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Cacao amaro: otto bambini lavoratori denunciano le multinazionali.

Quanto costa davvero il cacao? Storie di sfruttamento ed estrema povertà nei campi di cacao africani Il cioccolato è per noi simbolo di piacere, uno sfizio che ci concediamo per coccolarci un po’, un regalo per le occasioni speciali come San Valentino o a Natale. Per i nostri bambini una golosità a cui difficilmente riescono a rinunciare. Ci sono però bambini nel mondo per i quali il cioccolato ha tutto un altro sapore, molto meno dolce. Lo testimoniano anche otto giovani adulti africani originari del Mali che hanno deciso di denunciare le più grandi multinazionali del cacao (Nestle, Cargill, Mars,...) per aver tratto vantaggio dal traffico di minori e dallo sfruttamento del lavoro minorile. Sostenuti dall’organizzazione per i diritti umani IRA (International Rights Advocates) hanno presentato una class action unica nel suo genere, basata sul Trafficking Victim Reauthorization Act, una legge statunitense secondo la quale le vittime di tratta possono citare in giudizio le aziende che ne beneficiano. Questi otto lavoratori hanno dichiarato di essere stati vittime di traffico minorile al confine fra Mali e Costa d’Avorio e forzati a lavorare nei campi di cacao a vantaggio di molte delle compagnie denunciate in giudizio.

È vero quello che sostengono questi cittadini maliani? Come viene coltivato il cacao e quali sono le condizioni dei lavoratori? È bastata qualche ricerca in rete per comprendere che il problema del lavoro minorile nei campi di cacao è una vera e propria piaga di cui si parla e per cui si cerca una soluzione a livello internazionale almeno da vent’anni. È infatti nel 2001 che le multinazionali del cacao, sotto la pressione del congresso degli Stati Uniti, hanno firmato un accordo, il “Protocollo Harkin-Engle” impegnandosi a liberarsi di ogni forma di lavoro minorile per la produzione del cacao entro il 2005. È probabilmente inutile sottolineare che questo termine non è stato rispettato, neanche lontanamente. Le scadenze sono state spostate continuamente fino ad oggi. Le compagnie del cacao hanno ora assicurato che riusciranno a ridurre il lavoro dei minori del 70% entro il 2025. Secondo gli attivisti di IRA, questa promessa non è altro che un’ammissione di colpevolezza che sarà fondamentale in sede di giudizio. Si calcola che in tutto, l'industria del cacao raccolga circa 103 miliardi di dollari di vendite all’anno, ma ne abbia spesi solo 150 milioni in 18anni per affrontare la questione, dimostrando così scarso impegno nel mantenere gli accordi siglati. Anche il Parlamento Europeo si è occupato di questo tema in una risoluzione del 2012 che ribadisce “l’Unione Europea quale principale consumatore mondiale di cacao e sede di numerosi produttori di cioccolato deve assicurarsi che i bambini non siano sfruttati per produrlo“. Con questa risoluzione il Parlamento Europeo si impegna a lavorare per una produzione di cacao e cioccolato più equa e sostenibile. Si tratta però di una risoluzione, non una legge, che purtroppo ha poco valore dal punto di vista pratico e non fornisce uno strumento forte ed efficace per eradicare il lavoro minorile. A fine 2020 è stato pubblicato un nuovo studio del NORC (National Opinion Research Center) dell’Università di Chicago condotto in Ghana e Costa d’Avorio fra il 2018 e il 2019, che mette in luce una situazione davvero grave. Ecco alcuni dei dati emersi (1): - 1,5 milioni di bambini sono stati impiegati illegalmente nei campi di cacao di Costa d’Avorio e Ghana fra il 2018 e 2019; - fra i bambini che vivono in queste aree, il 45% sono impiegati nelle piantagioni e il 43% in lavori pericolosi; - dal 2008-2009 al 2019-2019 è stato registrato un incremento del 62% della produzione di cacao in Ghana e Costa d’Avorio al quale è seguito un aumento del 14% di impiego di lavoro minorile; Un’inchiesta del Washington Post (5) pubblicata nel 2019 e un documentario del 2010 dal titolo “The Dark side of Chocolate” (scorri in fondo a questa pagina se vuoi vederlo) denunciano condizioni di lavoro molto dure e un illegale traffico di minori fra Mali, Burkina Faso e Costa D’Avorio.

