Caporalato, la nuova legge è buona ma... Senza interventi organici è poco più che un mero manifesto.
Il Parlamento ha approvato la nuova legge contro il caporalato in agricoltura. Sono state introdotte importanti novità, che, però, non hanno affrontato questioni fondamentali, rendendo difficile raggiungere l’obiettivo dichiarato di contrastare illegalità e sfruttamento del lavoro. Le mobilitazioni dei lavoratori e delle lavoratrici degli ultimi anni hanno contribuito a una legge in cui gli aspetti positivi non mancano. Dal fatto di individuare le aziende come corresponsabili del ricorso all’intermediazione illegale di manodopera, prevedendo anche la confisca dei loro beni, all’individuazione di specifici indici di sfruttamento, che dovrebbero permettere di colpire le imprese che operano contro il lavoro. Così come è altrettanto positivo il fatto di avere previsto l’estensione del Fondo antitratta alle persone colpite dallo sfruttamento in agricoltura, misure per l’organizzazione del trasporto privato dei lavoratori e il rinvio a un piano volto al supporto alloggiativo per gli stagionali.
Siamo, tuttavia, nel campo delle potenzialità. Da un lato, perché la legge non individua nuove risorse economiche e, quindi, non si capisce bene con quali soldi si faranno le politiche enunciate. Dall’altro, perché tutta la legge inquadra il nesso lavoro-caporalato-aziende come un problema penale e non come una questione che riguarda il diritto del lavoro. La legge, cioè, rinvia ai tempi e alle procedure del diritto penale, esponendosi al forte rischio di risultare inutile o utile solo in casi di particolare gravità, fondamentali da contrastare per le persone coinvolte ma privi di efficacia nei riguardi delle più generali condizioni di lavoro nel comparto agricolo. E qui si vede un ulteriore limite della legge, quello di guardare al caporalato come problema principale, non vedendo la più profonda struttura dei rapporti di potere che condiziona il lavoro agricolo.
Non viene chiamata in causa, cioè, l’intera filiera produttiva, il fatto, per capirci, che sono i grandi commercianti e gli intermediari dei grandi supermercati a fare i prezzi di frutta e verdura, mentre a pagare il prezzo dei superprofitti dei grandi marchi sono le persone nei campi e sotto le serre. Se non si mette in discussione il modo in cui si forma il prezzo, dal campo al banco del negozio, è difficile mettere davvero fine ai livelli cui è arrivato lo sfruttamento della manodopera agricola. In questo senso, non sarà sicuramente l’ulteriore implementazione della “Rete del lavoro agricolo di qualità” prevista dalla legge a porre rimedio. Né lo sarà l’ampliamento dei soggetti che a essa potranno aderire in aggiunta alle aziende, soprattutto nel caso degli enti bilaterali costituiti dalle organizzazioni delle imprese e dei lavoratori, che, anzi, introduce ulteriori elementi di co-gestione del settore, assecondando ancora di più la conservazione delle relazioni sindacali e, quindi, dei rapporti di forza vigenti tra manodopera ed imprese.
La questione della forza è fondamentale, in generale nei rapporti di lavoro, ma specialmente per la reale applicazione di questa legge, la quale, per il suo impianto penale-repressivo, richiede che vi siano delle denunce. E chi le farà, se la paura di tanti e tante è quella di non trovare un’altra occupazione? Chi denuncerà “la reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi”, a cui la legge fa opportuno riferimento, se non sostenuto da un reddito alternativo? Quali lavoratori e quali lavoratrici avranno questa forza, se non vedranno
alternative reali e immediate per sostenere le proprie famiglie? La legge, dunque, può essere utile, ma se non si interviene in maniera più complessiva sull’agricoltura rischia di diventare un mero manifesto che non cambia la situazione del lavoro agricolo. (di Gennaro Avallone)
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martedì 25 ottobre 2016
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