Il Comune, il lavoro che non c’è ed il tempo liberato dal lavoro.
di Franco Piperno
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I). Perché manca il lavoro.
Nelle nostre città,la disoccupazione, in particolare quella giovanile, non è dovuta alla mancata modernizzazione del Mezzogiorno; semmai è proprio il contrario, è la iper-modernizzazione a provocare la contrazione irreversibile del tempo di lavoro ovvero del lavoro salariato.Del resto, il processo che rende superflue quote crescenti di forza-lavoro è in atto da tempo, verrebbe da dire da sempre, dall’inizio del modo di produzione capitalistico, da quando la tecno-scienza è stata messa al lavoro dal capitale finanziario per la sua valorizzazione. In altri termini, la tecnologia in Occidente ha avuto un ruolo di concorrenza ostile nei confronti della condizione operaia, dal momento che il suo svolgersi è avvenuto a risparmio, per sostituzione, del lavoro umano ripetitivo, fosse manuale o intellettuale. E le stesse lotte operaie, specie quelle più radicali, riguardate sulla scala secolare, non hanno fatto altro che accelerare questa sostituzione della macchina all’uomo, nell’intento capitalistico di ripristinare la disciplina di fabbrica, immunizzandola dall’insubordinazione operaia.
Siamo qui in presenza di una sorta di astuzia della storia capace di utilizzare il male per lasciare affiorare il bene; o almeno di fronte ad una sua qualità dialettica, per la quale alcuni tra i sentimenti più ripugnanti dell’essere sociale – l’avarizia, l’usura, il funesto desiderio di arricchirsi in fretta tramite l’interesse composto – se da una parte distruggono la diversità delle forme di cooperazione umana conseguono d’altro canto la liberazione dalla paura della fame ed un alleggerimento portentoso della fatica, per il corpo e per la mente. La crisi dell’economia occidentale non va intesa, quindi, come il fallimento del modo di produzione capitalistico; piuttosto come la sua estrema realizzazione – allo stesso modo che, ormai venti anni fa, il crollo del socialismo di stato ne ha significato il compimento. Infatti, dopo la fine dell’Unione sovietica, l’unificazione del mercato mondiale — la globalizzazione — si presenta come il punto d’approdo di un lungo percorso cominciato nel cinquecento con l’arrivo in Europa, nella pancia dei galeoni , dell’oro e dell’argento rapinato dagli spagnoli nel Nuovo Mondo. Come scrive Keynes, in un opuscoletto lucido dal titolo “Possibilità economiche per i nostri nipoti”, rieditato recentemente da Adelphi, il prezioso carico delle navi iberiche compie un miracolo senza precedenti nella storia: “la potenza accumulativa degli interessi composti, assopita da generazioni, si risveglia più forte che mai e produce effetti prima inimmaginabili”; fino al punto che, calcola a mo’ d’esempio l’economista, l’equivalente di una sterlina sottratta allora agli spagnoli dal pirata inglese Sir Francis Drake si è trasformata in centomila sterline degli anni venti del secolo appena trascorso – oggi, questo numero andrebbe moltiplicato almeno per sette.La crisi viene dalla sovrapproduzione, dall’abbondanza immane delle merci che vengono poste sul mercato mondiale ma restano invendute. Altrimenti detto, quello che costituisce il merito storico più rilevante del modo di produzione capitalistico — la fuoriuscita della umanità dall’economia, dall’epoca della scarsità, dalla lotta arcaica per la sopravvivenza– è divenuto paradossalmente l’ostacolo insormontabile che impedisce il suo ulteriore sviluppo. E questo con ragione, perché la progressiva espulsione della forza-lavoro dal processo produttivo ha finito col ridurre, se non a saturare, la capacità del mercato di consumare le merci prodotte o di assorbirne di nuove. Si tratta quindi di una crisi sistemica nella quale la miseria è provocata dall’abbondanza.
II). Come avvantaggiarsi socialmente dalla mancanza di lavoro.
