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Fuori l’acqua dal mercato, fuori il profitto dall’acqua.

1 – Il Servizio Idrico Integrato (S.I.I.) e la sua evoluzione nel tempo in Italia Nel 1994 la legge Galli 36/94 riordina l’intero sistema del ciclo delle acque, riunendo nel Servizio Idrico Integrato (SII) le diverse attività di captazione, trattamento e distribuzione di acqua potabile, raccolta e smaltimento delle acque reflue; i compiti di indirizzo e controllo restano in capo alle Regioni e ai comuni; la gestione del SII viene affidata a società pubbliche, private o miste pubblico-private; nella tariffa del SII vengono recuperati tutti i costi di gestione, permettendo inoltre una remunerazione del capitale investito del 7%, secondo il Metodo Tariffario Normalizzato (MTN) che verrà legiferato con D.M. del 1/8/1996. La mercificazione dell’acqua è sancita. Il SII non è un bene comune, ma una merce.

Nel 2006 il Decreto Ambientale (152/2006) è la normativa di riferimento per il Servizio Idrico Integrato: stabilisce che le regioni costituiscano gli ambiti territoriali ottimali e le Autorità d’ambito; riguardo alla tariffa rimane in vigore il MTN e nell’art, 154 esplicitamente si scrive che deve comprendere la remunerazione del capitale investito. Nel 2007 la Commissione Rodotà, che vede Stefano Rodotà presidente, Ugo Mattei vicepresidente e inoltre Alberto Lucarelli e Luca Nivarra – i quali faranno parte del Comitato referendario e saranno tra gli estensori dei due quesiti referendari abrogativi del 2011 sull’acqua pubblica – elabora un disegno di legge sui beni pubblici, collegando le utilità dei beni alla soddisfazione dei diritti della persona e al perseguimento di interessi pubblici essenziali, secondo i principi costituzionali: la proprietà non è solo pubblica o privata, ma anche quella dei beni comuni, per cui l’acqua diventa un bene comune. Caduto il Governo Prodi, il disegno di legge delega non fu mai discusso in aula dai governi successivi. Nel 2009 il decreto Ronchi (135/2009) sancisce la gestione privata dei servizi pubblici locali di rilevanza economica: tutte le gestioni “in house” avrebbero dovuto cessare entro il 31/12/2011; la quota del pubblico nelle imprese miste pubblico-private doveva essere ridotta al di sotto prima del 40% e poi del 30%. La gestione dei servizi idrici sarebbe cambiata radicalmente, svalutando inoltre il valore delle quote pubbliche, a causa della vendita forzata e contemporanea; le grosse multiutility (Iren, Hera, A2A, Acea) avrebbero comprato a prezzo di saldo il patrimonio industriale dei servizi pubblici, a cominciare dal Servizio Idrico Integrato (SII) 2 – La storia infinita della proposta di legge nazionale sull’acqua Nel marzo 2006 si costituisce il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua (FIMA), raggruppando diverse realtà sociali sui seguenti obiettivi: la tutela della risorsa e della sua qualità, la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato e la gestione dello stesso mediante strumenti di democrazia partecipativa. Il 10 luglio 2007 Il FIMA presenta alla Camera dei deputati la PROPOSTA DI LEGGE D’INIZIATIVA POPOLARE: “Princìpi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico”, sottoscritta da 406.626 cittadini. Il 1° Dicembre 2007 a Roma oltre quarantamila persone scendono in piazza a sostegno della proposta di legge e per la difesa dei beni comuni, dando vita ad una grande manifestazione popolare. Nei 13 articoli si delinea un SII privo di rilevanza economica e sottratto alle regole della libera concorrenza, la cui gestione è affidata ad enti di diritto pubblico ed il cui finanziamento si basa in parte sulla tariffa, mentre gli investimenti ed il minimo vitale di 50 litri/giorno a persona sono a carico della fiscalità generale; si prevede anche