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LA PIÙ SENSATA TRA LE FORME DELLA POLITICA

Nell’estate del 1943, mentre gli alleati cominciavano a sbarcare e le bombe piovevano sul paese, agli studenti italiani fu risparmiato per quell’unica volta nella sua solenne storia l’esame di maturità. Pur non potendosi paragonare all’acme di una guerra devastante, la pandemia ha rappresentato e rappresenta uno scarto importante dalle abitudini, dalle possibilità e dalla vita relazionale di una società e delle sue articolazioni tra le quali il mondo della scuola occupa una posizione centrale. Il danno subito che gli studenti denunciano è reale e tutt’altro che irrilevante. Non solo sul lato psicologico, quello solitamente più citato, ma anche e soprattutto per la rimozione, ricorrente negli ultimi due anni, di quel tessuto relazionale e di quelle interazioni (fisiche, emotive, a volte culturalmente illuminanti) che eccedono i contenuti e le procedure dell’insegnamento, ma costituiscono un fattore decisivo nello sviluppo della soggettività e della vita pubblica. Lo schermo della didattica a distanza contraddice in pieno quell’orizzontalità che la retorica dominante è solita attribuire alla generale interconnessione digitale. E quando non consente alternative, sottolinea piuttosto che lenire un sentimento di mancanza e deprivazione.

I ministri della pubblica istruzione incarnano, da tempo ormai quasi immemorabile, il massimo di ideologia che un governo occidentale possa permettersi, incuranti dei risultati miseri quando non disastrosi delle riforme a cui ciascuno ambiva legare il proprio nome, come i grandi medici tedeschi del passato a quello di una malattia. Tutti convinti di agire “all’altezza dei tempi” che però non mancavano puntualmente di contraddirli. Non stupisce allora che il ministro Bianchi pretenda, nel perseguire ottusamente il suo modello dirigista di “maturità”, di prescindere non solo dal punto di vista di chi empiricamente vive la realtà della scuola, ma anche dal contesto profondamente anomalo e disagevole rappresentato dalla pandemia. Chissà cosa avrebbe deciso nel 1943, quando almeno l’emergenza bellica scongiurò velleità riformiste. Di certo, nel 2022, si accoda alla già folta schiera di una classe politica impegnata nel dimostrare nei fatti che la crisi pandemica non è occasione di alcun ripensamento e che di altro non si tratta che di restaurare per filo e per segno gli assetti precedenti. Gli studenti delle scuole superiori che si sono mobilitati in massa in tutto il paese a partire da una condizione vissuta riportano in vita la più sensata tra le forme della politica, quella che passa al contropelo i precetti delle ideologie dominanti e il senso comune che si trascinano dietro. Il primo obiettivo delle mobilitazioni studentesche è infatti l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro e, a maggior ragione, della sua obbligatorietà. Partorita dal modernizzatore di turno quando tra apprendimento, conoscenza e lavoro solo la più retriva delle ideologie si ingegnava ancora a tracciare confini, l’alternanza oscilla tra fantasie reazionarie e simulazione propagandistica, con possibili esiti tragici come purtroppo abbiamo visto.

Del tutto estranea all’articolazione reale delle forze produttive questa “riforma” si aggiunge alla lunga lista delle misure dedicate all’impossibile compito (per fortuna) di adeguare il mondo della scuola alla domanda delle imprese. Con il risultato di impoverire il primo e di confermare le seconde nella propria conservativa autoreferenzialità. Quanto più l’innovazione e la forza produttiva si sviluppano al di fuori del mondo del lavoro (o attraversandolo all’occasione opportunisticamente) tanto più i “riformatori” sproloquiano sul valore formativo della sua arcaica disciplina. La materia che l’alternanza obbligatoria impone è in buona sostanza, per usare un’espressione ormai bandita dal lessico della politica, il lavoro sotto padrone e l’obbligo di adattarsi a effimere mansioni. Oppure solo una grottesca messa in scena. Questo attrito crescente tra il lavoro salariato nella sua forma stabile, e oramai più spesso precaria, e l’esperienza di vita relazionale, tutt’altro che astenica e improduttiva delle giovani generazioni, sottende da quasi mezzo secolo l’insorgere dei movimenti. Dal lontano 1977 alla Pantera, dall’Onda, al movimento attuale. Tanto lungo è stato il processo di superamento della società del lavoro mantenendone però le leggi, le misure, i rapporti di forze. Piegando cioè l’intero tempo di vita ai molteplici e mutevoli dispositivi dello sfruttamento. Le insorgenze che si sono di volta in volta opposte a questo processo, con tutte le diversità che le contraddistinguono, non rappresentano una coazione a ripetere, ma il filo conduttore di un conflitto mai del tutto sopito.

