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Mangiamo digitale, la crisi se ne andrà.

Magari l’affermazione è un po’ schematica, ma provate a mettere insieme i colossi delle piattaforme digitali che hanno guadagnato montagne di miliardi con la pandemia e il più grande mercato del pianeta, l’agricoltura e l’alimentazione, e vi farete facilmente un’idea di quali siano gli interessi strategici e i comportamenti di chi domina il mondo al tempo del virus. Due esempi facili: in sole tre settimane Amazon ha accresciuto il patrimonio di 25 miliardi di dollari; solo in aprile Nestlé, la più grande impresa alimentare del mondo, produttrice seriale di diabete e obesità in forma di bevande zuccherate e altre delizie, è arrivata a 8 miliardi. I colossi dei due settori, anche quelli cinesi, in questi mesi stanno facendo nuove grandi manovre. Molte delle maggiori imprese agroalimentari, come Tyson Foods, la seconda produttrice mondiale di carne, lamentano invece di essere state colpite dalla crisi: hanno bisogno di altro sostegno ed esenzioni fiscali da parte degli Stati. Negli Stati Uniti, grandi produttori di latticini e uova hanno distrutto i loro prodotti, altri hanno sacrificato migliaia di polli o maiali perché non era redditizio mantenerli se non si poteva venderli nel preciso momento in cui raggiungevano le dimensioni e il peso che erano stati calcolati. Come sempre, invece, sono i sistemi contadini e le reti locali campagna-città che contribuiscono maggiormente a soddisfare i bisogni alimentari del pianeta e prevengono anche future epidemie.

Il gigantesco sistema agroindustriale ne è una vera fabbrica ed è già stato un’alta fonte di contagio per i suoi lavoratori durante la crisi del Covid-19. Eppure la sua propaganda e le sue lobby gridano occupando ogni spazio mediatico che la chiave per superare la crisi è ancora la completa digitalizzazione di tutta la catena agroindustriale. È grazie a loro, dicono, che la gente ha potuto fare acquisti on-line, e poi i robot non si ammalano, né scioperano o chiedono condizioni di lavoro migliori. È dunque semplice, no? Gli Stati garantiscano ovunque l’accesso a internet, si facciano carico delle infrastrutture, installino reti 5G per consentire un volume di dati molto maggiore, senza discontinuità (perché i sistemi di consegna per mezzo di droni o di veicoli a guida autonoma non subiscano interruzioni), e si facciano passi decisivi verso l’internet delle cose nel settore agroalimentare. Le crisi spariranno, così come la fame e forse anche i poveri Igrandi vincitori della pandemia sono state le piattaforme digitali, che oltre a realizzare profitti astronomici hanno accentuato disuguaglianze e ingiustizie – paradossalmente sotto l’immagine idilliaca di un mondo in cui siamo tutti collegati. E la programmazione di queste imprese è andata avanti a ritmi vertiginosi anche nel più grande mercato del pianeta: l’agricoltura e l’alimentazione. Noi del Gruppo ETC abbiamo descritto lo sviluppo della digitalizzazione del sistema agroalimentare in un report intitolato Tecnofusiones comestibles (Tecnofusioni commestibili).

Le più grandi imprese di entrambi i settori sono in movimento, sia nel Nord che nel Sud del mondo. Microsoft ha elaborato programmi speciali per digitalizzare tutto il lavoro agricolo; diverse imprese digitali hanno stipulato contratti con aziende produttrici di macchinari, come John Deere e CNH, per raccogliere, attraverso i loro trattori, dati relativi al terreno, alle semine e al clima, e convogliarli nei loro cloud elettronici. Le più grandi imprese globali che commerciano in materie prime per l’agricoltura, Cargill, ADM, Cofco, Bunge, Louis Dreyfus e Glencore, stanno collaborando per sviluppare piattaforme tecnologiche digitali (in particolare blockchain[1] e intelligenza artificiale) per automatizzare il commercio globale di cereali. Lo scorso anno, Walmart ha acquistato la gigantesca catena di vendite elettroniche Flipkart, in India, mentre la catena di supermercati Carrefour ha fatto un accordo con Google per incrementare le vendite on-line di prodotti alimentari. A sua volta, la catena francese di supermercati Monoprix ha firmato un accordo di vendite on-line con Amazon. Le imprese cinesi Alibaba e Tencent si stanno contendendo il controllo dell’enorme mercato di vendite di prodotti alimentari in Cina. Mentre milioni di migranti, lavoratori informali e stagionali delle aree rurali e urbane, con la pandemia sono rimasti senza le loro minime fonti di reddito e sono stati ridotti alla fame insieme alle loro famiglie, le imprese digitali e agroalimentari hanno realizzato nell’aprile 2020 ingenti profitti. Amazon, ad esempio, ha registrato 24 miliardi di dollari. Nestlé, la più grande impresa alimentare del mondo, produttrice di bevande zuccherate e altri alimenti ultra-elaborati, produttrice seriale di diabete e obesità, è arrivata a 8 miliardi di dollari. Una cifra, ha segnalato GRAIN, superiore all’intero budget annuale del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite.

