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Prosciuttopoli: i falsi prosciutti si possono riconoscere! Dubbi sull’ingenuità della filiera. Forse raddoppiato il numero di cosce irregolari.

Di fronte alla truffa multimilionaria che ha coinvolto la filiera del prosciutto crudo di Parma e di San Daniele, le aziende coinvolte nello scandalo hanno optato per il silenzio stampa, sperando che la vicenda potesse passare inosservata. La situazione è cambiata dopo i nostri articoli su Prosciuttopoli, così il Consorzio del prosciutto di Parma per bocca del direttore Stefano Fanti pochi giorni fa a Cibus è intervenuto. La truffa è stata descritta come l’iniziativa di uno sparuto gruppo di allevatori, minimizzando sui numeri e dichiarando il Consorzio vittima di un imbroglio. La narrazione di Fanti risulta poco convincente per gli addetti ai lavori che la descrivono in un altro modo.

La storia inizia nel 2014, con un gruppo di almeno 140 allevatori che vendono suini destinati alla lavorazione per i prosciutti di Parma e di San Daniele provenienti da razze non riconosciute come adatte. L’operazione è resa possibile da macelli che ‘ignorano’ l’imbroglio, istituti di certificazione ‘distratti’ e prosciuttifici ignari di stagionare decine di migliaia di cosce provenienti da razze non ammesse dai disciplinari. Quando la procura di Torino conclude le indagini nel gennaio 2017 ed emette gli avvisi di garanzia nei confronti degli allevatori, gli altri soggetti della filiera si mostrano sorpresi e si dichiarano vittime. Le responsabilità ricadono anche sui due istituti di certificazione ‘negligenti’ (Istituto Parma Qualità e Ifcq Certificazioni) che non hanno controllato la genetica dei suini. Le accuse contro gli istituti che dovevano controllare sono molto serie e hanno fatto scattare il loro commissariamento per sei mesi da parte del Ministero delle politiche agricole. Si tratta di un provvedimento severo anche se, vista la gravità delle accuse, le intenzioni del Ministero erano di revocare l’incarico. Questo non è stato possibile perché non ci sono altri istituti in grado di continuare a certificare, oltre ai prosciutti, altre 30 Dop italiane nell’ambito di carni e salumi. La narrazione ufficiale continua con i più famosi prosciuttifici italiani che truffati ora chiedono i danni, ma la distinzione tra vittime e carnefici non è così netta come si vuole far credere. La verità è che per anni sono state macellate cosce di maiali provenienti da scrofe inseminate con seme di Duroc danese non adatte a diventare prosciutti Dop, ma troppi fanno finta di non saperlo. Il Duroc danese è un maiale dall’aspetto ‘gonfio’ (come il fisico dei un bodybuilder) che cresce in fretta, con poco grasso e una massa muscolare ricca di acqua, inadatta per i prosciutti, che infatti provengono da cosce di suini obesi, con una muscolatura più tenace e molto grasso sottocutaneo. Il disciplinare prevede la macellazione dopo almeno 9 mesi, quando gli animali arrivano a 160 kg (con una oscillazione del 10% fra 146 e 176 kg). Ma i maiali di Duroc danese crescono in fretta, già dopo 8 mesi pesano troppo tanto che qualcuno cambiava le date di nascita per farli risultare più vecchi, altri li macellavano quando raggiungevano il limite dei 176 kg, per farli sembrare più grassi e camuffare la scarsa presenza di adipe sottocutaneo. Questi maiali presentano però dei vantaggi, non vanno bene per essere stagionati a lungo, ma sono molto apprezzati perché i tagli nobili come la coppa o il carré sono più voluminosi e rendono di più ai macellatori. I prosciuttifici, per bocca del Consorzio di Parma, dicono che era impossibile distinguere le cosce di Duroc danese dal suino italiano pesante. Questa affermazione desta più di una perplessità. È vero che nelle condizioni operative degli impianti di stagionatura non è agevole distinguere le caratteristiche di ogni pezzo e nemmeno fare l’analisi del Dna a ogni coscia, ma esistono altri sistemi per accorgersi che la materia prima non è adatta. I tecnici dell’Anas (Associazione nazionale allevatori suini, ente senza fine di lucro specializzato nel miglioramento genetico e nella valorizzazione tecnico-economica dell’allevamento dei suini e dei prodotti derivati, compresi i prosciutti) hanno le idee molto chiare su come individuare le cosce non adatte. Le cosce derivate da razze non ammesse e non adatte sono più voluminose, perdono più acqua e peso durante la stagionatura e presentano una massa muscolare che fatica a maturare in prosciutto. Di fronte a questi elementi, descritti con meticolosità nei rapporti dell’Anas nel 2015 e 2016 e in alcune pubblicazioni scientifiche universitarie, è lecito dubitare di chi dichiara di essere stato ingannato. L’altro elemento da considerare è che dalle cosce di maiali ‘snelli’ inseminati con Duroc danese, si ottengono prosciutti di qualità mediocre che non passano l’esame di una Dop. La resa è nettamente inferiore e a livello organolettico la carne risulta ancora immatura. Difficile pensare che tutti questi elementi fossero sconosciuti ai veterinari degli enti di certificazione, a quelli che operano nei macelli e nelle aziende di stagionatura.