I bambini che finiscono a lavorare in queste piantagioni infatti, non sono sempre i figli di piccoli proprietari terrieri che aiutano la famiglia, ma sono spesso bambini prelevati in aree povere dei Paesi confinanti, costretti a lavorare nei campi per meno di un dollaro al giorno, a cui viene impedito di tornare a casa e ai quali, se si ammalano, vengono persino decurtate le spese mediche. Secondo i dati raccolti dal Dipartimento del Lavoro statunitense, questi bambini lavoratori sono sottoposti al peggior tipo di sfruttamento perché costretti a trasportare carichi molto pesanti, usare utensili molto pericolosi come il machete e a spruzzare pesticidi senza alcun tipo di protezione. Ciò che rende così difficile eradicare il lavoro minorile in queste zone è l’estrema povertà in cui vivono le persone. Secondo una ricerca di Fairtrade una tipica azienda agricola ivoriana guadagna in un anno circa 1900$: cifra al di sotto della soglia di povertà secondo i criteri della Banca Mondiale. Il 60% della popolazione non ha nemmeno accesso alla corrente elettrica. Queste condizioni economiche non permettono a molte famiglie di mandare a scuola i propri figli che sono poi costretti a lavorare nei campi.

Karim, immigrato dal Burkina Faso dall’età di 12 anni, dichiara di guadagnare 89 centesimi di dollaro al giorno e, orgoglioso, rivela di aver potuto risparmiare 34$ da mandare alla sua famiglia. I trafficanti di minori di solito offrono a questi bambini denaro o altri regali come biciclette per convincerli a prendere l’autobus che li porta in Costa d’Avorio. Una buona parte dei bambini lavoratori intervistati dal Washington Post hanno dichiarato che non è loro permesso tornare a casa, che hanno subito violenza e minacce e che il denaro che è stato loro promesso non è mai stato pagato. Finché questi piccoli produttori non avranno profitti adeguati che permettano loro di guadagnare quanto occorre per condurre una vita dignitosa e pagare ai lavoratori un giusto compenso che permetta alle famiglie di mandare i bambini a scuola, nulla potrà cambiare. Per questo esistono organizzazioni come Fairtraide e Rainforest Alliance che si adoperano affinché il cacao venga pagato il giusto prezzo ai produttori e perché venga coltivato e raccolto senza lo sfruttamento di manodopera minorile. Il fenomeno del lavoro minorile nella coltivazione del cacao è davvero molto ampio: basta pensare che il 70% dei semi di cacao provengono dai Paesi dell’Africa occidentale (Costa d’Avorio, Ghana,...), e l’Europa consuma circa la metà della produzione mondiale. Se ti stai chiedendo se è possibile che il cioccolato che mangi sia stato coltivato da bambini, beh diciamo che le probabilità sono piuttosto alte, a meno che tu non abbia sempre e solo acquistato prodotti del mercato equo e solidale. Anche in questo caso, noi come consumatori possiamo fare molto orientando i nostri acquisti verso i prodotti del mercato Fairtrade. Non chiediamoci più dunque se il cioccolato equo e solidale sia troppo caro, ma piuttosto, domandiamoci come fanno certi prodotti a base si cacao a costare così poco! “Nessuno ha bisogno di cioccolato. È un regalo per se stessi o per qualcun altro. Pensiamo che sia un’assoluta follia che per un regalo di cui nessuno ha davvero bisogno così tante persone debbano soffrire” Paul Schoenmakers Esistono alternative al cioccolato di queste grandi multinazionali? Come scegliere un prodotto buono ed etico? Noi di alternative ne abbiamo trovate, una di queste è davvero speciale: il cioccolato di Modica Quetzal. Leggi qui l'intervista a Sara Ongaro di Quetzal per conoscerli meglio. (di Eleonora Graziani In: Vivere Sostenibile) “The Dark side of Chocolate”: Fonti: 1) https://www.norc.org/Research/Projects/Pages/assessing-progress-in-reducing-child-labor-in-cocoa-growing-areas-of-c%C3%B4te-d%E2%80%99ivoire-and-ghana.aspx 2) https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20120313IPR40727/cioccolato-senza-sfruttamento-minorile 3) https://www.ecowatch.com/chocolate-companies-child-slavery-lawsuit-2650543250.html?rebelltitem=5#rebelltitem5 4) https://ilsalvagente.it/2021/02/15/otto-bambini-fanno-causa-a-nestle-mars-co-costretti-a-raccogliere-cacao-in-costa-davorio/ 5) https://www.washingtonpost.com/graphics/2019/business/hershey-nestle-mars-chocolate-child-labor-west-africa/ 6) http://www.iradvocates.org/press-release/nestle/press-release-child-slaves-who-were-trafficked-and-forced-harvest-cocoa-cote-d
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domenica 21 febbraio 2021