l’istituzione di un Fondo Nazionale di solidarietà, finalizzato a favorire l’accesso all’acqua potabile per tutti gli abitanti del pianeta. Tale proposta di legge ha avuto una prima discussione in Commissione Ambiente della Camera dei Deputati il 22 gennaio 2009 e poi è stata bloccata. Il 20 Marzo 2014 l’intergruppo parlamentare “Acqua Bene Comune”, costituito su iniziativa del Forum dei Movimenti per l’Acqua, deposita presso la Camera dei Deputati il testo aggiornato della legge di iniziativa popolare presentata nel 2007 e nel frattempo scaduta. Nel 2016, la Camera licenzia un testo di legge che, a causa degli emendamenti di PD e maggioranza, è radicalmente diverso da quello proposto dal Forum dei Movimenti per l’Acqua e sottoscritto dai cittadini; la proposta non viene votata al Senato perché cade il governo. Il 23 marzo 2018 la legge aggiornata, viene nuovamente ripresentata, prima firmataria l’On. Daga del M5S; ma con 230 emendamenti presentati da maggioranza ed opposizione e con la richiesta al Governo di una relazione tecnica sull’impatto economico della legge, la discussione viene bloccata. Il 2 Dicembre 2019, il Sole 24 Ore pubblica tre interviste: all’On. Daga (M5S), all’On. Braga (PD) e a Guerrini (ARERA) in merito a un possibile accordo tra M5S e PD per giungere a una legge condivisa sull’acqua, secondo il modello di gestione di società miste pubblico-privato; in particolare, nel Mezzogiorno si vuole procedere ad una massiccia privatizzazione, costituendo una mega azienda pubblica aperta ai privati, cioè a società quotate in borsa, come ACEA, HERA, IREN e A2A, eliminando così ogni possibilità di controllo e partecipazione da parte delle comunità e dei Comuni e lasciando il campo libero al mercato. Questa scelta viene perseguita anche oggi attraverso il Recovery Plan. Bisogna estrarre valore sui servizi pubblici locali attraverso il partenariato pubblico privato, dove la gestione è basata sulla certezza del profitto da una parte e quotare in borsa l’acqua dall’altra (a dicembre al Chicago mercantile Exchange, la borsa merci di Chicago è stata introdotta la possibilità di scambiare contratti futures sui prezzi futuri delle risorse idriche) (*) Ci si accanisce su un modello di gestione fallimentare: aumenti tariffari, investimenti in calo, perdite delle reti costantemente in crescita, un progetto in piena contraddizione con l’esito referendario e con la legge promossa dal Forum dei Movimenti per l’Acqua.

3 – I Referendum A luglio 2010 una vasta coalizione sociale, riunita nel Comitato Promotore per il Sì ai Referendum per l’Acqua Pubblica, presenta tre quesiti referendari abrogativi, sostenuti da 1.402.035 firme raccolte in meno di tre mesi; solo 2 quesiti sono dichiarati ammissibili dalla Corte Costituzionale. I° Quesito, contro la privatizzazione dell’acqua e dei Servizi Pubblici Locali Si propone l’abrogazione dell’art. 23 bis della Legge Ronchi del 2008, relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica, per contrastare l’accelerazione sulle privatizzazioni imposta dal governo e la definitiva consegna al mercato dei servizi pubblici locali. II° Quesito contro i profitti nella gestione del servizio idrico integrato Si propone l’abrogazione dell’art. 154 del Decreto Legislativo n. 152/2006 (Codice dell’Ambiente), riguardo alla norma che dispone che la tariffa del servizio idrico sia definita tenendo conto anche della “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”; si propone cioè di far uscire il profitto e di conseguenza il privato dalla gestione dell’acqua. Le forze contrarie al Referendum e filo privatizzazioni sostengono: che il decreto Ronchi ci veniva imposto dall’Europa, il che non era vero: la normativa comunitaria non impone alcuna scelta predefinita sui servizi pubblici locali, ma ne lascia la