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Una, nessuna, centomila proposte di Reddito,

Cosa si nasconde dietro al dibattito sul Reddito di cittadinanza, cosa propongono realmente i 5 Stelle e di cosa ci sarebbe bisogno. Finalmente, dopo anni in cui il dibattito era relegato a strette cerchie di economisti, sociologi e attivisti, il Reddito di base (o di cittadinanza, o minimo) appare sul palcoscenico della grande politica. Il Movimento 5 Stelle trionfa nell’ultima tornata elettorale e sbandiera nel suo programma, proprio al primo punto, l’introduzione del Reddito di cittadinanza: nei giorni successivi si scatena lo scherno degli avversari politici che accusano l’elettorato 5 Stelle di essere ingenuo, fannullone e di cercare “soldi facili”, senza lavorare. Contestualmente, si moltiplicano le ricerche in rete sul «Reddito di cittadinanza» e molte persone (fake news o verità?) si rivolgono ai CAF per chiedere il Reddito promesso in campagna elettorale. È stato scritto molto sul razzismo malcelato e sul classismo che i maggiori quotidiani nazionali (Repubblica e Corriere della Sera su tutti) stanno esprimendo; in combutta con i maggiori esponenti del PD, che liquidano il fenomeno dei CAF con lo stigma dell’ignoranza e della pigrizia meridionali. Ed è stato scritto (non) abbastanza sull’incapacità della sinistra lavorista di cogliere il cuore del problema, mentre la “classe” che la sinistra vorrebbe rappresentare lo ha colto in maniera assai lungimirante (ma, si sa, la classe è sempre un passo avanti ai suoi presunti rappresentanti).

Qui vorremmo soffermarci su quanto questo dibattito sia assolutamente falsato e su come la proposta dei 5 Stelle sia in perfetta continuità con le politiche neoliberali europee, scopiazzata dai peggiori modelli di workfare (che al welfare sostituiscono l’attivazione dei soggetti poveri, incentivando l’offerta di lavoro a qualsiasi condizione: Inghilterra con una spolveratina di Germania) e, ironia della sorte, tecnicamente e ideologicamente in linea con l’elemosina chiamata ReI (Reddito di Inclusione) che proprio il PD ha varato in campagna elettorale, sperando di recuperare qualche voto. Partiamo da un enunciato che a nostro avviso chiarisce molte cose e che tenteremo di spiegare: il Reddito (di base) è il futuro del welfare, il workfare invece è il suo presente (di miseria). Redistribuzione della ricchezza; retribuzione di mansioni (relazionali, affettive, cognitive) squisitamente produttive all’interno dell’economia delle piattaforme e dell’automazione (nuova robotica, internet delle cose, ecc.); strumento di opposizione ai ricatti del “lavoro a tutti i costi” e di contrasto alla contrazione salariale; arma in mano ai precari, ai disoccupati e ai working poor per poter rifiutare condizioni inaccettabili e costringere chi si sta arricchendo in questi anni di crisi a smettere di farlo sulle spalle dei lavoratori; riconoscimento, nonché redistribuzione sociale, del lavoro di cura, domestico e riproduttivo (spesso ancora gratuito e a carico delle donne, italiane e straniere; quando retribuito, sottopagato): questo (e non solo) è il Reddito di base. Non si tratta della panacea di tutti i mali, non è il Messia, ma un mezzo, da combinare con altri e con altre battaglie, di cui non si può più fare a meno. Dunque ci domandiamo: la proposta dei 5 stelle risponde a queste esigenze?

Leggendo gli “auspici” dell’articolato normativo, sembrerebbe di sì: «E’ necessario ridisegnare il nuovo statuto delle garanzie, non solo del lavoro […] porre la questione centrale: che cosa sono oggi i diritti sociali? Il livello ideale, futuro e auspicabile è il Reddito di cittadinanza universale, individuale e incondizionato […] il fine del presente disegno di legge è quello di raggiungere un primo livello non ancora ideale». E ancora «lavorare non per l’indice di produttività ma per il benessere e per vivere una vita dignitosa e felice». Come si articola effettivamente, però, questa proposta? Viene prevista l’erogazione di una somma di denaro utile a raggiungere la soglia della povertà relativa (780 euro mensili) in cambio di una serie di assolvimenti: bisogna iscriversi ai centri per l’impiego e iniziare un percorso di inserimento entro una settimana; è obbligatorio prestare 4 ore settimanali di lavoro volontario (?) in favore dei comuni di residenza, andando così a sostituire prestazioni di lavoro da retribuire (e fungendo quindi da meccanismo di ulteriore contrazione dei salari); dimostrare di cercare attivamente lavoro per almeno 2 ore al giorno (non si capisce bene con quali modalità bisognerà certificare la ricerca) e presentarsi almeno una volta a settimana presso i centri per l’impiego, anche senza nessun motivo o senza alcuna convocazione, pena l’esclusione dall’erogazione del Reddito. Proprio come il ReI del Partito Democratico, i poveri e i percettori vengono trattati come soggetti tendenzialmente inclini al parassitismo, da controllare e da «attivare». Il lavoro volontario poi è uno dei modi migliori per utilizzare forza-lavoro gratuita in quei settori in cui i tagli alla spesa pubblica stanno mettendo in crisi l’erogazione dei servizi (basti pensare alla cultura, al terzo settore, alla manutenzione degli spazi urbani, ecc.). Sarà possibile, secondo questa proposta, rifiutare un massimo di 3 lavori ritenuti congrui (a insindacabile giudizio degli operatori dei centri per l’impiego): la congruità è stabilita rispetto al percorso formativo, alle inclinazioni che emergono dai colloqui (?), alla retribuzione che deve essere pari o superiore all’80% della retribuzione del precedente lavoro e ai chilometri tra il luogo di residenza e il lavoro, che non devono essere più di 55. Questo vale esclusivamente per il primo anno. Dopo un anno, infatti, si sarà costretti ad accettare qualsiasi impiego, per qualsiasi salario, in una qualsiasi città del territorio nazionale, essendo immaginato l’incrocio tra domanda e offerta su base nazionale. In caso contrario non si avrà più diritto a nulla.