 
News

Eni e la politica estera dell’Unione europea: il consigliere a rischio “conflitto di interessi”
Nathalie Tocci, nel cda della multinazionale degli idrocarburi da metà maggio 2020, è stata nominata consigliere speciale dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, Joseph Borrell. Quest’ultimo ammette le incongruenze e promette “mitigazioni” per evitare sovrapposizioni. Ma per Re:Common le misure adottate sono “insufficienti”. Consigliere di amministrazione di Eni e ora anche consigliere speciale dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea. È la storia di Nathalie Tocci, nominata lo scorso 13 maggio amministratore non esecutivo del cda della multinazionale degli idrocarburi partecipata dallo Stato italiano al 30%. Quasi due mesi dopo, Tocci ha ricevuto dalla Commissione europea l’incarico di “fornire consulenza sull’elaborazione della strategia globale dell’Ue” accanto allo spagnolo Josep Borrell. >>



Il Parlamento di Cipro boccia il CETA, Trattato Ue-Canada,
Il Parlamento di Cipro boccia il CETA, Trattato Ue-Canada, già in vigore provvisorio dal 21 settembre 2017, un piccolo Stato che blocca l'iter di ratifica di un accordo dalle conseguenze devastanti per l'agroalimentare, decisione esplosiva che speriamo sia ripresa da altri Stati europei, Italia innanzitutto. Con 37 voti contrari e solo 18 favorevoli (partito di Sinistra Akel e socialisti contrari, destra favorevole), il 31 luglio il Parlamento della piccola Cipro ha detto NO al trattato di libero scambio fra UE e Canada. Tutti i partiti, ad eccezione della destra, hanno votato contro il CETA, opponendo diverse motivazioni: dai rischi del tribunale ICS, costruito su misura per le multinazionali che vogliono fare causa agli stati, alla mancata protezione dei prodotti tipici, tra cui ricordiamo il formaggio di capra Halloum, esposti alla pirateria alimentare d'oltreoceano. E poi i pericoli dell’uso troppo disinvolto di pesticidi come il glifosato, che in Canada viene utilizzato per seccare il grano prima della raccolta, e la paura di accrescere ulteriormente il potere delle grandi imprese. >>



Covid e biologico: il 73% delle aziende in crisi a causa della pandemia.
Per oltre due aziende su tre del settore biologico la possibilità di reggere alla crisi economica sopraggiunta a causa dell’emergenza sanitaria è di massimo tre mesi. È questo uno dei primi dati dell’analisi voluta e sviluppata dalle tre maggiori organizzazioni del comparto, Aiab, FederBio e Assobiodinamica, a partire da una proposta della Fondazione italiana per la ricerca in agricoltura biologica e biodinamica (FIRAB), per rilevare l’impatto della pandemia da Covid19 sul biologico. >>