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Ha ripulito laghetti e ruscelli per salvare specie a rischio in Abruzzo, ma è finito sotto processo per non aver seguito la burocrazia.

La sua battaglia si chiama Resistenza rurale, lui è Fabrizio Sulli, una guida ambientale che da tempo pianta alberi e ripulisce ruscelli e laghetti per ridare a salamandre e rane, il loro habitat naturale, ma per questo, finisce sotto processo. Abruzzese di Pescara, il trentatreenne, da dieci anni vive ai piedi del Gran Sasso in una contrada isolata, senza strade, ma solo sentieri. “Ho scelto proprio questo luogo, all’incrocio di due torrenti e con sorgenti perenni, perché è come se mi avesse chiamato. Lo trovai quasi per caso,facendo un’escursione sul versante teramano del Gran Sasso,fuori sentiero. E così scelsi di trasferirmi qui, sotto i monti Camicia e Prena del Gruppo del Gran Sasso, due montagne che sfiorano i 2600 metri di altitudine, ricche di risorse naturali per l la sopravvivenza, quali legna dal bosco per l’inverno, acqua per bere, allevare animali e irrigare l’orto”, scrive sui social. Appassionato di fotografia, naturalista, da tempo ha un unico obiettivo, quello di rimboscare tutta la zona e ripristinare l’habitat naturale di specie a rischio.

“Ho scelto di vivere in montagna perché le zone montane rappresentano uno degli ultimi luoghi dove praticare veramente agricoltura biologica, dove l’equilibrio con l’ambiente non è andato distrutto, e dove l’inquinamento è molto ridotto”, scrive ancora. Così Fabrizio in solitaria si mette all’opera: a mani nude scava e pulisce ruscelli e laghetti, ma quella è una zona protetta, il naturalista non segue l’iter burocratico, e finisce sotto processo. “Oggi riflettiamo brevemente, riguardo i laghetti per anfibi per cui sono stato denunciato dal parco, e , parallelamente, sui soldi che invece vengono stanziati per identici progetti life della comunità europea. Perché anche la tutela ed il ripristino ambientale, è normato e regolamentato, ovvero deve fruttare soldi. Mentre le azioni dirette sono represse, perché non portano profitti, se non quelli diretti alla piccola fauna. Ma gli anfibi, per riprodursi, guardano l’ufficialità e la burocrazia?”, scrive in uno dei suoi tanti video di denuncia. “La burocrazia attuale è così stringente che, se non sei abbastanza ricco da fare tutto in regola, l’eco-sostenibilità diventa una scelta illegale e di conseguenza una vita da fuorilegge. E se scegli di vivere in un’area protetta i vincoli sono così restrittivi che provare a viverci diventa appannaggio di pochi che possono permetterselo, escludendo migliaia di giovani desiderosi di questo ritorno consapevole alla natura. A questo si aggiungono i crescenti prezzi di case e terreni, a tagliare fuori intere fasce sociali dal rinnovamento generazionale”, scrive ancora.

In una lunga lettera Fabrizio racconta cioè che ha fatto in questi anni con il solo scopo di salvaguardare la natura. Ha recuperato frutteti, piantato alberi, si è dedicato al vivaismo forestale, pulito zone pic-nic. Sto scrivendo un testo che vorrei avesse un effetto duplice : - Creare un appello dove, tramite sottoscrizione, tutti i soggetti interessati possano firmare, a seguito, la raccolta firme annessa. - Diventare la base per affrontare ed unire tutte le realtà rurali : chi pratica agricoltura informale di sussistenza, pastori, contadini, nonchè singoli,coppie , famiglie, ecovillaggi e comunità intenzionali, e tutte le persone realmente sensibili ad un ritorno in chiave consapevole ed autogestito alla natura. Contro le vessazioni della burocrazia, e che dia risposta sociale alle disuguaglianze, affinchè la terra sia un diritto, non un'esclusiva radical chic. Una risposta per gli ultimi. Chiedo a chiunque sia sensibile ed informato, di unirsi per consigli, apportare modifiche, affinchè questa battaglia diventi quella di tutti coloro che versano in situazioni simili e con le medesime problematiche, che sono migliaia in tutta Italia. Vorrei oltretutto ribadire, che questa non è una lotta contro "qualcuno" o "qualcosa", ma un'unione contro una mentalità ed una legislazione che non riconosce l'autodeterminazione, o le scelte realmente sostenibili, e dalla parte opposta incentiva la distruzione di questo pianeta. Allego nel messaggio