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PIU' PASCOLI PER RIDURRE LE EMISSIONI.

Intervista all'agronomo Matteo Mancini, esperto di agricoltura organica e rigenerativa: «Una corretta gestione degli animali migliora la condizione economica dei produttori e aiuta l’ambiente» L’esperienza dell’Ong milanese Deafal (Delegazione Europea per l’Agricoltura Familiare di Asia, Africa e America Latina), mostra come l’adozione dell’allevamento sostenibile sia vantaggiosa a livello ambientale, sanitario e anche economico. Una migliore gestione dei pascoli potrebbe comportare non solo una riduzione di circa il 30% delle emissioni di CO2 come affermato dalla Fao, ma anche un miglioramento delle condizioni economiche dei produttori. Ne abbiamo parlato con Matteo Mancini, coordinatore tecnico dell’Ong, che da circa un decennio, insieme a una rete di altri tecnici, viaggia nel nostro Paese facendo formazione e assistenza alle aziende che decidono di applicare l’approccio dell’Agricoltura Organica e Rigenerativa (AOR) e del pascolo razionale, anche dei suini. La visione sistemica che integra paesaggio, agricoltura e animali auspicata dall’AOR è stata spiegata da Mancini nel libro Agricoltura Organica e Rigenerativa, Oltre il biologico: le idee, gli strumenti e le pratiche per un’agricoltura di qualità, uscito nel 2019 per Terra Nuova Edizioni.

In che modo il pascolo potrebbe superare le inadeguatezze degli allevamenti intensivi? La maggior parte degli animali negli allevamenti è alimentata da mais, sorgo e soia, di cui si coltivano superfici incredibili. Oltre a necessitare di un’agricoltura impattante, il cambiamento nella dieta degli animali ha compromesso il loro equilibrio fisiologico, innescando la catena di interventi che fanno di questo sistema qualcosa di perverso. Inoltre l’aumento dei costi di produzione si scontra con i prezzi troppo bassi imposti dal mercato internazionale, rendendo sempre più esiguo il ricavo per l’allevatore. Un animale che pascola invece non ha alcuna competizione con l’essere umano e con le risorse naturali, anzi le zone marginali hanno bisogno della sua attività, perché altrimenti si degradano. I pascoli rappresentano uno dei sistemi più complessi di interazione fra le specie vegetali ed hanno quindi una grande capacità di captare CO2: considerando che ricoprono oltre tre miliardi di ettari nel mondo, una politica adeguata del loro utilizzo con le conoscenze che abbiamo oggi sarebbe una scelta strategica. In cosa consiste l’approccio che voi proponete? Come in tutti gli ambiti in cui lavoriamo, abbiamo cercato di fare una sintesi fra diversi approcci. Il pascolo razionale si basa sulla pianificazione in un’area di un numero adeguato di animali, in modo che si possano alimentare bene per uno o al massimo due giorni. Gli animali vengono poi spostati su un altro pezzo di terreno e torneranno su quello precedente solo quando l’erba sarà nelle condizioni di pascolabilità. In questo modo evitiamo che le piante vengano brucate ripetutamente, perdendo le capacità fotosintetiche. Se la pianta muore, nel terreno si crea una cavità che viene calpestata dall’animale quando piove, causando compattamento e impermeabilizzazione, oppure la crescita di specie rustiche non palatabili. Questo farà crollare la biodiversità, la qualità del foraggio e la possibilità di continuare a mantenere animali su quel pascolo.

Il pascolamento razionale invece migliora le condizioni del suolo. Le deiezioni riversate in uno spazio più piccolo vengono calpestate dagli animali stessi, entrando in un processo di degradazione che permette al terreno di assumere immediatamente l’azoto, il fosforo e gli altri elementi minerali. Partiamo dal presupposto che più avviciniamo l’animale al suo ambiente naturale e più sarà vantaggioso. I ruminanti per esempio hanno bisogno di un sistema forestale e foraggero insieme. Questo significa passare da un modello iperspecializzato a uno diversificato, che prende in considerazione anche le incertezze delle diverse annate e del clima. Voi lavorate sul territorio da molto tempo, qual è la situazione delle aziende italiane? Esiste un movimento crescente di persone che vogliono adottare nuovi modelli. Non è economicamente sostenibile fare un tipo di agricoltura e di allevamento che si basano su un pacchetto fisso di input, in cui il produttore non può operare nessun tipo di scelta. La zootecnia attualmente si serve di un’alimentazione basata sui concentrati, per evitare le variazioni giornaliere in un mercato che richiede prodotti sempre omogenei. Ma molte aziende convenzionali iniziano a capire che questo non è affatto vantaggioso e quanto sia importante invece la relazione tra l’animale e l’erba. Quindi ci chiedono come poter indirizzare almeno una parte della produzione verso il pascolo. È chiaro che perché le cose cambino c’è bisogno di formazione e a volte anche di lottare contro il conservatorismo del settore agricolo. Nelle zone non irrigue dell’area mediterranea c’è il problema della pausa estiva, in cui l’erba non è disponibile, e per superarlo servono le competenze della ricerca, dei tecnici, degli agricoltori. Creare una catena di foraggiamento significa poter alternare il pascolo ai momenti in stalla a partire dalla conoscenza che abbiamo perduto dell’ecologia, della fisiologia degli animali e del comportamento delle diverse specie.

