I danni irreparabili delle coltivazioni dell’olio di palma all’ambiente: le piantagioni costruite su paludi bonificate emettono il doppio di CO2. La Russia limita le importazioni?
La quantità di CO2 emessa dalle piantagioni di palme da olio ricavate da terreni paludosi è in realtà quasi doppia rispetto al valore che si credeva. Per questo motivo, considerando l’estensione delle piantagioni, è importante riconsiderare l’entità del danno ambientale. Si tratta delle conclusioni emerse in uno studio pubblicato su Environmental Research Letters. Lo studio sulle paludi bonificate per la coltivazione delle palme è stato fatto dai ricercatori dell’Institute on the Environment dell’Università del Minnesota e dell’Union of Concerned Scientists, che hanno analizzato la letteratura esistente sul tema per fare nuovi calcoli. Gli studiosi hanno rilevato che il rilascio di CO2 accelera via via che gli strati sommersi vengono esposti all’ossigeno, fatto che accelera tutti i fenomeni fermentativi e di decomposizione.
I valori sono stati ottenuti calcolando quanto un suolo sprofonda nel tempo, quanto carbonio è immagazzinato nel terreno, quanto carbonio viene assorbito in un certo suolo grazie, per esempio, alla decomposizione delle foglie, e quanto ne viene emesso.
Valutando gli studi per i terreni paludosi convertiti, il risultato è sconvolgente: la quantità di CO2 e metano rilasciata nell’atmosfera in seguito alla bonifica è doppia rispetto alle valutazioni accettate a livello internazionale. L’aumento è direttamente proporzionale alla riduzione dello strato di acqua. Tradotto in numeri, vuol dire che la perdita di uno strato di 70 centimetri di acqua, determina il rilascio in atmosfera di una quantità di CO2 pari a 20 tonnellate di carbonio per ettaro per anno, quasi il doppio delle 12 tonnellate considerate la perdita media in questo tipo di conversione dall’International Panel on Climate Change, e utilizzate per i conti ufficiali.
Considerando che, solo nel Sudest Asiatico, i chilometri quadrati di ex paludi trasformate in piantagioni di palma da olio sono più di 250.000, si capisce quanto sia grave il contributo di queste colture al riscaldamento globale e quanto sia urgente invertire la tendenza. L’altro problema poco considerato è che le piantagioni si esauriscono entro una ventina d’anni, e quando vengono abbandonate ci sono diversi problemi di smaltimento da risolvere. Il fusto delle palme, infatti, non è di legno ma di fibre legnose, che non possono essere bruciate. Tutto ciò dà origine a una devastazione del territorio che, osservato dall’alto attraverso immagini aeree, sembra un olocausto simile a quelli causati da un’esplosione nucleare. Secondo gli autori, le aziende devono ricalcolare l’impronta di CO2 senza aspettare normative nazionali, valutando la consistenza dello strato di acqua presente in un terreno.
Nella direzione di un freno alla continua conversione delle paludi potrebbe andare, se sarà confermata, l’intenzione manifestata da qualche esponente del governo russo di ridurre le importazioni di palma. In realtà le notizie sono poco chiare, come riconosce la Reuters, perché provengono da diversi comunicati delle agenzia di stampa nazionali, che hanno riferito affermazioni di ministri finora non confermate da gesti ufficiali. Ma se non altro la discussione sembra essere presente.
La Russia ha già importato, dal primo ottobre 2014 a oggi, 512.000 tonnellate di olio di palma. La tendenza è verso un incremento del quantitativo, dato che, in seguito all’embargo Ue entrato in vigore dopo la crisi ucraina, i consumi si sono orientati verso alimenti come l’olio di palma di minor qualità ma venduto a prezzi convenienti rispetto all’olio di girasole.
Ma di quelle 512.000 tonnellate, 418.000 provengono dall’Indonesia, il primo esportatore al mondo di olio di palma, seguito dalla Malesia. Paesi di quel Sudest Asiatico dove, fino a non molti anni fa, quelle paludi che permettevano al pianeta di respirare meglio non erano ancora state intaccate.
(di Agnese Codignola)
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venerdì 24 luglio 2015
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