La riflessione comune va rivolta verso modi e temi sociali che con l’economia e la sua crescita,non hanno niente da spartire. In fondo, a ben vedere, tutti questi giovani — che la retorica lavorista indica come incapaci d’arrivare, per altro da anni ormai, alla fine del mese — si sono liberati, inconsapevolmente e non per loro merito, dalla necessità economica, intesa come soddisfacimento dei bisogni primari, fisiologici o culturali che siano. Il problema dei giovani meridionali non è tanto come vendere al meglio il loro tempo di lavoro ma quale attività vocazionale svolgere per realizzarsi nel tempo liberato dal lavoro. Da questo punto di vista, la condizione di disoccupazione tecnologica indotta nel Meridione d’Italia non fa che anticipare la questione che si porrà, per la forza-lavoro giovanile in generale, nel giro di qualche decennio, insomma nell’arco della nostra vita..Per far fronte a questa sorte, il senso comune — ovvero la politica intesa come autogoverno della città—deve poter sperimentare forme di cooperazione sociale, comunità elettive che nascono grazie all’esodo dalla dimensione economica, ossia dalla valorizzazione del capitale. Risulta, quindi, di importanza rilevante che il Comune, in quanto volontà generale della città, costruisca occasioni dove questa cooperazione sociale, estranea se non nemica al criterio economico, possa emergere e svilupparsi. Intendiamo riferirci a luoghi e tempi, nei quartieri della città, destinati, in quanto servizi pubblici, alla educazione estetica, a quel “gusto comune” che è l’aspetto manifesto del “ Genius loci”, il fondamento dell’identità del luogo, la persistenza della vita civile della città.Si badi, non si tratta solo di praticare le attività liberali, quelle senza fine di lucro – la musica, l’astronomia, la poesia, il teatro, la pittura, la scrittura, l’artigianato, la cura del corpo, l’osservazione della natura e così via – quanto di individuare la propria vocazione attraverso la pratica di queste molteplici attività; giacché, quando si parla di educazione estetica, giova ricordare che la massima estasi che si possa esperire è quella di riconoscersi, ravvisare il proprio destino, ritrovando, come suggerisce Weber, il “demone” che dorme latente nell’anima di ogni essere umano. La posta in gioco non è più la crescita economica ma lo sviluppo dell’individuo sociale, il cittadino attivo dalla coscienza enorme, all’altezza del genere, che si auto perfeziona senza vendersi.Per queste ragioni, e per altre che qui risparmiamo ai lettori, noi, Ciromisti delle Calabrie, suggeriamo ai candidati sindaci per i Comuni di Cosenza e Rende, di non sovrastimare la rilevanza del problema economico, di evitare l’ingenuità di affidarsi agli economisti per sfuggire alle spire della disoccupazione. L’economia non è, né è mai stata, la scienza della società, ma solo un sapere specialistico, finalizzato all’accumulazione del capitale, alla gestione dell’interesse composto; e quest’ultimo è, a sua volta, l’istituto che assicura una sorta di celata dittatura del futuro sul presente; esso infatti secerne una mentalità per la quale si perseguono i risultati futuri dell’agire sociale, proiettandoli su un tempo fittizio, quando saremo tutti morti; e si trascurano gli effetti qualitativi che hanno nel presente, nell’ambiente, naturale e sociale, che ci circonda e dentro il quale è stata gettata per intero la nostra vita.
Il Comune deve ricominciare dall’origine, valutando la propria qualità di vita non dal tempo di lavoro ma dal tempo liberato dal lavoro,dove il bello ed il buono vengono anteposti all’utile. Sarà così possibile, nell’immediato, rovesciare la disgrazia della disoccupazione giovanile in una insperata occasione di realizzazione dell’individuo sociale, il cittadino che non pensa al futuro e grazie a questa rimozione cammina sicuro sul sentiero delle virtù civiche, della buona vita. Smetteremo così di ammirare i nuovi ricchi, per onorare, come suggerisce Keynes, coloro che ci insegnano a sottrarci all’accidia e ad apprezzare fino in fondo ciò che già esiste nascosto nel nostro presente, l’ora ed il giorno, “i gigli del campo che non lavorano e non filano” limitandosi a divenire ciò che sono. (di F. Piperno - 13 maggio 2011)
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venerdì 30 gennaio 2015
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