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Il Regno Unito vuole bandire di fatto le manifestazioni di protesta.

Se approvato, il Public Order Bill fortemente voluto dal governo dei Tories proibirebbe di fatto tutte le forme di protesta capaci di creare un “disagio” nell’ambiente circostante. Nel Regno Unito la Premier Liz Truss si è dimessa mettendo fine all’esperienza di governo più breve nella storia della nazione, appena 45 giorni dopo che Truss era succeduta a Boris Johnson alla guida dei Tories. Il Paese è nel caos e anche i sondaggi ormai sembrano certificare una consapevolezza generale rispetto a quanto la maggioranza conservatrice si sia mostrata inadeguata a gestire le varie tempeste abbattutesi sull’isola negli ultimi anni, dalla Brexit alla pandemia. Tuttavia, alcuni dei segni di tale inadeguatezza rischiano di cambiare per sempre il volto della liberale Gran Bretagna: il primo e il più inquietante è certamente il Public Order Bill. La legge voluta dalla ministra dell’Interno Priti Patel prima e dalla sua successora Suella Bravermann dopo, approvata pochi giorni fa alla House of Commons, amplia i poteri della polizia di prevenire e reprimere le proteste considerate “antisociali”, privando i cittadini del diritto di protesta attraverso la criminalizzazione di alcune fra le più utilizzate forme di manifestazione, e conferendo poteri speciali di fermo e perquisizione con l’esplicito intento di prevenire le più sgradite, inventando reati di tipo nuovo e fattispecie criminogene appositamente pensate in chiave repressiva.

Nel mirino, ufficialmente, ci sono le organizzazioni ambientaliste: la rete ambientalista Extinction Rebellion, Just Stop Oil (l’organizzazione delle due giovani nell’occhio del ciclone per aver lanciato salsa di pomodoro sulla teca de “I girasoli” di Van Gogh al National Museum di Londra) e Insulate Britain, un movimento di protesta che chiede a gran voce la coibentazione di tutte le abitazioni britanniche, popolari e non, entro il 2030. Realtà che fanno spesso uso di metodi di protesta stigmatizzati dal Governo – e da una parte dell’opinione pubblica – perché in grado di provocare “disagio” (nel testo ufficiale inglese si parla di “disruption”): l’incatenamento o la formazione di catene umane, la costruzione di tunnel sotterranei per impedire alcune opere, l’accampamento di protesta, o il blocco del traffico. Tutti metodi in voga da decenni in Gran Bretagna così come negli Stati Uniti e altrove – più recentemente anche in Italia – per creare proteste sonore, capaci effettivamente di provocare reazioni e dunque alzare il livello di attenzione o quanto meno di visibilità sui temi di cui si intende parlare. Ma anche da tempo nel mirino della repressione: secondo i dati degli Interni britannici, solo nel mese di ottobre gli attivisti di Just Stop Oil arrestati sarebbero oltre trecentocinquanta. Come dimostra la quantità di polemiche e discussioni seguita alla “protesta dei girasoli” della scorsa settimana, si può certamente essere in reciproco disaccordo sull’efficacia, la validità o l’utilità di alcune forme di protesta. Da qui a reprimerle con la forza pubblica o a criminalizzare chi le realizza, tuttavia, ci passa una bella differenza. Vista la vaghezza del termine “disruption”, virtualmente il Public Order Bill conferisce alle forze dell’ordine un ampio margine di manovra per agire repressione verso i manifestanti ogni qualvolta la loro presenza si ritenga fastidiosa per qualsivoglia motivo. E una condanna potrebbe costare fino a tre anni di carcere. Ma esiste forse una protesta pubblica che non abbia lo scopo di provocare un disagio attraverso il quale risvegliare una consapevolezza? Uno sciopero, un sit-in, un corteo che costringe a deviare il traffico, sono tutte azioni volte a cambiare la routine di una realtà sociale. Una protesta che non crea una qualche forma di disagio non è più una protesta: diventa un evento da cartellonistica condito di qualche messaggio sociale.

