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Quote latte, come la politica ha mandato in malora un intero settore!

Un servizio televisivo delle "iene" è riuscito a sintetizzare in una ventina di minuti l'ingiustizia subita e la sofferenza patita da migliaia di allevatori della filiera del latte in 22 anni di opposizione al sistema delle cosiddette quote latte. 22 anni di resistenza e denunce che meritano un grande rispetto e solidarietà da parte di tutti i cittadini che ancora pensano che l'accesso al cibo, a quello buono, sia un diritto universale. Perchè questo, oltre al loro lavoro e destino personale, hanno difeso questi nostri contadini contro una vera e propria associazione a delinquere a cui non si è sottratto, nell'arco del succedersi dei governi democristiani-PD-Centro destra, nessun partito politico che gestiva il ministero delle politiche agricole. Ed ancora oggi nonostante che le inchieste condotte da alti ufficiali dei carabinieri e della guardia di finanza, diano ragione ai produttori di latte, il sistema politico rifiuta di riparare danni e torto subito! Vale la pena di vedere il servizio... Tratto da https://www.iene.mediaset.it/2018/news/iene-quote-latte-europa-multe_106603.shtml

13/05/2018 Quote latte, come la politica ha mandato in malora un intero settore Matteo Viviani cerca di fare chiarezza su una delle storie più assurde del nostro Paese Matteo Viviani fa luce sulla questione delle quote latte. Nel 1983 In Italia c’erano 400.000 allevamenti, oggi 36.000. Una riduzione drastica della produzione, causata anche dal regime delle quote latte. Nel 1984 l’Europa fissa i limiti di produzione di latte per ogni Paese. L’Italia presenta il livello di produzione del 1983, ma l’ultimo dato ufficiale a disposizione risale in realtà al 1939, così il numero è approssimativo. E gli allevatori si ritrovano di colpo a dover produrre al livello di dieci anni prima, che per alcuni significa dimezzare la produzione. Per chi aveva sostenuto degli investimenti importanti nel proprio allevamento, e non era ancora rientrato dei costi, significa andare incontro al fallimento certo. Così gran parte degli allevatori si ritrova a sforare il tetto massimo. Anche perché la quota limite di produzione del latte per l’Italia era di 110 milioni di quintali, mentre il fabbisogno nazionale di 200 milioni. Molti allevatori fanno ricorso, mentre lo stato paga le multe alla Comunità europea. Ma quando l’Europa apre una procedura di infrazione contro l’italia, il governo chiede agli allevatori di pagare le multe. A Federico, l’allevatore intervistato da Viviani, viene comminata una sanzione da due milioni e mezzo di euro. E come lui tanti altri si ritrovano a dover pagare multe milionarie.

Gli allevatori cominciano a chiedere quale sia la reale produzione di latte, e si scopre che risultano più stalle di quante ce ne siano in realtà. Questo perché l’Agea, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, basa i suoi dati sulle autocertificazioni, e non su un censimento tecnico. Significa che gli allevatori devono compilare un modulo in cui scrivono a penna il numero di capi presenti nell’allevamento. Ma prima di arrivare all’Agea, il modulo passa dall’allevatore al caseificio o alla cooperativa a cui consegna il latte. I dati sono quindi facilmente manipolabili dal caseificio, che per esempio può aggiungere uno zero al numero dei capi. Una mossa utile per quei produttori che fanno latte italiano ma che in realtà lo mischiano a quello comprato dall’estero, a prezzo più basso. Marco Mantile, vice comandante del Comando carabinieri politiche agricole e alimentari, ha svolto una delle più importanti indagini sulle quote latte. Dopo quattro mesi di lavoro ha scoperto che il numero di capi censiti non giustificava il superamento della quota assegnata dall’Unione europea all’Italia. Quindi le multe comminate, dal suo punto di vista, non erano corrette. Per far quadrare i conti, Agea avrebbe modificato i dati dell’algoritmo del tetto massimo di 120 mesi di vita delle vacche, che equivalgono a dieci anni. E lo porta a 999 mesi, cioè 83 anni. Un tempo di vita impossibile per una vacca, ma utile per far sballare il numero reale di vacche presenti. Tradotto da un allevatore intervista da Matteo Viviani: “Abbiamo raccontato balle fin dall’inizio, e per giustificarle abbiamo raccontato una balla ancora più grossa”. Mantile consegna la sua scoperta alle procure interessate, ma alcune archiviano subito. Tuttavia anche la Guardia di finanza e i Carabinieri giungono alla stessa conclusione di Mantile. Che viene contattato da Giuseppe Ambrosio, il capo di gabinetto dell’allora ministro delle Politiche agricole Galan. E Marco Mantile si presenta con il registratore. Il capo di gabinetto, che specifica che “parla a nome del ministro”, esordisce così: “Le quote latte hanno assunto un significato politico”. L’indagine portata avanti da Mantile “politicamente non la possiamo sostenere, perché verremmo meno a un impegno politico che abbiamo preso con la Commissione europea. Se diciamo che abbiamo verificato e i dati sono sbagliati cade tutto il castello dei cinque anni di anticipo delle quote che abbiamo avuto . C’è stato un errore a monte, perché dovevate rifiutarvi di fare la indagine”. E conclude: “qualcosa di anomalo c’è ed ha ragione lei, mio caro Marco Mantile”. Mantile capisce che “qualcosa di grosso era stato toccato”. Viene richiesto per lui il distacco in un’altra amministrazione, e accetta: “Ho ritenuto opportuno cambiare aria”. Di quanto ha denunciato Mantile, comunque, non se ne è fatto nulla.

