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Intervista a Wolf Bukowski: "Caporalato e sfruttamento lavorativo tra i non luoghi del nuovo cibo globalizzato"

Dopo il brillante "La danza delle mozzarelle", un altro libro di Wolf Bukowski, La "Santa crociata del porco" (sempre edito da Alegre nella collana Quinto Tipo diretta da Wu Ming 1), ci offre una riflessione a tutto tondo sulla centralità della produzione alimentare nello sviluppo capitalistico e su quello che quotidianamente mettiamo in tavola (insieme a molti altri significati culturali che assume il Sus scrofa domesticus). Abbiamo proposto alcune domande a Wolf a partire dal dialogo del mese scorso con Yvan Sagnet, presidente dell’associazione NO Cap. Se entrambi ci restituiscono molto chiaramente quali sono i meccanismi dell’ipersfruttamento schiavistico delle campagne agricole, le risposte di Bukowski allargano l’orizzonte della necessità di sovvertire i rapporti di forza consolidati, andando oltre le buone pratiche del bravo consumatore.

Wolf, il cibo è oggi diventato una moda, uno status symbol di una società capitalista sempre più "all’ingrasso". Ma quali sono le condizioni lavorative, dal nord al sud del Paese, dei lavoratori, nella quasi totalità migranti, che quel cibo lo producono e lo raccolgono? Le condizioni sono quelle che da anni descrivete, in modo approfondito e meritorio, proprio su Melting Pot. Ma oggi la “condizione del bracciante” non è più un mistero, la stampa e il discorso mainstream l’hanno integrata nella propria narrazione, non c’è più bisogno di addentrarsi in Capitanata, nella piana di Gioia Tauro o tra vigneti piemontesi per scoprirla. Il problema è piuttosto ciò che si vede quando la si guarda. Su questo la destra liberista e “compassionevole” (cioè il Pd) e i suoi giornali alimentano una vera e propria dissonanza cognitiva. Ti mostrano un lavoro schiavistico e ti dicono: “facciamolo cessare!”. Intanto alimentano legislativamente e con sgravi fiscali la meccanizzazione agricola integrale, anche dicendo esplicitamente che è la soluzione al caporalato (come dice Coop da anni, di recente anche Mutti). Così finisce che del “lavoro schiavistico” viene fatto cessare il lavoro, non lo schiavismo. Perché lo schiavismo è dato dal bisogno di reddito, e quello rimane; e anzi è acuito dalla riduzione delle occasioni di lavoro conseguenti alla meccanizzazione.

La GDO muove un mercato alimentare di miliardi di euro l’anno vendendo prodotti "sfruttati" senza prendere le necessarie misure per bloccare un circolo vizioso di sfruttamento, precarietà, lavoro sommerso e schiavitù. Spetterebbe al consumatore cambiare strategia per imporre alla GDO una politica diversa. Come? E l’unico attore di questo cambiamento resta solo ed esclusivamente il consumatore? La GDO sta prendendo i suoi provvedimenti, proprio nel modo illustrato sopra, ovvero meccanizzando. Dobbiamo elevare il focus della nostra critica, portarla a livello sociale complessivo, guardando alla sottoproletarizzazione di massa alimentata dalla meccanizzazione. Ovvio che dobbiamo anche continuare a presidiare i campi: lì permarranno sacche di supersfruttamento, che vanno riconosciute come l’altra faccia della meccanizzazione (ancora meno posti di lavoro, ancora più concorrenza tra poveri eccetera). In tutto questo il “consumatore” non può praticamente nulla. Stiamo parlando, quando parliamo di “consumatore”, di un consumatore benestante e acculturato e sensibile di un paese ricco. Una roba che a livello sistemico conta ben poco, e che solo la nostra prossimità esistenziale e di classe a quel consumatore ci spinge di sopravvalutare, come abbiamo fatto negli ultimi anni. La “certificazione etica” dei prodotti poi per me è quasi offensiva: getta addosso al consumatore (che dovrebbe spendere di più, scegliendo il prodotto col “bollino etico”) quello che lo stato non fa, ovvero il controllare le condizioni di lavoro nei campi agricoli del proprio territorio. Lo stesso stato che è invece capacissimo di individuare e tormentare e punire, con precisione chirurgica, anche un ragazzo che fa una scritta su un muro, o un automobilista che piscia per strada. Oscar Farinetti con la sua "macchina perfetta", Eataly, ha creato il brand del cibo italiano che fa "fico", tanto per riprendere il nome del nuovo parco agroalimentare bolognese che ha aperto i battenti in questi giorni. Che cosa nasconde Eataly dietro ai suoi sfavillanti stand? La verità è che non nasconde nulla: è tutto visibile. I rapporti politici, i processi di gentrificazione, gli immobili concessi dalle amministrazioni con entusiasmo e partecipazione, i costi per il pubblico e per la società (e qui penso al Fico, generatore di traffico e di cemento...). Il problema non è la particolarità di Farinetti, quanto piuttosto la normalità del fatto che si identifichino le concessioni alle imprese con il vantaggio pubblico. Nonostante decenni di esperienze dimostrino il contrario.