Il Public Order Bill è stato ritenuto da numerose organizzazioni dei diritti umani un pericoloso passo indietro nella difesa della libertà di protesta e manifestazione. A maggior ragione perché fra i poteri conferiti alle forze dell’ordine c’è anche quello di adottare uno “stop and search” – fermo e perquisizione – anche a scopo preventivo, che può portare alla limitazione della libertà di movimento delle persone fermate persino in totale assenza di condanne. Un fermato, una fermata potranno essere sottoposti a misure cautelative anche per la durata di diversi anni o a tempo virtualmente indefinito, che vanno dall’obbligo di firma al braccialetto elettronico all’interdizione alla presenza in piazza, all’esplicito scopo di bandire la partecipazione di queste persone a successive proteste. L’associazione per la difesa dei diritti umani JUSTICE, in prima fila fin dall’inizio della trafila legislativa di questa proposta, ha scritto che “è improbabile che il disegno di legge sia conforme alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in particolare all’articolo 10 della CEDU (libertà di espressione) e all’articolo 11 della CEDU (libertà di riunione e di associazione). Le misure che consentono allo Stato di limitare indebitamente questi diritti rischiano senza dubbio di rappresentarne una violazione, soprattutto se la Convenzione serve a proteggere non solo le idee e le opinioni popolari, ma anche quelle che “offendono, scioccano o disturbano lo Stato o qualsiasi settore della popolazione”. Analogamente, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha affermato che “la libertà di partecipare a un’assemblea pacifica […] è di tale importanza da non poter essere limitata in alcun modo, a condizione che la persona interessata non commetta essa stessa alcun atto riprovevole”. Per JUSTICE, il disegno di legge, che ha trovato contrarietà anche presso alcune realtà di rappresentanza degli organi di polizia, “servirebbe a dare carta bianca alla polizia per prendere di mira i manifestanti: leggi simili si trovano in Russia e Bielorussia”. Prendere di mira su base razzista o classista. In una società fortemente razzializzata come quella britannica, questo tipo di poteri consentirebbe infatti alle forze dell’ordine di amplificare ulteriormente la repressione temeraria verso i profili più discriminati, per esempio quello dei giovani neri; dall’altra parte, anche gli scioperi rischierebbero pericolosamente di finire nel mirino, particolarmente quelli nel settore ferroviario, molto frequenti negli ultimi tempi in Gran Bretagna.

Un’ampia rete di associazioni per la difesa dei diritti democratici, fra cui Greenpeace, Amnesty International, Actionaid e altre, in una presa di posizione congiunta ha chiesto con forza al Parlamento di respingere la legge – che ora passerà alla House of Lords – ricordando come molte delle sue misure fossero state già a gennaio scorso tagliate fuori da un’altra legge, il Police, Crime, Sentencing and Courts Act, la quale già ampliava fortemente la possibilità repressiva delle forze dell’ordine, come si è visto con i mille esempi della brutale repressione delle manifestazioni anti-monarchiche seguite alla morte di Elisabetta II: per citarne alcuni, una donna di Edinburgo che esponeva un cartello con la scritta “Abolish Monarchy” durante la cerimonia di incoronazione del nuovo re Charles III è stata accusata di “interruzione della pubblica quiete”; a Oxford, un altro uomo è stato arrestato solo per aver urlato “Chi lo ha eletto?”. Ora questa nuova legge rischia, dicono le associazioni, di “creare un ambiente ostile all’esercizio dei diritti umani” in Gran Bretagna avvicinando pericolosamente la patria della libertà d’espressione a diventare, senza esagerazioni, uno Stato di polizia. (di Federica D'Alessio - https://www.micromega.net)
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martedì 25 ottobre 2022


 
News

FPP2 GRATIS, ANNUNCIO DI BIDEN, COSA ASPETTA DRAGHI?
Il presidente USA Biden, raccogliendo la richiesta che da tempo avanza Bernie Sanders, ha annunciato che gli Stati Uniti forniranno mascherine ffp2 gratis ai cittadini. >>