gestione, compresa l’acqua, agli stati membri. Solo l’Italia decideva la privatizzazione spinta del servizio idrico, mentre per es. Belgio e Olanda prevedevano l’espresso divieto alla privatizzazione e dal 2010 l’acqua di Parigi passava da gestione mista a gestione completamente pubblica; che non si sarebbe privatizzata l’acqua, perché la proprietà delle fonti e delle reti rimaneva pubblica e soltanto la gestione del SII passava al privato con una gara pubblica a salvaguardia della concorrenza, ma dimenticavano di aggiungere che ciò che attribuisce valore all’acqua è la sua distribuzione, con la garanzia per il privato di gestire un servizio in regime di monopolio naturale per 20, 30 anni; che eliminando la remunerazione del capitale investito (stabilita in modo fisso e garantito al 7%) si sarebbe eliminata la possibilità degli investimenti per migliorare il sistema. Cosa non vera perché solo l’utile sulla gestione sarebbe stato eliminato, non le spese per gli investimenti che, come tutti gli altri costi, sono compresi in bolletta. Nel Comitato Referendario 2Sì per l’Acqua Bene Comune, si è realizzata la più grande coalizione sociale costruita dal basso in questo paese negli ultimi decenni: dal mondo del cattolicesimo sociale, dell’ambientalismo, dei sindacati di base e confederali, al mondo associativo altermondialista, alle voci del terzo settore, della cooperazione e dell’altra economia, alle associazioni dei consumatori, oltre a centinaia di enti locali che si erano costituiti in coordinamento nazionale per l’acqua pubblica. Culture e storie differenti ma con un unico obiettivo: restituire il bene comune acqua alla gestione partecipativa dei cittadini e senza profitto. Il 12 e 13 giugno 2011 i risultati elettorali furono schiaccianti (era dal 1995 che non si superava il quorum): I° Quesito, contro la privatizzazione dei Servizi Pubblici Locali Affluenza: 54,8% – Sì 95,3% – No 4,7% II° Quesito, contro i profitti sull’acqua Affluenza: 54,8% – Sì 95,8% – No 4,2% (Anche gli altri due quesiti referendari, proposti dall’Italia dei Valori, contro il nucleare e sul legittimo impedimento, ricevono una vittoria schiacciante). Un risultato costruito dal basso, con l’autofinanziamento, basato su un meccanismo di “sottoscrizione con restituzione”, che ha permesso ai cittadini di vedersi restituire la propria quota, garantita dal rimborso referendario. Dei partiti politici c’è da segnalare che la sinistra li appoggiò, il Partito Democratico tergiversò fino all’ultimo, ma alla fine aderì; il disastro nucleare a Fukushima in Giappone nel marzo 2011 dette probabilmente una forte spinta a raggiungere il quorum. Tornava di nuovo possibile in Italia la gestione pubblica e partecipativa del servizio idrico, estromettendo di fatto i privati dalla sua gestione, grazie all’eliminazione del profitto, ma si misero in allarme i poteri forti che dall’estate 2011 bloccarono l’applicazione e misero in atto una privatizzazione strisciante. Per noi il blocco della privatizzazione non significava il mero ritorno al “pubblico delle municipalizzate”: si voleva la riappropriazione pubblica e sociale del bene comune acqua, ovvero una gestione partecipativa del servizio idrico integrato, all’interno della quale fossero i cittadini e i lavoratori a partecipare alle decisioni fondamentali sulla gestione del bene acqua, la sua erogazione, la sua conservazione per le generazioni future. 