successivo il testo abbozzato che ho scritto. La parte conclusiva è quella che andrebbe modificata affinchè le tematiche esposte siano condensate in una conclusione ad ampio raggio, perchè questi problemi sono quelli, fin troppo taciuti, di migliaia di individui. Che li vivono quotidianamente, o che sono bloccati dalla realizzazione di un cambio di vita. A chi mi accusava di voler fare "l'influencer" o di essere un "briatore", suggerisco di aprire gli occhi su centinaia di realtà italiane esistenti, e su una disuguaglianza sociale che aumenta. Ringrazio tutti quelli che vorranno collaborare a scrivere questo testo, da far girare in tutte le realtà italiane ed ambienti sensibili al tema. Qui di seguito il testo attuale. "Salve, mi chiamo Fabrizio Sulli, ho 33 anni e da dieci mi sono trasferito da Pescara, dove sono nato, in una casa isolata presso la Contrada Rava in Comune di Castelli (TE), nel parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Il luogo è raggiungibile solo a piedi tramite sentiero, senza strade né asfaltate né sterrate. Qui vivo da solo. Ho scelto proprio questo luogo, all’incrocio di due torrenti e con sorgenti perenni, perché è come se mi avesse chiamato. Lo trovai quasi per caso,facendo un’escursione sul versante teramano del Gran Sasso,fuori sentiero. E così scelsi di trasferirmi qui, sotto i monti Camicia e Prena del Gruppo del Gran Sasso, due montagne che sfiorano i 2600 metri di altitudine, ricche di risorse naturali per la sopravvivenza, quali legna dal bosco per l’inverno, acqua per bere, allevare animali e irrigare l’orto. Ho scelto di vivere in montagna perché le zone montane rappresentano uno degli ultimi luoghi dove praticare veramente agricoltura biologica, dove l’equilibrio con l’ambiente non è andato distrutto, e dove l’inquinamento è molto ridotto. Nonostante non avessi alcun legame parentale o di amicizia con il paese, vivere in un luogo sano, a diretto contatto con a natura, rappresentava la mia priorità. Per sostentarmi, ho svolto e svolgo tuttora diversi lavori, di carattere occasionale, senza entrate fisse: giardinaggio in città, potatura di uliveti e frutteti, pastorizia. Qui ho allevato per sette anni un piccolo gregge di capre, che mi davano il latte con cui fare i formaggi, da vendere saltuariamente ad amici. Attualmente continuo con il lavoro di giardiniere, ospito saltuariamente dei visitatori, accompagnandoli in escursioni didattiche e naturalistiche. Le mie entrate sono sempre state ridotte; mi accontento dello stretto indispensabile, mettendo da parte poco o nulla. Vi scrivo questa lettera per raccontare i problemi pressoché inevitabili che un privato cittadino è obbligato ad affrontare qualora abbia il desiderio di operare una scelta di vita realmente ecosostenibile, che vada contro gli ormai assodati paradigmi dell’economia moderna basata sulla crescita infinita, che decida di vivere lontano dalle grandi città, andando a ripopolare zone non urbanizzate o del tutto remote, praticando uno stile di vita a bassissimo impatto e di autosostentamento. Con il tempo mi sono reso conto che i miei problemi non sono qualcosa di personale e isolato, ma vissuti più o meno similmente da molti che operano una scelta di vita simile, trasferendosi da forestieri nei borghi montani, lasciando la città magari con poche risorse iniziali, ma con molti buoni propositi, idee e buone speranze. Presto o tardi, però, ci si accorge che per praticare questo tipo di vita i veri ostacoli non sono produrre e vivere ad impatto zero, ma la burocrazia. Così come è normata, la burocrazia non rappresenta più un freno atto ad evitare comportamenti illegali, con controlli verso chi opera in modo non etico ed impattante sull’ambiente, ma solo un deterrente economico che causa disuguaglianze, quasi una discriminante per chi non ha ingenti fondi da investire. La burocrazia attuale è così stringente che, se non sei abbastanza ricco da fare tutto in regola, l’ecosostenibilità diventa una scelta illegale e di conseguenza una vita da fuorilegge. Paradossalmente, negli stessi parchi dove i contadini sono vessati, si approvano nuovi impianti sciistici,infrastrutture ed alberghi, che per magia risultano eco compatibili ! Nonostante fino a sessant’anni fa fosse comune vivere in montagna con una economia basata