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Peste suina africana: cresce l’allarme in Europa. Cinghiali malati in Germania: Cina, Giappone e Corea del Sud fermano l’import di carne.

Tra il 2016 e lo scorso mese di giugno, solo in Europa la peste suina africana, malattia molto contagiosa (anche se innocua per gli esseri umani) per la quale non esistono vaccini né cure, ha causato la perdita di 1,3 milioni di maiali, con gravi danni a tutta la filiera. Ma ora la situazione sta diventando critica: dopo la segnalazione di alcuni casi in cinghiali selvatici polacchi sconfinati in Germania, la Corea del Sud, la Cina e il Giappone hanno annunciato lo stop alle importazioni per una delle industrie più redditizie del paese europeo. L’esportazione di carne suina, solo per il mercato cinese, è infatti raddoppiata in valore nei primi mesi del 2020, a causa della diminuzione del 20% della produzione del gigante asiatico. Tra gennaio e aprile, infatti, la Cina ha acquistato 158 mila tonnellate di carne suina tedesca, pagandole 424 milioni di €: un valore circa doppio rispetto allo stesso periodo del 2019.

Come riferisce la Reuters, in media la Germania forniva il 14% della carne di maiale comprata dai cinesi, con un giro d’affari di 1,2 miliardi di euro all’anno, in crescita costante. Oltretutto, il mercato cinese comprava anche tutte le parti che non si vendono in Europa, quali le code, le orecchie e le ossa, che ora gli allevatori tedeschi non sanno come utilizzare. Per questo la decisione del governo cinese ha suscitato un allarme che ha coinvolto direttamente la cancelliera Angela Merkel, che sta cercando di contrattare almeno una dimensione regionale del bando. La zona dove sono stati rinvenuti i cinghiali infetti è un’area di circa 15 km quadrati al confine con la Polonia, già isolata per cercare di trovare tutti gli animali malati. Il Belgio, che ha avuto un’epidemia nel 2018, ha salvato il suo mercato costruendo una sorta di corridoio di sicurezza nelle aree coinvolte, erigendo perfino muri di contenimento per evitare che gli animali selvatici entrassero in contatto con quelli degli allevamenti, e in questo modo ha mantenuto i suoi contratti almeno verso: Vietnam, Singapore e l’India. La Germania spera di fare altrettanto, anche perché teme di perdere clienti a favore dei competitor grandi esportatori di carne di maiale (la Spagna, finora non sfiorata dalla peste suina, e poi gli Stati Uniti e il Brasile).

Un discorso analogo vale per la Corea del Sud, anche se i volumi dell’import erano certamente minori, e per il Giappone, che nel 2019 ha importato carne suina per un totale di oltre 40.000 tonnellate, pari al 3,3% degli 1,2 milioni di tonnellate importate dal paese.

Ma la crisi non coinvolge soltanto la Germania: in Europa sono dieci i paesi interessati da focolai più o meno ampi, come riferisce l’Efsa e cioè Belgio, Bulgaria, Slovacchia, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e ora anche Germania. Per questo, l’agenzia ha appena lanciato una grande campagna di sensibilizzazione e informazione rivolta a paesi vicini a quelli in cui è presente la malattia, affinché tutti gli allevatori e in generale tutte le persone che entrano in contatto con gli animali (per esempio i funzionari delle dogane) sappiano riconoscere tempestivamente i sintomi (febbre, perdita di peso e di appetito, arrossamenti della cute, vomito, diarrea e debolezza) e comprendano l’importanza fondamentale di una segnalazione il più tempestiva possibile alle autorità sanitarie. Sono previste informative, infografiche, poster, un sito e diversi tipi di materiale per diffondere la conoscenza della malattia e dei comportamenti da seguire. La guerra alla peste suina africana è cominciata.
https://ilfattoalimentare.it

mercoledì 30 settembre 2020


 
News

Eni e la politica estera dell’Unione europea: il consigliere a rischio “conflitto di interessi”
Nathalie Tocci, nel cda della multinazionale degli idrocarburi da metà maggio 2020, è stata nominata consigliere speciale dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, Joseph Borrell. Quest’ultimo ammette le incongruenze e promette “mitigazioni” per evitare sovrapposizioni. Ma per Re:Common le misure adottate sono “insufficienti”. Consigliere di amministrazione di Eni e ora anche consigliere speciale dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea. È la storia di Nathalie Tocci, nominata lo scorso 13 maggio amministratore non esecutivo del cda della multinazionale degli idrocarburi partecipata dallo Stato italiano al 30%. Quasi due mesi dopo, Tocci ha ricevuto dalla Commissione europea l’incarico di “fornire consulenza sull’elaborazione della strategia globale dell’Ue” accanto allo spagnolo Josep Borrell. >>



Il Parlamento di Cipro boccia il CETA, Trattato Ue-Canada,
Il Parlamento di Cipro boccia il CETA, Trattato Ue-Canada, già in vigore provvisorio dal 21 settembre 2017, un piccolo Stato che blocca l'iter di ratifica di un accordo dalle conseguenze devastanti per l'agroalimentare, decisione esplosiva che speriamo sia ripresa da altri Stati europei, Italia innanzitutto. Con 37 voti contrari e solo 18 favorevoli (partito di Sinistra Akel e socialisti contrari, destra favorevole), il 31 luglio il Parlamento della piccola Cipro ha detto NO al trattato di libero scambio fra UE e Canada. Tutti i partiti, ad eccezione della destra, hanno votato contro il CETA, opponendo diverse motivazioni: dai rischi del tribunale ICS, costruito su misura per le multinazionali che vogliono fare causa agli stati, alla mancata protezione dei prodotti tipici, tra cui ricordiamo il formaggio di capra Halloum, esposti alla pirateria alimentare d'oltreoceano. E poi i pericoli dell’uso troppo disinvolto di pesticidi come il glifosato, che in Canada viene utilizzato per seccare il grano prima della raccolta, e la paura di accrescere ulteriormente il potere delle grandi imprese. >>



Covid e biologico: il 73% delle aziende in crisi a causa della pandemia.
Per oltre due aziende su tre del settore biologico la possibilità di reggere alla crisi economica sopraggiunta a causa dell’emergenza sanitaria è di massimo tre mesi. È questo uno dei primi dati dell’analisi voluta e sviluppata dalle tre maggiori organizzazioni del comparto, Aiab, FederBio e Assobiodinamica, a partire da una proposta della Fondazione italiana per la ricerca in agricoltura biologica e biodinamica (FIRAB), per rilevare l’impatto della pandemia da Covid19 sul biologico. >>