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Intervista a Toni Negri: "Il Nobel a Bob Dylan premia il '68, è un bel colpo politico contro Trump"

“E’ un bel colpo politico: da leggersi anche contro Trump. L’accademia di Stoccolma, malgrado il suo ‘accademismo estremo’, dà dimostrazione di intelligenza, dimostra di poter essere… ‘like a rolling stone’, ecco”. Il sessantottino Toni Negri è uno di quelli che non può non essere compiaciuto per l’assegnazione del Nobel per la Letteratura a Bob Dylan, cantore pur riluttante della contestazione studentesca del 1968, anzi precursore di quella rivolta fin dai primissimi anni ’60. “In qualche modo è una scelta che riconosce il senso delle rivendicazioni di Dylan”, ci dice al telefono Negri, intellettuale e tra i fondatori di Potere Operaio nel 1969, una vita vissuta nei movimenti che negli anni ’60 e ’70 trovavano nei brani di Dylan la loro colonna sonora, la loro ispirazione.

Cosa significa questo premio per la sua generazione? Riaccostando le due notizie di oggi, la morte di Dario Fo e quella del Nobel a Dylan, viene da dire che quella dell’accademia di Stoccolma è una bella dimostrazione di intelligenza, visto che anche Fo è un premio Nobel. Si dimostra che l’accademia svedese, malgrado il suo accademismo estremo, è capace di questi colpi di testa. E’ un gesto politico? Sì, direi che è un colpo politico molto bello da leggersi anche contro Trump. E’ un gesto pieno di politica e dimostra che anche accademia può essere…. ‘like a rolling stone’… Come canta Dylan. Ma come giudica il fatto che il mondo in cui Trump potrebbe diventare presidente degli Stati Uniti è lo stesso in cui il Nobel della Letteratura va a Bob Dylan? Cioè a colui che cantò la rivoluzione del ’68 prima che accadesse, che iniziò nel ’62 da ‘The ballad of Emmett Till’, la sua prima canzone di protesta sull’assassinio di un giovane afro-americano che aveva osato fischiare ad una donna bianca, per poi cantare sullo stesso palco dove Martin Luther King parlò del suo sogno, ‘I have a dream’, alla marcia per i diritti civili nel ’63… Ci sono due aspetti che sottolineerei. Da un lato, c’è il Bob Dylan rivoltoso, il ribelle, l’allievo di Woody Guthrie. Cioè l’interprete di quella rabbia ribelle, di quella capacità ribelle che è stata propria di un certo proletariato americano. Soprattutto nel primo Dylan c’è una continuazione degli anni ‘30 americani, lui ha scritto pagine che somigliano molto a Steinbeck, vero furore e tradizione classica ribelle americana in cui c’è una violenza di risposta che è pari alla violenza e brutalità del capitale americano.

Steinbeck che tra l’altro è anche lui Premio Nobel per la Letteratura nel 1962. Esatto. La parabola di Dylan mi ha sempre affascinato negli anni ’60. Anche perché il sentimento che animò il ‘68 lui ce l’aveva già prima. Fin dai primi anni ’60, appariva come interprete di quello che stava succedendo in una società americana aperta e piena di speranza, oltre che di rabbia. A un certo punto però lui rifiutò di essere il cantore dei ribelli, prese le distanze dai movimenti, sempre combattuto tra la protesta collettiva e l’ambizione di artista e a questo punto diremmo di ‘intellettuale’ tout court, tra il noi e l’io, insomma. Ma accennava ad un secondo aspetto sul Nobel a Dylan: quale? Il secondo aspetto assolutamente importante è il fatto che probabilmente l’accademia comincia ad assaporare quello che sta passando un po’ nell’arte. C’è un elemento formale dell’apprezzamento estetico per il canto di Dylan. Ormai parlare di arte è parlare di forme di vita, non semplicemente descrivendola ma vivendola e proiettandola in avanti. L’arte sta diventando sempre di più una performance e Dylan è davvero il prototipo di questa interpretazione formale del fare artistico. Si può dire che c’è una vita ribelle, una vita buona e una vita bella: lui riesce a metterle insieme tutt’e tre.

Pensa che la morte di Dario Fo abbia influenzato la scelta dell’Accademia? Non ne ho idea, ma può darsi. Potrebbe darsi che, pur essendo dei vecchi barboni, magari sono riusciti comunque a sviluppare un po’ di immediatezza e intelligenza nascosta (ride). Ma penso che la scelta fosse già maturata. Ad ogni modo, il Nobel a Dylan riconosce un po’ le ragioni del ’68, anche se cade in una fase storica percorsa da forti e insolute disuguaglianze? Sì. Direi che questa scelta corrisponde un po’ alla stanchezza del neoliberismo, una stanchezza che si sta diffondendo proprio per via di queste disuguaglianze. Per dirla con Dylan: ‘The Times They Are a-Changin'. Ecco, è una scelta che si inserisce in questo clima. Anche se non si vedono forti movimenti sociali oggi. Rispondo con una battuta: in Svezia stanno in alto, è possibile che dall’alto vedano di più…
www.huffingtonpost.it

venerdì 14 ottobre 2016


 
News

Ammazzarsi non è la soluzione.
Giovanni Viola, trentenne, si è impiccato nella sua azienda agricola. Giovanni era sposato, era padre di un bambino, era un produttore agricolo capace, era una brava persona che non accettava la situazione economica in cui era precipitato. Per tutto questo non ha retto. Le brave persone non fanno mai del male agli altri, non ci riescono, e per questo ieri dopo pranzo si è recato nella sua azienda e li ha compiuto l’ultimo atto - assurdo e per nulla condivisibile - della sua breve vita. Siamo alla resa dei conti, quello di ieri non è il gesto disperato di un singolo. NO! Vittoria sta vivendo la crisi economica e sociale più ampia della sua storia recente. Migliaia di titolari di aziende agricole, artigianali e commerciali si trovano nelle stesse condizioni economiche e psicologiche in cui si trovava Giovanni. Nessuno ha compreso quanto sia ampio il livello di disperazione di questa terra. Quella di ieri è solo una piccola frazione della punta dell’iceberg che ci sta venendo addosso. Il rischio, che va subito contrastato è l’emulazione. Togliersi la vita non è la soluzione. >>



SOLIDARIETA' AL POPOLO MAPUCHE!
“Operazione Uragano”. È il nome che i carabinieri cileni hanno scelto per un’azione repressiva contro 8 leader del popolo mapuche, il popolo “originario” che da secoli lotta per la sua terra. Gli 8 erano stati arrestati, in via preventiva, per associazione terroristica, accusati di aver prodotto attacchi incendiari. >>



Le Ong possono chiedere il riesame delle autorizzazioni agli OGM, perché ambiente e salute sono connessi. Il Tribunale dell’Ue dà torto alla Commissione.
Il Tribunale dell’Ue ha annullato la decisione con la quale la Commissione europea aveva respinto la richiesta di un’organizzazione non governativa, la TestBioTech, volta ad ottenere il riesame dell’autorizzazione all’immissione in commercio di prodotti contenenti soia geneticamente modificata. La richiesta dell’Ong era stata avanzata sulla base di un regolamento dell’Unione che consente alle organizzazioni non governative di partecipare ai processi decisionali in materia ambientale, il cosiddetto “regolamento di Aarhus”. La Commissione Ue aveva obiettato che gli aspetti legati alla valutazione sanitaria degli alimenti o dei mangimi OGM non potevano essere esaminati nel contesto del regolamento di Aarhus, dal momento che tali aspetti non riguardavano la valutazione dei rischi ambientali, bensì il settore della sanità. >>