Pesticidi in Unione europea.
La European Food Safety Authority (EFSA) ha pubblicato un report sugli ortaggi e frutta più contaminati da pesticidi... studio pubblicato nel mese di febbraio 2021 che discute i dati del 2019. In tutta Europa, nell’anno 2019, sono stati analizzati 96.302 campioni e la frequenza media si attesta su 19 analisi per 100mila abitanti. I paesi più virtuosi sono la Lituania (125 analisi su 100mila abitanti), la Bulgaria (104 analisi) e il Lussemburgo (81 analisi). I meno virtuosi sono la Gran Bretagna (1,5 analisi), la Spagna (5 analisi) e la Polonia (7 analisi). L’Italia e la Francia si attestano sulla media europea di 19 analisi per 100mila abitanti, la Germania appena un po’ in più con 25 analisi. >>



Sesto Rapporto IPCC - Working Group I su nuove conoscenze e cambiamenti climatici.
In occasione della presentazione del rapporto del Working Group I dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) che delinea le nuove conoscenze scientifiche in merito ai cambiamenti climatici, ai loro effetti e agli scenari futuri, di seguito sono proposti i dati del VI rapporto Ipcc riassunti e forniti dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac) di Bologna. Sesto Rapporto IPCC – Working Group I Annalisa Cherchi, Susanna Corti, Sandro Fuzzi Lead Authors IPCC WG I Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima Consiglio Nazionale delle Ricerche Bologna INTRODUZIONE SU IPCC Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), creato dalle Agenzie delle Nazioni Unite UNEP (UN Environmental Program e WMO (World Meteorological Organisation) nel 1988, ha il compito di redigere a scadenza regolare rapporti di valutazione sulle conoscenze scientifiche relative al cambiamento climatico, ai suoi impatti, ai rischi connessi, e alle opzioni per la mitigazione e l’adattamento. È attualmente in corso di finalizzazione il 6° Rapporto IPCC (AR6). Ogni Rapporto IPCC si compone di tre parti, ognuna redatta a cura di un apposito Working Group (WG). Working Group I: valuta le nuove conoscenze scientifiche emerse rispetto al rapporto precedente. Working Group II: valuta gli impatti del cambiamento climatico sull’ambiente e la società e le azioni di adattamento necessarie. Working Group III: valuta le azioni di mitigazione del cambiamento climatico. Ogni WG redige un rapporto mediamente dell’ordine di 2-3000 pagine, accompagnato da un Riassunto tecnico che mette in evidenza i punti salienti del rapporto e un breve Summary for Policy Makers ad uso dei responsabili politici dei paesi associati all’ONU, nei quali sono condensate per punti essenziali tutte le informazioni analizzate nel dettaglio nei singoli rapporti. Ogni WG si compone mediamente di 200-250 scienziati (Lead Authors) scelti su proposta dei singoli governi dal Bureau IPCC. La partecipazione dei singoli scienziati è volontaria e non retribuita. È bene ricordare che i risultati dei Rapporti IPCC sono basati esclusivamente sull’esame critico di diverse migliaia di lavori scientifici pubblicati (14.000 solo per quanto riguarda il WG I). I Rapporti IPCC, la cui stesura impegna gli scienziati per circa tre anni, sono soggetti prima della stesura finale a due fasi di revisione da parte di diverse centinaia di altri scienziati esperti del settore e da parte di esperti dei singoli governi. Il giorno 9 agosto 2021 verrà presentato ufficialmente il Rapporto del Working Group I dedicato allo stato dell’arte delle basi scientifiche del cambiamento climatico e degli avanzamenti rispetto all’ultimo rapporto AR5. Gli altri due Rapporti di cui si compone AR6 sono tuttora in corso di elaborazione e verranno presentati nei primi mesi del 2022. Per quanto riguarda il Working Group I, sui 234 Lead Authors provenienti da 66 Paesi, tre sono gli scienziati appartenenti a un’istituzione di ricerca italiana, tutti ricercatori dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche. >>