su piccole autoproduzioni ed autocostruzioni, la legislazione attuale italiana non tutela più il contadino che scelga di vivere senza azienda e senza partita iva. E se scegli di vivere in un’area protetta i vincoli sono così restrittivi che provare a viverci diventa appannaggio di pochi che possono permetterselo, escludendo migliaia di giovani desiderosi di questo ritorno consapevole alla natura. A questo si aggiungono i crescenti prezzi di case e terreni, a tagliare fuori intere fasce sociali dal rinnovamento generazionale. Vi scrivo non per giustificare le mie azioni ma perché fondamentalmente non sono mai stato né contrario all’area protetta in cui vivo, né contro la tutela di flora e fauna, cosa che diviene evidente conoscendomi di persona, nei miei intenti e nelle mie azioni. Sin da piccolo mi sono interessato alla natura in tutti i suoi aspetti, seguendo un percorso che, dopo anni di attivismo a difesa dell’ambiente, mi aveva portato prima a iniziare gli studi universitari di Scienze ambientali, poi a scegliere un contatto più diretto con la natura, cercando un luogo isolato ed abbandonato dove vivere in un giusto equilibro tra uomo e ambiente. Per fare ciò avevo bisogno di trovare un luogo e una abitazione che fosse proprio all'interno di un'area protetta, non raggiunto da infrastrutture. Ciò che mi ha portato a trasformare un ideale in un modo di vivere è stato un amore viscerale per la natura in tutte le sue forme ed espressioni, per tutte le sue creature, ecosistemi, per la sua biodiversità. Ed il miglior modo per rispettarli, era provare, passo dopo passo, a desiderare semplicità, essenzialità nelle azioni, dal coltivare per autoprodursi cibo, condividere gli spazi con animali selvatici e domestici, assecondare i ritmi ecologici e di rinnovamento del bosco, trovare un equilibrio con le risorse che offre, prendendo solo lo stretto indispensabile. Sono convinto che ogniqualvolta, immersi in una società ove prevale il concetto di ‘crescere’ e di ‘accumulare’, prendiamo più di quanto ci necessita, togliamo necessariamente alla Terra più di quanto ci è consentito e privando altri di questi stessi beni. In questa piccola abitazione in Contrada Rava ho ricercato una vita ecologica, a stretto contatto con la natura e con i suoi ritmi. Una ricerca della semplicità, della condivisione e cooperazione senza scopo di lucro, dell'agire tramite azione diretta per creare atti positivi. Ho fatto quindi questa scelta per divulgare ideali come il ritorno sostenibile alla natura, l'accesso alla casa e alla terra rifiutando il concetto di lucro e di crescita in cui siamo immersi quasi senza accorgercene. Al contrario la mia vita e il mio comportamento hanno voluto allontanarsi da questo stile di vita, praticando un’agricoltura di sussistenza e vendendo quanto basta per acquistare ciò che la terra non offre. A questo scopo in questi dieci anni ho recuperato antichi frutteti, piantato sia alberi da frutto che ortaggi, e dedicato parte del mio tempo al vivaismo forestale coltivando piante da semi raccolti in tutte le aree protette abruzzesi e limitrofe, allo scopo di velocizzare il processo di evoluzione del bosco (in passato troppo sfruttato) verso lo stato di climax. Per sette anni ho allevato un piccolo gregge di capre, regolarmente registrate, a scopo di sussistenza. Per problematiche non risolvibili con i locali (fino alle minacce), mi sono trovato costretto a venderle. Ho ripulito costantemente sia l'area pic-nic del parco, che il tratto di Sentiero Italia che passa vicino casa, e realizzato piccole opere sia per rendere casa vivibile sia per fornire spazi riproduttivi agli animali. Come ho già accennato prima, ho volutamente scelto una casa antica, senza strada né allacci ad eccezione della corrente, proprio per cercare di evitare tutto il superfluo ed impattare il meno possibile sull'ambiente circostante. Esperienze simili sono presenti e diffuse in tutta Italia: ecovillaggi storici quali “Il popolo degli Elfi”, “Campanara”, come nel piccolo borgo di Laturo in Abruzzo, situato nello stesso parco nazionale. Da quest'anno ho preso anche il titolo di Guida Escursionistico-Ambientale (AIGAE), proprio per cercare di avere entrate lavorative dal luogo in cui vivo, svolgendo attività didattiche volte alla conoscenza ed alla