4 – Referendum non applicati – La campagna di obbedienza civile Il 13 agosto 2011, il governo Berlusconi emana il decreto 138/2011 che all’art.4 ripropone la disciplina dei servizi pubblici locali di rilevanza economica contenuta nell’art. 23-bis, abrogato con i referendum, escludendo però il servizio idrico. Vengono ulteriormente limitate le competenze regionali in materia di servizi pubblici locali (rifiuti e trasporti), per cui diverse Regioni promuovono ricorsi alla Corte Costituzionale, che il 20 Luglio 2012 con la sentenza 199/2012 dichiara incostituzionale l’art. 4 e le successive modifiche, per palese violazione dell’art. 75 della Costituzione, che disciplina l’istituto referendario. Questo decreto arriva dopo la lettera del 5 agosto di Draghi e Trichet indirizzata al Primo Ministro italiano con la quale il direttivo della Banca Centrale, svoltosi il giorno prima, chiede al punto a): “È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala”. A dicembre 2011 il Governo Monti col cosiddetto “Salva Italia”, trasferisce all’Autorità per l’Energia e il Gas (AEEG ora ARERA) le funzioni di regolazione e di controllo dei servizi idrici della legge n. 481/1995: “in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e valutazione, nel rispetto degli indirizzi di politica generale formulati dal Parlamento e dal Governo”. Da questo momento l’Autorità AEEG ora ARERA comincia a deliberare sul SII, mettendo in atto tutte una serie di disposizioni che vanno in senso contrario alla vittoria referendaria. Per il 2012/2013 vara un nuovo metodo tariffario che non applica la normativa residuale, come da referendum, ma inserisce nuovamente la remunerazione del capitale investito (utile) con la denominazione “risorsa finanziaria” e con tutta una serie di meccanismi artificiosi, considera il “profitto”, come una voce di “costo” della gestione del servizio idrico. Comunque, a seguito della sentenza del Consiglio di Stato. a cui l’Autorità s’era rivolta chiedendo: “se già a far data dal 21 luglio 2011 fino al 31/12/2011- ossia dalla data in cui ha avuto effetto l’intervenuta abrogazione referendaria e fino alla nuova tariffa, si dovesse eliminare la parte relativa all’adeguata remunerazione del capitale investito” viene restituito a tutti gli utenti, per il periodo tra la vecchia e la nuova tariffa, l’importo della remunerazione del capitale investito. Contro la nuova tariffa il FIMA ricorre al Tar Lombardia, insieme al Comune di Aprilia ed al locale Comitato Acqua (scheda1) Sulla spinta dei comitati acqua di Arezzo e di altre città della Toscana, il FIMA promuove “la campagna di obbedienza civile” – così chiamata perché si obbedisce agli esiti referendari – che consiste nell’applicare alle bollette una riduzione pari alla “remunerazione del capitale investito”. Con la mobilitazione attiva di migliaia di cittadini ci si propone di attivare una forma diretta di democrazia dal basso, auto-organizzata, consapevole e indisponibile a piegare la testa ai diktat dei poteri forti di turno. La campagna di obbedienza civile dalla Toscana si generalizza a macchia di leopardo in tutta Italia, da Torino a Padova, dall’Umbria ad Aprilia e in tante altre città, ma dopo una prima fase di espansione, di fronte alla repressione dei gestori, si affievolisce, fino a cessare dopo la sentenza negativa del Consiglio di Stato del 2017, che conferma la tesi – già espressa nel 2014 dal TAR Lombardia – secondo cui la copertura integrale dei costi del servizio (full cost recovery) comprende anche il “costo” del capitale proprio investito, per il valore del mancato impiego in altre attività comunque profittevoli. Il Consiglio di Stato, dimentica di rilevare, o fa finta di non comprendere, che questa nozione di “costo economico” equivale nella sostanza alla” remunerazione del capitale investito” abrogata con il referendum. Sulla scia di Napoli, che aveva trasformato la Spa in Azienda Speciale, (scheda2) molti Comitati acqua (Torino, Reggio Emilia, Toscana, Lazio, Sicilia) si sono organizzati per far passare delibere comunali di indirizzo, affinché l’acqua venga gestita da un’azienda speciale, ente di diritto pubblico, ma per ora nulla si è riusciti a concretizzare.