La politica del "bello" di Farinetti è sempre più messa in pratica anche a livello politico - istituzionale dall’alto, con la Minniti - Orlando, e dal basso con la "pulizia" delle città da migranti, transitanti, poveri, homeless e via dicendo. L’importante è mettere sotto il tappeto la povertà e presentare una città per ricchi e borghesi. Se da una parte esiste già una minima forma di organizzazione e di lotta nelle campagne, in particolare quella dei braccianti agricoli africani, come possono muoversi i migranti "cittadini" oggi e quali spazi di manovra hanno per portare avanti una lotta per i loro diritti e la loro dignità? Con la perdita di posti di lavoro (per via della meccanizzazione agricola) le persone che prima trovavano reddito in campagna tornano in città. Dalle città quelle persone verranno poi nuovamente respinte, “daspate”, perseguitate; oppure tollerate solo nella misura in cui resteranno invisibili e disposte a tutto. La soggettivazione politica, il farsi “classe per sé” della “classe in sé” degli espropriati, classe straordinariamente meticcia, è la grande questione di oggi. Sta avvenendo – magari nel sindacalismo di base, nella lotta per la casa? - o almeno ci sono le possibilità che avvenga nel prossimo futuro? Saremo capaci di intrecciarvi positivamente le istanze del nostro radicalismo politico? Saremo, insieme, in grado di fronteggiare il capitale e lo stato a esso asservito? Se le risposte a queste domande saranno positive, abbiamo qualche possibilità di salvezza collettiva, che vuol poi dire che la parte migliore degli umani, quella più incolpevole, gli “ultimi del mondo”, avrà qualche chance contro il governo omicida del capitale. Altrimenti, in caso di vittoria incontrastata del capitale, ci saranno solo fascismo più o meno esplicito e guerre tra poveri.
http://www.meltingpot.org

martedì 19 dicembre 2017


 
News

Ammazzarsi non è la soluzione.
Giovanni Viola, trentenne, si è impiccato nella sua azienda agricola. Giovanni era sposato, era padre di un bambino, era un produttore agricolo capace, era una brava persona che non accettava la situazione economica in cui era precipitato. Per tutto questo non ha retto. Le brave persone non fanno mai del male agli altri, non ci riescono, e per questo ieri dopo pranzo si è recato nella sua azienda e li ha compiuto l’ultimo atto - assurdo e per nulla condivisibile - della sua breve vita. Siamo alla resa dei conti, quello di ieri non è il gesto disperato di un singolo. NO! Vittoria sta vivendo la crisi economica e sociale più ampia della sua storia recente. Migliaia di titolari di aziende agricole, artigianali e commerciali si trovano nelle stesse condizioni economiche e psicologiche in cui si trovava Giovanni. Nessuno ha compreso quanto sia ampio il livello di disperazione di questa terra. Quella di ieri è solo una piccola frazione della punta dell’iceberg che ci sta venendo addosso. Il rischio, che va subito contrastato è l’emulazione. Togliersi la vita non è la soluzione. >>



SOLIDARIETA' AL POPOLO MAPUCHE!
“Operazione Uragano”. È il nome che i carabinieri cileni hanno scelto per un’azione repressiva contro 8 leader del popolo mapuche, il popolo “originario” che da secoli lotta per la sua terra. Gli 8 erano stati arrestati, in via preventiva, per associazione terroristica, accusati di aver prodotto attacchi incendiari. >>



Le Ong possono chiedere il riesame delle autorizzazioni agli OGM, perché ambiente e salute sono connessi. Il Tribunale dell’Ue dà torto alla Commissione.
Il Tribunale dell’Ue ha annullato la decisione con la quale la Commissione europea aveva respinto la richiesta di un’organizzazione non governativa, la TestBioTech, volta ad ottenere il riesame dell’autorizzazione all’immissione in commercio di prodotti contenenti soia geneticamente modificata. La richiesta dell’Ong era stata avanzata sulla base di un regolamento dell’Unione che consente alle organizzazioni non governative di partecipare ai processi decisionali in materia ambientale, il cosiddetto “regolamento di Aarhus”. La Commissione Ue aveva obiettato che gli aspetti legati alla valutazione sanitaria degli alimenti o dei mangimi OGM non potevano essere esaminati nel contesto del regolamento di Aarhus, dal momento che tali aspetti non riguardavano la valutazione dei rischi ambientali, bensì il settore della sanità. >>