Reddito di base come futuro del welfare, dicevamo: un reddito incondizionato, da erogare a italiani e stranieri (per rompere una segmentazione utile solo a chi sfrutta manodopera ricattabile a causa del legame tra contratti e permesso di soggiorno), un Reddito che permetta sul serio di autodeterminarsi (così come chiede a gran voce il movimento Non Una Di Meno, facendo emergere in primo piano il carattere non meramente economicista della rivendicazione) e di retribuire tutte le attività produttive e riproduttive – nella loro inedita combinazione e coincidenza – che quotidianamente svolgiamo e non vengono riconosciute. Non basterebbe, ovviamente: bisognerebbe proseguire rivendicando un salario minimo (almeno) europeo (per fare in pezzi il dumping salariale che la vertenza ultima di Embraco non fa altro che ribadire), rifinanziando e riqualificando Sanità e Istruzione pubblica, imponendo una fiscalità radicalmente progressiva (altro che flat tax!). Ma sarebbe sicuramente un inizio. Un campo di battaglia all’interno del quale far riconoscere disoccupati e precari di tutte le età e generi (l’ISTAT lo ripete con ogni rilevazione trimestrale: la povertà è in prevalenza donna!), e rendere chiari alcuni concetti fondamentali: la povertà non è una colpa e i poveri non sono parassiti. Il fatto che negli ultimi dieci anni sia aumentata la polarizzazione della ricchezza sta a testimoniare il contrario: parassita è quell’1% che detiene quasi il 25% delle ricchezze del paese; i colpevoli quelli che si arricchiscono mentre tutti gli altri non arrivano a fine mese. Mai come in questi giorni un vecchio slogan dei movimenti andrebbe rispolverato, perché in grado di fotografare la realtà meglio di mille parole… O la ricchezza è per tutti o lavorare non ha senso. (di CLAP – Camere del Lavoro Autonomo e Precario)
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martedì 13 marzo 2018


 
News

Rapporto Caritas. In 10 anni poveri quasi triplicati.
Dal 2007 i poveri aumentati del 182%, uno su due è giovane o minorenne. In crescita anche i senza dimora. In Italia c'è un "esercito di poveri" in attesa che "non sembra trovare risposte e le cui storie si connotano per un'allarmante ronicizzazione e multidimensionalità dei bisogni". Lo sottolinea Caritas nel Rapporto 2018 su povertà e politiche di contrasto. Il numero dei poveri assoluti - ricorda l'organizzazione rilanciando i dati Istat - "continua ad aumentare" e supera i 5 milioni. "Dagli anni pre-crisi ad oggi il numero dei poveri è aumentato del 182%, un dato che dà il senso dello stravolgimento" causato dalla crisi. "Esiste uno 'zoccolo durò di disagio che assume connotati molto simili a quelli esistenti prima della crisi economica del 2007-2008 con la sola differenza che oggi il fenomeno è sicuramente esteso a più soggetti". Tra gli individui in povertà assoluta i minorenni sono un milione 208mila (il 12,1% del totale) e i giovani nella fascia 18-34 anni 1 milione 112mila (il 10,4%): "Oggi quasi un povero su due è minore o giovane". >>



I colli del Prosecco si spopolano: “Troppi pesticidi, non si respira e ci si ammala”
Case in svendita tra i vigneti: l’abuso di fitofarmaci influenza il mercato immobiliare coneglianese. CONEGLIANO – Fuggono dai colli e cercano una casa in centro. Perché, lo smog cittadino, è preferibile ai pesticidi che, ogni primavera, rendono l’aria delle colline coneglianesi irrespirabile. L’utilizzo di fitofarmaci sui vigneti del Prosecco sta influenzando il mercato immobiliare. Da una parte si ha un centro città saturo, dove è difficilissimo trovare immobili in affitto, dall’altra un circondario collinare zeppo di abitazioni vuote, in vendita. Anzi: in svendita. >>



Semine di mais OGM Mon810 in Friuli Venezia Giulia: comunicato ufficiale del "Coordinamento Zero OGM"
Il Coordinamento Zero OGM comunica che, a seguito delle semine illegali di mais OGM MON 810, avvenute il 21 aprile 2018 da parte del Signor Giorgio Fidenato nei campi di Colloredo di Monte Albano ( UD ) e in data imprecisata a Vivaro ( PN ), lunedì 09 luglio 2018 gli agenti del Corpo Forestale del Friuli Venezia Giulia hanno provveduto all’estirpazione del mais ed al ripristino della legalità. Nella stessa giornata sono stati abbattuti complessivamente, su disposizione del Ministero delle Politiche Agricole, 6.000 mq. di mais geneticamente modificato, prima nei campi di Colloredo di Monte Albano, poi in quelli di Vivaro. >>