5 – Il Comitato 2 Si Acqua Bene comune Padova Il Comitato di Padova alla fine del 2012 inizia ad organizzare la Campagna di Obbedienza Civile per l’applicazione del referendum, attuando una forma diretta di democrazia dal basso, auto-organizzata, consapevole e partecipata. Si studiano i documenti e delibere del Consiglio di Bacino Bacchiglione, per ricavare la quota di “remunerazione del capitale investito” che viene detratta dalla bolletta; bollette autoridotte che vengono compilate – previa istanza di reclamo/rimborso indirizzata al gestore – presso le sedi di varie associazioni (Altragricoltura Nordest, sindacato “ADL Cobas”, Ya Basta) e presso i banchetti organizzati nei quartieri. Il gestore invia lettere intimidatorie alle quali si risponde con una raccomandata preparata con i nostri legali. Durante i 5 anni di durata della lotta la percentuale detratta dall’importo della bolletta variava tra il 17% e il 21%; nello stesso periodo il gestore AcegasApsAmga, applicando il Metodo Tariffario Idrico deliberato da Arera, ha aumentato la bolletta dell’acqua del 50,43%. Alla campagna di obbedienza civile partecipano circa 500 famiglie di Padova e provincia. Nel 2013 il Comitato fa scoppiare la questione di addebiti non dovuti e mancati rimborsi di fognatura e depurazione (sentenza 335/2008 della Consulta e il D.M. 30/9/2009); dopo una capillare azione di denuncia e informazione, con assemblee pubbliche nei quartieri interessati e con centinaia di istanze di rimborso inviate al gestore, AcegasApsAmga toglie gli importi non dovuti e rimborsa, con un pregresso di 10 anni, gli aventi il diritto, compresi coloro che non avevano presentato domanda. AcegasApsAmga pubblica sul suo sito gli elenchi degli aventi diritto. Tra il 2014 e il 2015 il gestore è stato costretto a rimborsare più di 3 milioni di euro; dopo questa iniziativa si sono finalmente attuati numerosi interventi di allacciamento fognature al depuratore. Dopo la sentenza negativa del Consiglio di Stato del maggio 2017, viene instaurata una trattativa con il gestore, ottenendo alcuni benefici: nessun onere accessorio sul debito (interessi, more, costi raccomandate, ecc.); non restituzione degli importi autoridotti sui consumi degli anni 2012-2013 Rateizzazione degli importi autoridotti oppure sconto del 5% in caso di pagamento in un’unica soluzione Abbiamo chiuso restituendo meno di quello che avevamo autoridotto e abbiamo fatto crescere la consapevolezza che la battaglia per l’acqua pubblica e senza profitto è lunga e difficile. Rimaniamo nella certezza che la componente di profitto che abbiamo autoridotto debba essere eliminata, per far uscire i privati dalla gestione del Servizio Idrico Integrato. In linea generale, quello che i comitati dovrebbero sempre aver presente sono alcune chiare regole: scorporare la gestione del SII nel caso di una multiutility il metodo tariffario non deve contemplare il profitto, ma solo i costi la gestione del servizio deve attuarsi con l’azienda speciale ente di diritto pubblico, ed avere trasparenza e partecipazione con efficienza. La tariffa deve essere equa e tenere in considerazione il consumo procapite e per scaglioni. Si deve garantire a tutti gli utenti civili il minimo vitale e le utenze disagiate, che sono al di sotto di un certo reddito, devono avere il pagamento dell’intera bolletta tutto questo si può fare a partire dal livello locale. Arera stabilisce una tariffa massima, ma ammette applicazioni diverse dal suo metodo tariffario, purché venga salvaguardato l’equilibrio economico e finanziario della gestione. Il 28 gennaio 2019 – dopo innumerevoli mobilitazioni, incontri informativi, sedute istituzionali, trattative con alcuni consiglieri – il Consiglio Comunale di Padova approva la proposta di deliberazione consiliare di iniziativa popolare sull’acqua, su proposta del Comitato che aveva raccolto più di 900 firme di cittadini residenti. La delibera prevede 3 punti fondamentali in sintonia con il referendum, per rendere più sociale e più equa la tariffa e la gestione del SII: la modifica della vigente Carta del Servizio