli sulle organizzazioni combattenti. Per non parlare della ristampa delle riviste di quel decennio. E poi l’attivazione degli archivi, in particolare l’Archivio Autonomia progettata e creata qui a Padova per raccontare e salvaguardare la storia dell’Autonomia Operaia Italiana, la sua memoria documentale, audio e video. A cercare, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ecco, personalmente sono convinto che la mia generazione stia soffrendo da qualche tempo di una malattia storica i cui sintomi sono l’eccessivo legame con quel passato e l’atrofizzazione di ogni elemento creativo e attivo. Non auguro a nessuno di vivere solo nel passato, senza più stimoli a creare nuova storia, spettatori rassegnati del corso inarrestabile degli eventi.

Fortunatamente non ne sono afflitti i giovani e non mi si venga a dire che la loro disgrazia non è poi così diversa dalla nostra per quel loro ancoraggio a questo presente che subirebbero passivamente come accade a noi altri. La nostra è un’impotenza per saturazione di storia, la loro no e questo è la loro salvezza.Forse aveva ragione Nietzsche: ogni tanto la vita ha bisogno di oblio. Negri era d’accordo con lui. Quello che mi interessa– diceva –è la mancanza di memoria. Come possono esistere un sapere rivoluzionario(…) e una teoria della conoscenza su questo terreno (…) fuori dalla memoria storica del movimento, indipendentemente dalla sua continuità e dalle cesure e dai suoi problemi. Una domanda da rivolgere evidentemente alle nuove generazioni che a differenza della nostra non hanno bisogno di apprendere l’arte di dimenticare. Riascolto Gianfranco. La mia storia – dice – non è la storia del movimento rivoluzionario degli anni ’70 in Italia, non è la storia dell’Autonomia operaia, non è la storia di un’avventura scientifica, è la mia storia, anzi quel che me ne resta nel ricordo. E due righe sopra aveva detto di avere avuto in sorte la fortuna di vivere tre vite diverse, ognuna vissuta intensamente: la vita politica, la più entusiasmante; la vita del fuggitivo, sdoppiata e avventurosa; e la vita rifondata dello scienziato. Non sta dicendo due cose diverse e certamente non sta cancellando dalla sua vita la rivoluzione come non le sta togliendo l’esperienza dell’esilio e della ricerca. Se lo avesse fatto, della sua vita rimarrebbe un resto che non sarebbe neppure un resto ma solo un vuoto a perdere. La verità è che l’autonomo rivoluzionario, l’esule fuggiasco e lo scienziato sono le tre maschere di Gianfranco allo stesso modo che Arianna con Teseo, Cristo con Budda e Dioniso erano tre maschere di Nietzsche. Solo che la dissimulazione era la passione del filosofo il quale con le sue maschere giocava a nascondersi mentre Gianfranco non gioca a fare l’autonomo, l’esule e lo scienziato. Nel tempo della sua vita è stato ora l’autonomo, ora l’esule, ora lo scienziato. Sempre in scienza e coscienza. Per l’appunto tre vite vissute intensamente e a viso scoperto, senza fingimenti. Come si dice, col cuore in mano. L’autobiografia come genere a sé non è vero che garantisce automaticamente la stessa immedesimazione sincera. Nel racconto di Gianfranco sono rispettate tutte le condizioni formali che ne fanno per l’appunto un’autobiografia – penso all’identità dell’autore e del narratore e a quella fra narratore e personaggio principale – ma a fare la differenza è il modo in cui la sua vita individuale e il farsi della sua personalità vengono difesi da inopportune interferenze. E inopportune interferenze possono essere proprio la storia sociale e politica che pure, di necessità, trovano il loro spazio nella vita individuale, nella sua come in quella di noi altri. Lo diventano quando una qualche filosofia della storia provvede ad assoldarle. A mo’ di esempio vorrei prendere l’autobiografia di Toni che poi non capisci se è una biografia, un romanzo personale o un autoritratto. Voglio accennarne perché la sua prima puntata è dedicata anche a Gianfranco, Pancio nella dedica. È il titolo stesso –Storia di un comunista– a svelarci l’inghippo. E in effetti la vita di Toni vi appare saturata di storia: l’infanzia e la guerra del fascismo, l’università e la ricostruzione postbellica, la conversione marxista e le prime lotte operaie al ritmo delle quali vivrà la sua vita fra gli anni Sessanta e Settanta. A riprova di un siffatto storicismo, l’assenza di un qualche strappo vero e sofferto. Lo stesso che accade alle tante maschere dello Spirito di Hegel che sopportano la sventura, si mantengono in essa e conquistano la propria verità. Di contro la mia storia – torno al già detto di Gianfranco – non è la storia del movimento rivoluzionario degli anni ’70 in Italia, non è la storia dell’Autonomia operaia, non è la storia di un’avventura scientifica. Quella di Toni, sì. In essa vive lo spirito dei tempi, nascosto questa volta dietro la maschera di «un comunista». Il risultato è che il comunista Toni non c’è e non c’è perché ha subito la sorte che lo storicismo riserva al singolo in nome del Tutto. Evidentemente non è una questione di nome o di nomignolo. I più lo credono e infatti si dice che il soggetto più profondo dell’autobiografia sia per l’appunto il nome proprio. Eppure, nonostante la passione del nome proprio profusa nell’autobiografia come genere a sé, c’è chi gli preferisce l’anonimato. Per parte mia gli preferisco la singolarità, più precisamente la singolarità individuale di quel nome proprio. Col semplice nome, col nome tout court, non è detto che sia oro tutto quello che luccica mentre la sua singolarità difficilmente t’imbroglia. Ad esprimerla direttamente è l’uso della prima persona: io, io, io. Io con mio fratello, mia sorella, mia madre. Io con Kit, con i compagni di Rosso, con Loredana, con Gualtiero. Io con Pierre nei laboratori di ricerca. Per non confondermi con nessun altro, ci sta dicendo Gianfranco, e perché non voglio nascondermi dietro qualche maschera ma voglio restare sempre me stesso, ora come autonomo, ora come esule, ora come scienziato. E sempre in situazione. Gianfranco, nel suo racconto, è questa singolarità che rivendica, una singolarità che sfugge al nome proprio perché il nome proprio non riesce a dirla a sufficienza.

Lo ripeto: non basta dire che l’autobiografia come genere deve far aggio sul nome esigendone semplicemente l’onnipresenza perché indichi l’autore in copertina, il narratore del racconto e il personaggio di cui si parla. Si capisce che la cosa che mi convince di più in Ricordi a piede libero è questa singolarità, è essa la prova immanente di questa autobiografia, la sua categoria centrale. Certo, solo alla fine della lettura ce ne accorgiamo. È allora che in un atto di immediata visione Gianfranco è insieme e separatamente l’autonomo rivoluzionario, l’esule fuggitivo, il virologo ammaliato dalla ricerca. Insieme e separati. In Ricordi a piede libero senti l’urlo di quell’io. E questo fa la differenza. Lo storicismo invece è sordo ai rumori del mondo e ne riduce all’insignificanza la contingenza. Forse mi sbaglio ma la parola «comunista» neppure nella sua funzione aggettivale è presente nella nostra autobiografia e la cosa non mi meraviglia perché Gianfranco non ha bisogno di farsi conoscere attraverso la maschera del comunista duro e puro. Ha la sua faccia che poi è anche il suo nome e questo gli basta. Quanto alle parole «comunista» e «comunismo», esse sono nella sua vita stessa. È lì che il lettore deve cercarle. (di Mimmo Sersante)
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domenica 11 febbraio 2024


 
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