valorizzazione del territorio, in sintonia con tutto ciò che ho già fatto in solitaria. Quando mi sono trasferito qui nel 2009, non vi era alcun controllo del Parco, per cui mi son trovato a lottare per anni contro la piaga del bracconaggio, rimediando anche in questo ambito dispetti e minacce a causa di mie numerose segnalazioni, tranquillamente verificabili tra i comandi di Tossicia e Castelli. Ho sempre cercato di mettere la tutela della flora e della fauna locale tra le mie azioni prioritarie, mettendo a rischio la mia incolumità, perché non ho mai creduto che tacere o chiudere gli occhi fossero una soluzione. Dopo l'acquisto di casa con l'aiuto dei miei genitori a un prezzo ben superiore il suo reale valore,i fondi rimasti erano pressoché nulli, per cui, passo dopo passo, ho cercato di sistemare il circondario, quasi sempre con notevoli difficoltà economiche in quanto le mie entrate sono spesso irrisorie e dovute solo a rare prestazioni occasionali. Da subito ho capito che per poter di vivere qui c’era da affrontare una inevitabile e lunga trafila burocratica, che sebbene mi avrebbe evitato problemi, dall'altra parte mi avrebbe lasciato senza soldi per sopravvivere. Le mie azioni sono sempre state fatte come risposta ad esigenze primarie per vivere qui. Vorrei ora esporre brevemente ciò che mi viene contestato dalle denunce che ho ricevuto dai Carabinieri forestali di Castelli e dall’ente parco tutte nell’anno 2019, solo per aver avuto la colpa di aver tralasciato alcune necessarie autorizzazioni. Credo sia giusto dare la mia versione dei fatti. 1- Uso dell'acqua della sorgente. Questa casa, come i ruderi circostanti, non sono mai stati serviti da acquedotto: la necessità di poter bere, lavarmi, dissetare gli animali e innaffiare l'orto mi ha indotto a portare con un tubo l'acqua di una sorgente locale (vicino casa), da sempre utilizzata dai locali nei secoli passati. Non ho voluto fare un allaccio “ufficiale” a centinaia di metri perché non mi piaceva l’idea di far entrare ruspe nel bosco, sbancare, abbattere alberi e superare un torrente per posare un tubo. L'impatto sarebbe molto più importante di un semplice tubo di polietilene poggiato sul terreno. L’allaccio ufficiale sarebbe poi stato molto costoso, sia per il Comune che avrebbe dovuto affrontare i costi di quest’opera, sia per me perché sarebbero aumentate le mie spese finalizzate alla pura sopravvivenza. In secondo luogo l’allaccio ufficiale non mi avrebbe risolto il problema di innaffiare l'orto, poiché è fatto divieto di usare l'acqua potabile dell'acquedotto a uso irriguo. In ultimo ma non per ultimo, la stessa acqua della sorgente veniva presa da decenni da un vicino che abita a circa mezzo chilometro da me, nonostante avesse anche l’allaccio ufficiale all'acquedotto. Ma di fronte alle mie rimostranze i carabinieri forestali di Castelli nulla hanno fatto nei suoi riguardi e, per difendermi, mi sono visto costretto a fare un esposto nei suoi riguardi. Credo di non poter rinunciare ad un bene primario come l’acqua se voglio vivere qui, come anche di non pretendere che il Comune di Castelli spenda migliaia di euro per realizzare l’allaccio oltre a causare inutili danni ambientali. Nel tempo vissuto in Contrada Rava ho imparato a lavarmi con semplice argilla raccolta presso il fiume e con la cenere del focolare, e raro uso di prodotti biologici. Per il bagno, quando non piove utilizzo il bosco. Sono ben conscio che tutto ciò non sarebbe consentito, ma credo che non sia per nulla impattante. Ho sempre auspicato la diffusione del recupero di luoghi isolati e non ancora (fortunatamente!) urbanizzati come questo, dove puntare all'autonomia in stile rifugio montano, con l'uso di compost toilet e fitodepurazione, nonché con un rigoroso uso solo di prodotti biologici assolutamente non inquinanti,meglio ancora se autoprodotti. 