Seppure malconcia, sempre meno credibile, orfana di molti amati feticci, tanto più aggressiva quanto più incoerente e stantia, l’ideologia dominante dello stato e del mercato, nonché le politiche che vi si ispirano, non sono state certo sconfitte. Ma ogni movimento può assestare un ulteriore colpo e aprire una nuova crepa, grande o piccola che sia. Lo auguriamo agli studenti che occupano le scuole e invadono le piazze in questi giorni. (di Marco Bascetta) Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto l’11 febbraio 2022. Foto di copertina del gruppo Facebook “Rete degli studenti medi”
www.euronomade.info

domenica 13 febbraio 2022


 
News

FPP2 GRATIS, ANNUNCIO DI BIDEN, COSA ASPETTA DRAGHI?
Il presidente USA Biden, raccogliendo la richiesta che da tempo avanza Bernie Sanders, ha annunciato che gli Stati Uniti forniranno mascherine ffp2 gratis ai cittadini. >>



Pesticidi in Unione europea.
La European Food Safety Authority (EFSA) ha pubblicato un report sugli ortaggi e frutta più contaminati da pesticidi... studio pubblicato nel mese di febbraio 2021 che discute i dati del 2019. In tutta Europa, nell’anno 2019, sono stati analizzati 96.302 campioni e la frequenza media si attesta su 19 analisi per 100mila abitanti. I paesi più virtuosi sono la Lituania (125 analisi su 100mila abitanti), la Bulgaria (104 analisi) e il Lussemburgo (81 analisi). I meno virtuosi sono la Gran Bretagna (1,5 analisi), la Spagna (5 analisi) e la Polonia (7 analisi). L’Italia e la Francia si attestano sulla media europea di 19 analisi per 100mila abitanti, la Germania appena un po’ in più con 25 analisi. >>



Sesto Rapporto IPCC - Working Group I su nuove conoscenze e cambiamenti climatici.
In occasione della presentazione del rapporto del Working Group I dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) che delinea le nuove conoscenze scientifiche in merito ai cambiamenti climatici, ai loro effetti e agli scenari futuri, di seguito sono proposti i dati del VI rapporto Ipcc riassunti e forniti dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac) di Bologna. Sesto Rapporto IPCC – Working Group I Annalisa Cherchi, Susanna Corti, Sandro Fuzzi Lead Authors IPCC WG I Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima Consiglio Nazionale delle Ricerche Bologna INTRODUZIONE SU IPCC Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), creato dalle Agenzie delle Nazioni Unite UNEP (UN Environmental Program e WMO (World Meteorological Organisation) nel 1988, ha il compito di redigere a scadenza regolare rapporti di valutazione sulle conoscenze scientifiche relative al cambiamento climatico, ai suoi impatti, ai rischi connessi, e alle opzioni per la mitigazione e l’adattamento. È attualmente in corso di finalizzazione il 6° Rapporto IPCC (AR6). Ogni Rapporto IPCC si compone di tre parti, ognuna redatta a cura di un apposito Working Group (WG). Working Group I: valuta le nuove conoscenze scientifiche emerse rispetto al rapporto precedente. Working Group II: valuta gli impatti del cambiamento climatico sull’ambiente e la società e le azioni di adattamento necessarie. Working Group III: valuta le azioni di mitigazione del cambiamento climatico. Ogni WG redige un rapporto mediamente dell’ordine di 2-3000 pagine, accompagnato da un Riassunto tecnico che mette in evidenza i punti salienti del rapporto e un breve Summary for Policy Makers ad uso dei responsabili politici dei paesi associati all’ONU, nei quali sono condensate per punti essenziali tutte le informazioni analizzate nel dettaglio nei singoli rapporti. Ogni WG si compone mediamente di 200-250 scienziati (Lead Authors) scelti su proposta dei singoli governi dal Bureau IPCC. La partecipazione dei singoli scienziati è volontaria e non retribuita. È bene ricordare che i risultati dei Rapporti IPCC sono basati esclusivamente sull’esame critico di diverse migliaia di lavori scientifici pubblicati (14.000 solo per quanto riguarda il WG I). I Rapporti IPCC, la cui stesura impegna gli scienziati per circa tre anni, sono soggetti prima della stesura finale a due fasi di revisione da parte di diverse centinaia di altri scienziati esperti del settore e da parte di esperti dei singoli governi. Il giorno 9 agosto 2021 verrà presentato ufficialmente il Rapporto del Working Group I dedicato allo stato dell’arte delle basi scientifiche del cambiamento climatico e degli avanzamenti rispetto all’ultimo rapporto AR5. Gli altri due Rapporti di cui si compone AR6 sono tuttora in corso di elaborazione e verranno presentati nei primi mesi del 2022. Per quanto riguarda il Working Group I, sui 234 Lead Authors provenienti da 66 Paesi, tre sono gli scienziati appartenenti a un’istituzione di ricerca italiana, tutti ricercatori dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche. >>