Idrico Integrato nelle parti inerenti alla morosità e la sospensione della fornitura del servizio: la riduzione di flusso può avvenire solo dopo sentenza di un ente terzo, se tutti i tentativi di conciliazione non hanno avuto buon esito. Le utenze disagiate non sono da considerarsi morose, ma rientrano nel punto 3 al fine di rendere la tariffa più equa, gli scaglioni tariffari si applicano dopo aver diviso il consumo per i componenti del nucleo familiare: l’intera bolletta (acqua, fognatura e depurazione), oltre ad essere divisa in scaglioni, deve essere calcolata pro-capite senza che ci sia un aumento di costo per nessuna utenza civile. Per far questo si dovrà diminuire il profitto del gestore la creazione di un fondo di riserva alimentato dagli utili di AcegasApsAmga e dai dividendi Hera che il comune riceve come socio: il fondo serve a pagare l’intero importo della bolletta delle utenze civili economicamente disagiate, cioè quelle stabilite dalla delibera di Arera per il bonus sociale idrico Ad oggi non si vedono fatti concreti, nonostante i molti incontri, proteste, presidi davanti al comune e ad AcegasApsAmga; ci troviamo di fronte ad un muro di gomma; si continua a dire che l’acqua non fa profitti, ma si nega il bilancio. Nell’ultimo incontro di Luglio 2020 AcegasApsAmga si dice disposta, a titolo di liberalità, a concedere 20.000 euro per le utenze deboli: una miseria, a fronte di un Margine Operativo Netto nel 2018 di €. 6.629.406 e nel 2020 di €. 5.162.422 per i 12 Comuni serviti nel padovano (dati del Consiglio di Bacino). Il Comitato non demorde e non finisce qui. Sono in cantiere nuovi incontri nei quali riproporremo l’attuazione piena della delibera. Il Sindaco, il vice sindaco e la giunta che hanno votato la delibera, dovranno anche farla applicare, dato che, visti i risultati di bilancio, non viene messo assolutamente in pericolo l’equilibrio economico finanziario del servizio idrico integrato. (*) – Raccolta firme https://www.change.org/p/mario-draghi-quotazione-in-borsa-dell-acqua-no-grazie * * * * * Scheda 1: Aprilia – Tariffa oltre i limiti consentiti e un comitato acqua combattivo Il Comitato Acqua pubblica di Aprilia ha due record: è stato il primo a costituirsi nel 2005 ed è riuscito ad organizzare più di 8.000 utenti, con cause legali contro il gestore e con l’autoriduzione della bolletta. Nel 2004 viene affidata ad Acqualatina, società mista con capitale pubblico al 51%, la gestione del servizio idrico; gli utenti si vedono arrivare bollette con aumenti anche del 165%; Il Comitato organizza i cittadini a non pagare, versando nelle casse comunali l’importo della bolletta calcolato con la vecchia tariffa ed a denunciare alcune clausole del contratto di gestione del servizio di Acqualatina. Il tribunale di Latina nel 2006 accoglie il punto di vista del comitato e dichiara il carattere vessatorio di 6 clausole del contratto. Il gestore propone una conciliazione con forti sconti, ma sono circa 500 su ottomila coloro che accettano e la lotta continua. Acqualatina comincia a mandare squadre di operai col compito di ridurre il flusso di acqua in entrata (mettono una rondella sul tubo di entrata e l’utente si trova con l’acqua che arriva a gocce). Gli utenti si organizzano e difendono il contatore. Il gestore fa scortare gli operai da una pattuglia di vigilantes armati, ma il comitato organizza un ricorso in cui chiede che la riduzione di flusso possa avvenire solo dopo una sentenza del tribunale, dove spesso i cittadini hanno la meglio contro il gestore. Ancora nel 2020, il comitato è vivo e vegeto, con numerosi cittadini che cercano di resistere. Se l’utente si accorda col gestore, ottiene la riduzione di circa il 40% dell’extra tariffa, che il comitato ha sempre denunciato, come uno dei tanti illeciti avvenuti con la gestione privatistica. Finché i cittadini avranno la volontà di continuare, la lotta non si fermerà. Scheda 2: Napoli – Trasformazione di una SPA in Azienda Speciale La richiesta di ripubblicizzazione parte durante l’amministrazione Iervolino, sulla spinta del Comitato Acqua