2 - Laghetti per anfibi. In seguito ai monitoraggi, ho constatato la scarsità in questa zona di siti riproduttivi per anfibi, quali salamandre, tritoni, rana appenninica e rospo. Nonostante la presenza di due torrenti perenni (il Fosso della Rava che nasce dal monte Prena e il Leomogna,che nasce dalMonte Camicia), la riproduzione di anfibi è stata danneggiata negli anni dalle numerose reintroduzioni di trote ad opera dei pescatori, condotte purtroppo illegalmente anche a monte delle cascate e delle forre, dove non sarebbero mai arrivate naturalmente. Un pesce non può risalire salti verticali strapiombanti di decine di metri. La creazione di questi laghetti, fatta scavando a mano, ha avuto il solo scopo di ricreare un sito riproduttivo protetto, sia dai pesci che dai cinghiali che interrano le pozze. E l'effetto positivo c'è stato,con la riproduzione quest'anno di rospo,rana appenninica e salamandrina perspicillata nel laghetto più grande. I piccoli laghetti che ho realizzato a mano sono tre, due lungo una linea sorgentizia presente lungo un vecchio canale realizzato da secoli,che ho provveduto a ripulire, l'altro alimentato da un filo d'acqua che da casa va a sfogare nel laghetto, per non far ghiacciare il tubo in inverno, mentre in estate vi arriva solo acqua di pioggia. Tutta l'acqua utilizzata non va da nessuna altra parte, se non tornare nel ruscello e nel torrente immediatamente sottostanti. 3 - Rimessa attrezzi e fienile. Ho realizzato in autocostruzione di legno una struttura su un precedente fabbricato in muratura dove venivano tenute pecore in basso e fienile in alto dai precedenti proprietari, crollato prima del mio trasferimento nei primi anni 2000, a Parco già istituito, di cui era ancora visibile la cinta muraria esterna e l'inserimento dei travetti del tetto. Tale struttura era preesistente, visibile anche dalle foto aeree sul visualizzatore del sito del Ministero dell'Ambiente. Ho avuto l'urgenza di realizzarla nel 2014, per cui mi sono voluti due anni,a piccole tappe,viste le scarse risorse di cui dispongo. Tutto ciò a causa di un comodato verbale per cui potevo tenere le mie capre presso un rudere posto prima di arrivare a casa. Tale comodato mi è stato revocato. Avendo la necessità di trasferire le capre nelle due stalle sotto casa, non avrei avuto più spazio necessario per altri materiali vitali per la mia sussistenza. Feci fare il sopralluogo ad un geometra, ma constatai subito che la spesa, solo per progetti e autorizzazioni, avrebbe superato di gran lunga quella di materiali e manodopera,senza contare i tempi di attesa. Anche se conscio di aver fatto la scelta sbagliata, era l'unica per me economicamente possibile. L'alternativa sarebbe stata di vendere le capre...e ricominciare tutto di nuovo 4- Possesso di arco e machete e "minaccia" a pubblico ufficiale. Prima di raccontare la storia dei fatti, è necessaria una premessa. A fine inverno 2019, i Forestali di Castelli effettuavano un sopralluogo contestandomi come "discarica abusiva", i vari materiali che mi servivano (una vecchia stufa e le reti di una recinzione poste sopra un bancale), posti a qualche decina di metri da casa, insieme ad alcuni tubi per l’irrigazione lasciati volutamente senza i raccordi sul terreno, per evitare che il ghiaccio li rompesse. Materiali che non ho mai potuto portare via perché sono stato sempre impegnato dal corso da guida e dai lavori di giardinaggio occasionali in città. A giugno mi ero fidanzato e la mia ex ragazza portava a mia insaputa un suo vecchio arco in legno con alcune frecce, per divertirsi. Riguardo ai due machete, li usavo da anni per la raccolta della legna, ed erano sempre riposti o in casa, o nella stanza degli attrezzi, o poggiati fuori casa. Mai portati in giro. In un giorno libero dal corso, io e la mia ex ragazza decidemmo di fare alcuni tiri con l'arco presso il rudere a cento metri da casa, l'unico posto con uno spazio di prato in piano. Lei quindi disegnava una sagoma "umana", con delle corna, a mo’ di bersaglio, e un fumetto con scritto "Buongiorno cagacazzi" per ridere tra noi, dopo che le avevo raccontato le varie vicissitudini di spionaggi, dispetti e osservazioni dei paesani avute in questi anni passati. Ci lasciava quindi una freccia conficcata. Nel mentre aveva cominciato ad avvicinare a metà strada i materiali da portare via. Ricordo ancora che non arriva alcuna strada a casa asservita solo da un sentiero ripido e in salita lungo 300 metri, sicché ogni materiale deve essere necessariamente portato su e giù rigorosamente a mano o a spalla, gradualmente. Dopo quel giorno di tiro con l'arco io ripartivo per lavoro e lei rimaneva a casa. Il giorno stesso, saliva a casa mia il mio vicino (lo stesso dell'acqua sopra