Questi problemi venivano segnalati dall’Anas già nel giugno 2015 a Expo in una lettera che non lascia spazio ad ambiguità. “Gli allevatori hanno perso di vista i riferimenti chiave dei disciplinari DOP ed hanno cercato di adeguarsi alla situazione, adottando talvolta comportamenti elusivi delle prescrizioni dei disciplinari DOP. L’insufficienza qualitativa della materia prima è documentato dai dati dell’attività di controllo di IPQ e INEQ e più in generale dalla significativa quota di prodotto che non viene salato per DOP. …. Il settore della trasformazione tipica lamenta una perdita di distinzione qualitativa della materia prima che rischia di rendere sempre meno attraente la lavorazione delle cosce dei suini certificati italiani rispetto a cosce di importazione. Alla luce di quanto sopra è necessario invertire la tendenza in atto e ridare dignità a un processo produttivo che, dall’allevamento alla trasformazione, faccia leva sulla qualità”. C’è un ultimo elemento da considerare. La frode secondo la procura di Torino è iniziata nel 2014, ma nessuno si è accorto di nulla. Questo vuol dire che per anni sono stati venduti centinaia di migliaia di finti prosciutti di Parma e di San Daniele a prezzi variabili da 37 a 60 euro al kg! Il ragionamento è molto semplice. Se la stagionatura dura 12-13 mesi circa e i sequestri e le smarchiature dei prosciutti localizzati nei magazzini decise dalla procura di Torino sono iniziate nel gennaio 2017, significa che una quantità simile è stata venduta nel biennio 2015-2016. Se è vero quanto sostenuto da Stefano Fanti, vale a dire che le aziende aderenti al Consorzio di Parma con un’esperienza trentennale non sapevano di acquistare cosce con poco grasso e una conformazione muscolare sospetta – la vendita al dettaglio di almeno altri 300 mila finti prosciutti è quasi una certezza. A questo punto è però lecito avanzare perplessità sull’effettiva capacità dei prosciuttifici di saper fare il proprio mestiere. Un’analoga posizione è stata presa dal Consorzio San Daniele che si dichiara parte lesa e in un comunicato si schiera con gli istituti di controllo, che non potevano verificare con i mezzi a loro disposizione la razza dei maiali. Per questo motivo il consorzio rinnova loro la fiducia, a dispetto del provvedimento di commissariamento di sei mesi deciso dal Mipaaf. Il consorzio non prende in considerazione l’ipotesi dei finti prosciutti Dop venduti negli anni precedenti, come se la truffa fosse iniziata con l’avvio delle indagini della procura di Torino nel 2016. Dal comunicato emerge infine la completa ingenuità degli aderenti che non si erano accorti e questo è grave perché i prosciutti ottenuti da cosce di Duroc danese secondo gli esperti non hanno le caratteristiche per diventare prosciutti Dop. In questa storia c’è un altro elemento curioso. Due mesi dopo l’annuncio dell’inchiesta da parte della procura di Torino, le aziende aderenti ad Assica (associazione di imprenditori che comprende le maggiori industrie di macellazione e alcuni prosciuttifici) dichiarano di essere vittima della truffa e scrivono all’allora Ministro delle politiche agricole Maurizio Martina chiedendo la convocazione di una riunione (che non c’è stata) e auspicando la formazione di un fondo assicurativo contro le probabili perdite reddituali dei produttori. Insomma i macelli e alcuni prosciuttifici ingannati si portano avanti e chiedono risarcimenti.