È possibile utilizzare il pascolo anche su larga scala in modo da incidere sulla produzione? In Inghilterra, dove l’uso del pascolo è molto diffuso, ci sono allevamenti anche di un migliaio di capi. Qui da noi siamo lontani da questi numeri, però crediamo che con un’adeguata informazione, l’assistenza tecnica e il supporto delle istituzioni si potrebbe in parte cambiare l’attuale sistema produttivo, che è fallimentare. Il dato evidente, se vogliamo fare i cinici e non guardiamo all’impatto ambientale, al benessere animale o alla qualità del prodotto, sono le condizioni di indebitamento e di difficoltà economica in cui versano i produttori, e anche solo per questo dovremmo cercare altre strade. Aumentare la redditività attraverso una gestione oculata degli animali significa fare del passaggio drammatico nel quale ci troviamo un’opportunità benefica per tutti. (di Giuditta Pellegrini - https://ilmanifesto.it)
Il Manifesto

giovedì 22 ottobre 2020


 
News

Eni e la politica estera dell’Unione europea: il consigliere a rischio “conflitto di interessi”
Nathalie Tocci, nel cda della multinazionale degli idrocarburi da metà maggio 2020, è stata nominata consigliere speciale dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, Joseph Borrell. Quest’ultimo ammette le incongruenze e promette “mitigazioni” per evitare sovrapposizioni. Ma per Re:Common le misure adottate sono “insufficienti”. Consigliere di amministrazione di Eni e ora anche consigliere speciale dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea. È la storia di Nathalie Tocci, nominata lo scorso 13 maggio amministratore non esecutivo del cda della multinazionale degli idrocarburi partecipata dallo Stato italiano al 30%. Quasi due mesi dopo, Tocci ha ricevuto dalla Commissione europea l’incarico di “fornire consulenza sull’elaborazione della strategia globale dell’Ue” accanto allo spagnolo Josep Borrell. >>



Il Parlamento di Cipro boccia il CETA, Trattato Ue-Canada,
Il Parlamento di Cipro boccia il CETA, Trattato Ue-Canada, già in vigore provvisorio dal 21 settembre 2017, un piccolo Stato che blocca l'iter di ratifica di un accordo dalle conseguenze devastanti per l'agroalimentare, decisione esplosiva che speriamo sia ripresa da altri Stati europei, Italia innanzitutto. Con 37 voti contrari e solo 18 favorevoli (partito di Sinistra Akel e socialisti contrari, destra favorevole), il 31 luglio il Parlamento della piccola Cipro ha detto NO al trattato di libero scambio fra UE e Canada. Tutti i partiti, ad eccezione della destra, hanno votato contro il CETA, opponendo diverse motivazioni: dai rischi del tribunale ICS, costruito su misura per le multinazionali che vogliono fare causa agli stati, alla mancata protezione dei prodotti tipici, tra cui ricordiamo il formaggio di capra Halloum, esposti alla pirateria alimentare d'oltreoceano. E poi i pericoli dell’uso troppo disinvolto di pesticidi come il glifosato, che in Canada viene utilizzato per seccare il grano prima della raccolta, e la paura di accrescere ulteriormente il potere delle grandi imprese. >>



Covid e biologico: il 73% delle aziende in crisi a causa della pandemia.
Per oltre due aziende su tre del settore biologico la possibilità di reggere alla crisi economica sopraggiunta a causa dell’emergenza sanitaria è di massimo tre mesi. È questo uno dei primi dati dell’analisi voluta e sviluppata dalle tre maggiori organizzazioni del comparto, Aiab, FederBio e Assobiodinamica, a partire da una proposta della Fondazione italiana per la ricerca in agricoltura biologica e biodinamica (FIRAB), per rilevare l’impatto della pandemia da Covid19 sul biologico. >>