menzionato),chiedendo come mai non arrivasse acqua dai tubi, che nel frattempo avevo tolto in seguito alla denuncia. Dopo aver discusso, ed aver osservato il materasso rimasto lì, se ne andava, ed io poco dopo. Nei giorni seguenti tornava la Forestale, interpretando in maniera del tutto fantasiosa il significato la sagoma con il fumetto, come una minaccia rivolta a loro, e come se i materiali lasciati a metà strada in attesa del mio ritorno fossero stati messi lì apposta. Seguiva un bombardamento di telefonate, intimandomi di tornare subito a Castelli, mentre mi trovavo a Pescara per un lavoro di giardinaggio e dovevo restituire attrezzi presi in affitto. Non potevo muovermi, ma la telefonata era tesa a provocarmi per suscitare una mia reazione verbale, che avrebbe confermato la minaccia. Partiva dunque un mandato di perquisizione, dove venivano sequestrati l'arco e le due roncole. Premesso che non ero a conoscenza dei regolamenti stringenti in materia di armi, mi sono assunto la colpa anche dell'arco e delle frecce portati da lei. Mi chiedo il perché di questo accanimento alla lettera di tale regolamento, e come mai, allora, non siano stati sequestrati i coltelli da cucina, le asce per la legna, ed ogni "lama" oltre i 7cm come previsto da regolamento. Mi chiedo anche come mai questo stringente regolamento non sia applicato, come i relativi controlli, a tutti i residenti nell’area del Parco. Voglio quindi precisare, che io non ho mai minacciato alcuno, né ho mai avuto queste intenzioni. E trovo incredibile come da un pomeriggio di divertimento di coppia si possa arrivare ad un tale paradossale accanimento contro di me. 5- il cinghialetto femmina. Sempre nei giorni immediatamente precedenti il sopralluogo della Forestale, trovavo in una cunetta all'ingresso della Contrada, un cinghialetto femmina malridotto e barcollante, che camminava a fatica. Lo presi per rifocillarlo e mi attivai subito per capire quali fossero le procedure burocratiche da attuare. Contattai Francesca di Bartolomeo, che lavora presso la Forestale, per farmi consigliare in quale centro di recupero portarlo. Mi veniva consigliato di portarlo a Popoli. Dopo alcuni giorni la cinghialetta si era ripresa, curata con latte e mangime. Purtroppo non abbiamo fatto in tempo a portarla al centro recupero prima del giorno dalla perquisizione. A causa della presenza del cinghiale mi veniva contestato (avallato forse da qualche paesano che avrebbe potuto cacciarlo e mangiarlo)anche il reato di cattura e detenzione di fauna selvatica,trattandomi come se fossi un bracconiere. Tutto questo nonostante negli anni mi fossi esposto in prima persona con ronde, segnalazioni e posizionamento di foto-trappole, proprio per contrastare il bracconaggio e l'addestramento dei cani all’interno del Parco, anche in orari notturni. Sono sempre stato contro la caccia, ed è anche per questa ragione che ho scelto di vivere in un’area protetta. Non potevo immaginare che anche l’amore e la cura per gli animali potessero portare a queste conseguenze paradossali. Conclusioni Alla luce di tutte queste precisazioni e premesse vorrei esplicitare che io non sono (e non mi ritengo) un "nemico" del Parco, ed ho sempre cercato di mettermi in gioco in prima persona per l'area protetta, facendo una precisa scelta di vita del tutto ecologica, priva di comodità. Ho affrontato seppur con difficoltà le resistenze dei locali, che purtroppo ostacolano in ogni modo il reinsediamento sostenibile, vuoi per la mentalità, vuoi per i prezzi esorbitanti dei ruderi. Nonostante scosse di terremoto e nevicate eccezionali (che ho vissuto in prima persona), senza corrente elettrica e scaldandomi solo con una vecchia cucina economica a legna, non mi sono mai perso d’animo. Ma le conseguenze legali ed economiche dei procedimenti aperti di cui sopra rischiano concretamente di distruggere la mia scelta di vita, i progetti che ho in mente, la possibilità di vivere qui, azzerando di fatto ogni opportunità futura lavorativa, se in seguito a condanna dovessi perdere anche il titolo di guida o la possibilità di fare agricoltura di sussistenza. Questa eventualità di fatto mi lascia ben poche possibilità se non quella di finire schiavo altrove per pagare multe ed alimentare lo stesso sistemache sta distruggendo la natura, sistema contro