Un mese fa, quando abbiamo iniziato la nostra inchiesta su Prosciuttopoli, eravamo solo noi a porre il problema. In questi mesi Coldiretti, pur conoscendo la questione e avendo partecipato all’incontro con i soggetti della filiera presso la Procura di Torino, ha diffuso centinaia di comunicati stampa, per esempio sulla Pasquetta degli italiani e sulla Festa della mamma, ma si è dimenticata di una truffa di 90 milioni di euro sui prosciutti italiani. Anche i Consorzi hanno cercato di ignorare la vicenda. Dopo la nostra inchiesta, decine di testate online, compreso Il Sole 24 ore e La Repubblica, hanno rilanciato la notizia della truffa. Adesso tutti cercano di scaricare le responsabilità su altri (gli allevatori), anche a costo di fare la figura degli ingenui, come si evince dalle parole di Stefano Fanti del Consorzio di Parma. Un’analoga posizione è stata presa dal Consorzio del San Daniele che si dichiara parte lesa. In un comunicato si dice che gli istituti di controllo non potevano verificare con i mezzi a loro disposizione la razza dei maiali e per questo si rinnova la fiducia anche s il Mipaaf li ha pesantemente censurati commissariandoli per sei mesi. Il consorzio non prende in considerazione l’ipotesi dei finti prosciutti Dop presumibilmente venduti dal 2015 al 2016, come se la truffa fosse iniziata con l’avvio delle indagini della procura di Torino. Dal comunicato emerge infine la completa ingenuità degli aderenti al Consorzio che non si erano accorti di nulla anche se i prosciutti ottenuti da cosce di Duroc danese secondo gli esperti non hanno le caratteristiche per diventare prosciutti Dop. In realtà, i soggetti penalizzati da Prosciuttopoli sono i consumatori e i tanti allevatori onesti che hanno sempre usato razze di maiali consentite, i macelli che hanno deliberatamente rifiutato gli animali non adatti a diventare prosciutti Dop, i prosciuttifici che, per assicurare la qualità del prodotto, non hanno seguito facili scorciatoie. (Roberto La Pira)
www.ilfattoalimentare.it

lunedì 21 maggio 2018


 
News

Il Tribunale dell’Ue respinge i ricorsi (di Bayer e Syngenta)) contro le restrizioni ai pesticidi neonicotinoidi pericolosi per le api. Accolto in gran parte quello sul fipronil.
Le restrizioni all’uso di tre pesticidi neonicotinoidi – clothianidin, tiametoxam e imidacloprid – introdotte dalla Commissione europea nel 2013 erano scientificamente giustificate, perché basate sulla valutazione dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che aveva accertato l’esistenza di effetti inaccettabili di queste sostanze attive sulle api. Lo ha stabilito il Tribunale dell’Ue respingendo integralmente i ricorsi presentati dalla Bayer, che produce e commercializza l’imidacloprid e il clothianidin all’interno dell’Unione, e dal gruppo Syngenta, produttore del tiametoxam, nonché di sementi conciate. Syngenta aveva anche chiesto un risarcimento di almeno a 367,9 milioni di euro. >>



L’allarme di Coldiretti: “I limoni siciliani stanno scomparendo”
L’allarme di Coldiretti: “I limoni siciliani stanno scomparendo” – Non si capisce perché ci fanno acquistare a 3 euro il prodotto che arriva dall’altra parte del mondo e non consumare quello della nostra terra !!! >>



Ammazzarsi non è la soluzione.
Giovanni Viola, trentenne, si è impiccato nella sua azienda agricola. Giovanni era sposato, era padre di un bambino, era un produttore agricolo capace, era una brava persona che non accettava la situazione economica in cui era precipitato. Per tutto questo non ha retto. Le brave persone non fanno mai del male agli altri, non ci riescono, e per questo ieri dopo pranzo si è recato nella sua azienda e li ha compiuto l’ultimo atto - assurdo e per nulla condivisibile - della sua breve vita. Siamo alla resa dei conti, quello di ieri non è il gesto disperato di un singolo. NO! Vittoria sta vivendo la crisi economica e sociale più ampia della sua storia recente. Migliaia di titolari di aziende agricole, artigianali e commerciali si trovano nelle stesse condizioni economiche e psicologiche in cui si trovava Giovanni. Nessuno ha compreso quanto sia ampio il livello di disperazione di questa terra. Quella di ieri è solo una piccola frazione della punta dell’iceberg che ci sta venendo addosso. Il rischio, che va subito contrastato è l’emulazione. Togliersi la vita non è la soluzione. >>