Pubblica; con la successiva amministrazione guidata da Luigi de Magistris e con l’introduzione dell’Assessorato alla Democrazia partecipativa e ai Beni comuni affidato al Prof. Alberto Lucarelli, si arriva nel 2011 a deliberare sulla trasformazione di Arin Spa, a capitale interamente del Comune di Napoli, in ABC (Acqua Bene Comune) azienda speciale di diritto pubblico. Sin dal 2013 si tentava un percorso partecipativo, mediante l’introduzione del Comitato di Sorveglianza formato da rappresentanti dei lavoratori, degli utenti, delle associazioni ambientaliste e dal delegato del sindaco. Ma per vari motivi – non ultima la pressione esterna per far assumere circa cento dipendenti comunali di un altro servizio, fino ad arrivare all’intimidazione – la gestione fu prima commissariata e poi avocata dal Sindaco. Fino ad ora ABC non si è affrancata dal Metodo Tariffario Idrico di Arera che contempla in tariffa l’utile; solo da poco i bilanci (dal 2016) sono stati presentati e votati in consiglio comunale, mentre la Corte dei Conti ha rilevato anomalie nei bilanci del Comune relativamente ai rapporti economici con ABC, gestiti a svantaggio dell’azienda. Per concludere: una gestione del SII pubblica, efficiente, trasparente, democratica e senza profitto non è ancora stata realizzata, ma la strada è stata imboccata. (di Gianni Sbrogiò e Patrizia Corrà - Gli autori fanno parte del Comitato “2SI Acqua Bene Comune Padova”) - Immagine in apertura di Gavardo in movimento
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lunedì 8 marzo 2021


 
News

Pesticidi, in 10 anni raddoppiato l’impatto tossico su api e impollinatori.
L’impatto tossico dei pesticidi sulle api e altri impollinatori è raddoppiato in un decennio nonostante la quantità di quelli utilizzati sia diminuita perché “la tossicità totale applicata agli invertebrati è notevolmente aumentata dal 2005”. A denunciarlo è uno studio condotto dal professor Ralf Schulz, dell’Università di Coblenza e Landau in Germania, pubblicato dalla rivista Science e riportato nei giorni scorsi dal ‘Guardian’. I risultati hanno di fatto smentito l’ipotesi che il calo della quantità di pesticidi utilizzati stia riducendo il loro impatto ambientale così come l’idea che le colture OGM porterebbero a ridurne l’uso. >>



Acqua Bene Comune
Recentemente è comparso sui giornali locali un comunicato stampa del Comune di Padova sulla delibera di Giunta relativa all’aggiornamento del protocollo di intesa tra Comune ed AcegasApsAmga, perla “Agevolazione nella fornitura di acqua ai clienti svantaggiati”. E’sicuramente positivo “Operare congiuntamente per il sostegno dei cittadini in condizioni di grave disagio economico, condividendo le finalità di prevenire ed evitare il distacco delle utenze”, ma vogliamo ricordare che il 28 gennaio 2019 il Consiglio Comunale ha approvato una Delibera di Iniziativa Popolare sull’Acqua, secondo la quale il gestore non può mai sospendere la fornitura ma solamente limitare il flusso e la riduzione di flusso può avvenire solo dopo sentenza di un ente terzo, se tutti i tentativi di conciliazione non hanno avuto buon esito(punto 1 della delibera citata). >>



Eni e la politica estera dell’Unione europea: il consigliere a rischio “conflitto di interessi”
Nathalie Tocci, nel cda della multinazionale degli idrocarburi da metà maggio 2020, è stata nominata consigliere speciale dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, Joseph Borrell. Quest’ultimo ammette le incongruenze e promette “mitigazioni” per evitare sovrapposizioni. Ma per Re:Common le misure adottate sono “insufficienti”. Consigliere di amministrazione di Eni e ora anche consigliere speciale dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea. È la storia di Nathalie Tocci, nominata lo scorso 13 maggio amministratore non esecutivo del cda della multinazionale degli idrocarburi partecipata dallo Stato italiano al 30%. Quasi due mesi dopo, Tocci ha ricevuto dalla Commissione europea l’incarico di “fornire consulenza sull’elaborazione della strategia globale dell’Ue” accanto allo spagnolo Josep Borrell. >>