il quale ho impostato la mia vita basandomi su criteri anticonsumistici. Quello che ho a cuore è di far conoscere le possibilità di ripopolamento in chiave ecologica e sostenibile dei luoghi marginali abbandonati, favorendo la creazione consapevole ed auto-organizzata di ecovillaggi autosufficienti. Qualcosa che già esiste in Italia da decenni, in luoghi remoti un tempo abitati, ma che rischia di essere ostacolata non solo dalle spese ingenti e dalla burocrazia, ma da una visione che vede la presenza dell’uomo solo come potenziale nemico, e non come capace di migliorare il territorio che lo circonda, curandolo e proteggendolo. Sogno la creazione di presidi che siano da esempio di transizione, in un’epoca i cui si parla molto di sostenibilità, ma si ignorano volutamente tutte quelle iniziative di agricoltura su piccola scala e/o di piccolo allevamento che non portano rendita economica, ma impostati su criteri di sussistenza, con minimi guadagni necessari all’acquisto di materiali e oggetti non prodotti in prima persona. Occorre dare una risposta e sperimentare una realtà davvero alternativa a quelle imposte del mercato, delle aziende agricole, e della continua produzione e crescita. Dare voce a tematiche basilari come l'accesso alla casa ed alla terra per i meno abbienti;per dare l’opportunità a decine di giovani dalle scarse disponibilità economiche di ripopolare aree montane senza dover rispondere in toto ai medesimi (e giusti) regolamenti imposti alle grandi aziende o a realtà con le possibilità di accedere anche alla cavillosa burocrazia alla base dei finanziamenti pubblici. La mancanza di fondi diventa un ostacolo insormontabile per il solo accesso ai fondi da investire, e ancora di più se, dopo l'investimento, si richiede il vincolo di produzione. Credo che proporre invece progetti davvero orizzontali, solidali e basati sulla cooperazione e sulla condivisione, sul metodo del consenso, possa aprire le porte ad un cambiamento, con l'integrazione dell'uomo nel contesto naturale, dando una concreta risposta anche a una serie di problemi sociali. Il mio desiderio è quello di dare la possibilità di recuperare,laddove possibile, questi casali e borghi abbandonati in chiave sostenibile ed autonoma, con l’uso delle sole risorse locali. Una scelta che oltre ad essere ecologica e sostenibile, possa aprire le porte anche ad un turismo lento, di nicchia, che può risolvere il problema sociale dello spopolamento delle aree montane d’Italia e quello economico della mancanza di risorse per cambiare vita. Perché ciò accada, occorre che la burocrazia sia meno stringente e preveda alcune deroghe per permettere a persone comuni di poter sopravvivere e di autodeterminare la propria vita. Certamente l’impatto ambientale dev’essere normato, prevedendo peò che non si debba ricorrere a progetti di tecnici specializzati e costose valutazioni anche per piccole opere come una rimessa di legna, una cuccia per il cane, o un pollaio. Vi chiedo quindi un aiuto, se possibile, per dare voce a queste problematiche, che non riguardano solo il mio caso, bensì migliaia tra pastori e contadini in tutta Italia che praticano forme di agricoltura vicine alla sussistenza, senza reddito fisso, integrate da lavori occasionali o scambi di manodopera, nonché a migliaia di persone tra singoli, coppie, o intere famiglie, spesso organizzati in ecovillaggi, che hanno intrapreso la strada del ritorno alla natura come scelta etica per un mondo diverso. Un mondo che tuttavia, seppur tanto auspicato dai media main stream e dalle recenti manifestazioni per il clima, non è di fatto consentito. Un mondo dove si dà spazio solo a quelle (molto poche) simili esperienze di successo; successo reso possibile non tanto da idee innovative o realmente ecosostenibili, ma solo grazie a cospicui investimenti e fondi o rendite a cui attingere. Una prerogativa per pochi, se non pochissimi!La maggior parte delle altre storie sono racconti di sconfitta, fallimenti e contrasti. Con questa lettera voglio dare voce a queste sconfitte. Sono disponibile a fornire qualsiasi materiale cartaceo e fotografico, relativo a casa e alle denunce che mi sono state fatte, nonché a qualsiasi confronto. Sperando di ricevere un Vostro riscontro, ringrazio dell’attenzione prestatami. Cordiali saluti, Fabrizio Sulli"