Nonostante questo, le maggiori imprese agroalimentari, come Tyson Foods, la seconda produttrice mondiale di carne, lamentano di essere colpite dalla crisi e sostengono che il sistema alimentare è compromesso, per cui hanno bisogno di sostegno e di esenzioni fiscali da parte degli Stati. Il sistema alimentare agroindustriale è una vera fabbrica di pandemie ed è già stato un’alta fonte di contagio per i suoi lavoratori durante la crisi del Covid-19. Ma non si riferiscono a tale circostanza, bensì a situazioni come quelle che si sono viste negli Stati Uniti, dove grandi produttori di latticini e uova hanno distrutto i loro prodotti e altri hanno sacrificato migliaia di polli o di maiali perché non era economicamente redditizio mantenerli se non era possibile venderli nel preciso momento in cui raggiungevano le dimensioni e il peso che erano stati calcolati. Come spiega Michael Pollan, si tratta di sistemi alimentari paralleli all’interno della produzione industriale di quel paese. Da un lato, le imprese che riforniscono i supermercati. Dall’altro, quelle che forniscono prodotti altamente specializzati (ad esempio, uova liquefatte) alle istituzioni pubbliche, come le scuole, che hanno chiuso durante la pandemia. Invece di tenere gli animali o di vedere come farli arrivare a chi ne ha bisogno, le imprese hanno deciso di disfarsene, sostenendo che non era economico fare altro (“The Sickness in Our Food Supply”, in The New York Review of Books, 11 giugno 2020). In tale contesto, le imprese sia digitali che agroalimentari hanno colto una nuova occasione per affermare che la digitalizzazione di tutta la catena agroindustriale è la chiave per superare la crisi. Questo ce l’avevano in programma già da prima, ma ora si basano sul Covid-19 sostenendo che grazie a loro la gente ha potuto fare i suoi acquisti on-line, che i robot non si ammalano (né scioperano o chiedono condizioni migliori), che la moneta elettronica non ha bisogno del contatto personale. Proclamano di essere indispensabili in quanto fornitori di generi alimentari e convergono con le imprese di piattaforme digitali nel chiedere che gli Stati garantiscano dovunque l’accesso a internet, si facciano carico delle infrastrutture, installino reti 5G per consentire un volume di dati molto maggiore, senza discontinuità (perché i sistemi di consegna per mezzo di droni o di veicoli a guida autonoma non subiscano interruzioni), e che si facciano passi decisivi verso l’internet delle cose nel settore agroalimentare. Molte prove e testimonianze indicano che i sistemi alimentari che hanno realmente funzionato e stanno funzionando, che durante la crisi hanno fornito in maniera sicura la maggior quantità e qualità di generi alimentari a tutti noi che ne avevamo bisogno, e che generano posti di lavoro e salute, sono i sistemi contadini e le reti locali campagna-città. Prevengono anche future epidemie. Questi sono i sistemi che è di vitale importanza sostenere, non il nuovo attacco all’agricoltura e all’alimentazione. Fonte: “Comida digital? No, gracias”, in La Jornada, 20/06/2020. Traduzione a cura di Camminardomandando -------------------------------------------------------------------------------- [1] N.d.t. – La Blockchain è un database decentralizzato costituito da catene di blocchi di dati che vengono registrati online (contratti, transazioni, accordi, e altro). Attraverso una particolare tecnologia informatica che gestisce l’intervento di tutti i partecipanti alla rete, si ottiene un registro di dati accessibili e non modificabili.
https://comune-info.net

venerdì 10 luglio 2020


 
News

Il Parlamento di Cipro boccia il CETA, Trattato Ue-Canada,
Il Parlamento di Cipro boccia il CETA, Trattato Ue-Canada, già in vigore provvisorio dal 21 settembre 2017, un piccolo Stato che blocca l'iter di ratifica di un accordo dalle conseguenze devastanti per l'agroalimentare, decisione esplosiva che speriamo sia ripresa da altri Stati europei, Italia innanzitutto. Con 37 voti contrari e solo 18 favorevoli (partito di Sinistra Akel e socialisti contrari, destra favorevole), il 31 luglio il Parlamento della piccola Cipro ha detto NO al trattato di libero scambio fra UE e Canada. Tutti i partiti, ad eccezione della destra, hanno votato contro il CETA, opponendo diverse motivazioni: dai rischi del tribunale ICS, costruito su misura per le multinazionali che vogliono fare causa agli stati, alla mancata protezione dei prodotti tipici, tra cui ricordiamo il formaggio di capra Halloum, esposti alla pirateria alimentare d'oltreoceano. E poi i pericoli dell’uso troppo disinvolto di pesticidi come il glifosato, che in Canada viene utilizzato per seccare il grano prima della raccolta, e la paura di accrescere ulteriormente il potere delle grandi imprese. >>



Covid e biologico: il 73% delle aziende in crisi a causa della pandemia.
Per oltre due aziende su tre del settore biologico la possibilità di reggere alla crisi economica sopraggiunta a causa dell’emergenza sanitaria è di massimo tre mesi. È questo uno dei primi dati dell’analisi voluta e sviluppata dalle tre maggiori organizzazioni del comparto, Aiab, FederBio e Assobiodinamica, a partire da una proposta della Fondazione italiana per la ricerca in agricoltura biologica e biodinamica (FIRAB), per rilevare l’impatto della pandemia da Covid19 sul biologico. >>



Coronavirus, 5,7 mln di litri di latte al giorno dall’estero
Ogni giorno 5,7 milioni di litri di latte straniero attraversano le frontiere e invadono l’Italia con cisterna o cagliate congelate low cost di dubbia qualità in piena emergenza coronavirus, proprio mentre alcune aziende di trasformazione cercano di tagliare i compensi riconosciuti agli allevatori italiani, con la scusa della sovrapproduzione. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati del Ministero della salute relativi ai primi quindici giorni del mese di marzo 2020 sui flussi commerciali dall’estero in latte equivalente. Bisogna fermare qualsiasi tentativo di speculazione sui generi alimentari di prima necessità come il latte che – sottolinea la Coldiretti – nell’ultima settimana di rilevazione sui consumi ha registrato un balzo del 47% degli acquisti da parte delle famiglie, sulla base dei dati IRI che evidenziano anche l’aumento degli acquisti di formaggi, dalla mozzarella (+35%) al Grana Padano e Parmigiano Reggiano (+38%). >>