Luigi Gaetti, ex senatore dei Cinque stelle, da parlamentare ha avviato un’indagine e ha scoperto che “delle 33.400 stalle, più di 1300 risultano chiusi, altri sono aperti ma non hanno dentro le vacche, altri ancora hanno falsificato il numero dei parti degli animali”. Durante una discussione in Parlamento nel 2015 ha posto queste domande al ministro per le Politiche agricole Martina, oggi anche segretario reggente del Partito democratico, che Matteo Viviani risponde così: “se ci sono rilievi di questo tipo meglio andare dalla magistratura e non al ministero”. Mentre sulle scoperte fatte da Marco Mantile dice: “la magistratura ha detto che quello che sosteneva questo signore era falso”. Purtroppo diversi allevatori si sono anche tolti la vita a seguito delle multe comminate per le quote latte. Anche per questo è urgente fare chiarezza su come siano andati i fatti e individuare i responsabili.
www.iene.mediaset.it

lunedì 14 maggio 2018


 
News

Ammazzarsi non è la soluzione.
Giovanni Viola, trentenne, si è impiccato nella sua azienda agricola. Giovanni era sposato, era padre di un bambino, era un produttore agricolo capace, era una brava persona che non accettava la situazione economica in cui era precipitato. Per tutto questo non ha retto. Le brave persone non fanno mai del male agli altri, non ci riescono, e per questo ieri dopo pranzo si è recato nella sua azienda e li ha compiuto l’ultimo atto - assurdo e per nulla condivisibile - della sua breve vita. Siamo alla resa dei conti, quello di ieri non è il gesto disperato di un singolo. NO! Vittoria sta vivendo la crisi economica e sociale più ampia della sua storia recente. Migliaia di titolari di aziende agricole, artigianali e commerciali si trovano nelle stesse condizioni economiche e psicologiche in cui si trovava Giovanni. Nessuno ha compreso quanto sia ampio il livello di disperazione di questa terra. Quella di ieri è solo una piccola frazione della punta dell’iceberg che ci sta venendo addosso. Il rischio, che va subito contrastato è l’emulazione. Togliersi la vita non è la soluzione. >>



SOLIDARIETA' AL POPOLO MAPUCHE!
“Operazione Uragano”. È il nome che i carabinieri cileni hanno scelto per un’azione repressiva contro 8 leader del popolo mapuche, il popolo “originario” che da secoli lotta per la sua terra. Gli 8 erano stati arrestati, in via preventiva, per associazione terroristica, accusati di aver prodotto attacchi incendiari. >>



Le Ong possono chiedere il riesame delle autorizzazioni agli OGM, perché ambiente e salute sono connessi. Il Tribunale dell’Ue dà torto alla Commissione.
Il Tribunale dell’Ue ha annullato la decisione con la quale la Commissione europea aveva respinto la richiesta di un’organizzazione non governativa, la TestBioTech, volta ad ottenere il riesame dell’autorizzazione all’immissione in commercio di prodotti contenenti soia geneticamente modificata. La richiesta dell’Ong era stata avanzata sulla base di un regolamento dell’Unione che consente alle organizzazioni non governative di partecipare ai processi decisionali in materia ambientale, il cosiddetto “regolamento di Aarhus”. La Commissione Ue aveva obiettato che gli aspetti legati alla valutazione sanitaria degli alimenti o dei mangimi OGM non potevano essere esaminati nel contesto del regolamento di Aarhus, dal momento che tali aspetti non riguardavano la valutazione dei rischi ambientali, bensì il settore della sanità. >>