“Ho volutamente scelto una casa antica, senza strada né allacci ad eccezione della corrente, proprio per cercare di evitare tutto il superfluo ed impattare il meno possibile sull’ambiente circostante”, scrive ancora. Ad oggi però al naturalista vengono contestati diversi reati perché vivendo in un’area protetta avrebbe dovuto seguire iter burocratici già stabiliti. “Da subito ho capito che per poter di vivere qui c’era da affrontare una inevitabile e lunga trafila burocratica, che sebbene mi avrebbe evitato problemi, dall’altra parte mi avrebbe lasciato senza soldi per sopravvivere. Le mie azioni sono sempre state fatte come risposta ad esigenze primarie per vivere qui”, scrive su Facebook. Dall’uso dell’acqua della sorgente fino al ripristino dei laghetti per gli anfibi, queste solo alcune delle contestazioni da parte dei forestali. “Io non sono (e non mi ritengo) un “nemico” del Parco, ed ho sempre cercato di mettermi in gioco in prima persona per l’area protetta, facendo una precisa scelta di vita del tutto ecologica, priva di comodità”, chiosa Fabrizio. E lancia un personale appello: “Contro le vessazioni della burocrazia, e che dia risposta sociale alle disuguaglianze, affinché la terra sia un diritto, non un’esclusiva radical chic. Una risposta per gli ultimi”. Chi volesse sostenere la sua battaglia può contattarlo QUI: https://www.facebook.com/profile.php?id=100006241427677 (di Dominella Trunfio - greenme.it)
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martedì 14 gennaio 2020


 
News

Il Parlamento di Cipro boccia il CETA, Trattato Ue-Canada,
Il Parlamento di Cipro boccia il CETA, Trattato Ue-Canada, già in vigore provvisorio dal 21 settembre 2017, un piccolo Stato che blocca l'iter di ratifica di un accordo dalle conseguenze devastanti per l'agroalimentare, decisione esplosiva che speriamo sia ripresa da altri Stati europei, Italia innanzitutto. Con 37 voti contrari e solo 18 favorevoli (partito di Sinistra Akel e socialisti contrari, destra favorevole), il 31 luglio il Parlamento della piccola Cipro ha detto NO al trattato di libero scambio fra UE e Canada. Tutti i partiti, ad eccezione della destra, hanno votato contro il CETA, opponendo diverse motivazioni: dai rischi del tribunale ICS, costruito su misura per le multinazionali che vogliono fare causa agli stati, alla mancata protezione dei prodotti tipici, tra cui ricordiamo il formaggio di capra Halloum, esposti alla pirateria alimentare d'oltreoceano. E poi i pericoli dell’uso troppo disinvolto di pesticidi come il glifosato, che in Canada viene utilizzato per seccare il grano prima della raccolta, e la paura di accrescere ulteriormente il potere delle grandi imprese. >>



Covid e biologico: il 73% delle aziende in crisi a causa della pandemia.
Per oltre due aziende su tre del settore biologico la possibilità di reggere alla crisi economica sopraggiunta a causa dell’emergenza sanitaria è di massimo tre mesi. È questo uno dei primi dati dell’analisi voluta e sviluppata dalle tre maggiori organizzazioni del comparto, Aiab, FederBio e Assobiodinamica, a partire da una proposta della Fondazione italiana per la ricerca in agricoltura biologica e biodinamica (FIRAB), per rilevare l’impatto della pandemia da Covid19 sul biologico. >>



Coronavirus, 5,7 mln di litri di latte al giorno dall’estero
Ogni giorno 5,7 milioni di litri di latte straniero attraversano le frontiere e invadono l’Italia con cisterna o cagliate congelate low cost di dubbia qualità in piena emergenza coronavirus, proprio mentre alcune aziende di trasformazione cercano di tagliare i compensi riconosciuti agli allevatori italiani, con la scusa della sovrapproduzione. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati del Ministero della salute relativi ai primi quindici giorni del mese di marzo 2020 sui flussi commerciali dall’estero in latte equivalente. Bisogna fermare qualsiasi tentativo di speculazione sui generi alimentari di prima necessità come il latte che – sottolinea la Coldiretti – nell’ultima settimana di rilevazione sui consumi ha registrato un balzo del 47% degli acquisti da parte delle famiglie, sulla base dei dati IRI che evidenziano anche l’aumento degli acquisti di formaggi, dalla mozzarella (+35%) al Grana Padano e Parmigiano Reggiano (+38%). >>