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L’INSEGNAMENTO DEL MICHELINI.

A margine di alcune visite effettuate un paio di settimane fa in Trentino ci siamo fermati, sollecitati e accompagnati da Eugenio Rosi, al Maso Michelini, sulle prime colline alle spalle di Rovereto. Un maso antichissimo, bellissimo nella sua architettura rurale e “vissuta”, oggi gestito dal proprietario Walter Michelini, che ci ha accolti con grande ospitalità, conducendoci nella vecchia e meravigliosa cantina dove tra le vecchie botti ha “pescato” una boza (bottiglia, in trentino) presto aperta all’ombra di un bel castagno, tra le vigne del maso.

Si comincia a chiacchierare e il Michelini (come si sa in Trentino l’articolo è d’obbligo quando si indica una persona) ci racconta, tra le altre, una cosa bellissima, che secondo noi vale la pena di essere riportata perché, nella sua semplicità e “innocenza”, fotografa perfettamente quello che è avvenuto e che sta avvenendo – nel bene, ma soprattutto nel male – nel mondo del vino italiano. «Fino alla fine degli anni Ottanta – racconta Michelini – coltivavo la vigna assieme a mio padre, e facevo quello che mi aveva insegnato lui e prima ancora mio nonno. In sostanza non facevamo niente di strano: tante ore in vigna, tanta zappa, qualche trattamento a mano con rame e zolfo … facevamo una viticoltura che oggi si chiama biologica, ma quella volta questo Biologico non c’era, non l’avevano ancora inventato … Poi agli inizi degli anni Novanta hanno cominciato a venire i Tecnici (n.d.r.: noi abbiamo immaginato essere gli agronomi delle cantine sociali o dell’Istituto di San Michele all’Adige …) che mi dicevano che sbagliavo tutto: che dovevo potare in modo diverso, che dovevo diserbare il sottofila invece che lavorare con la zappa il terreno, che dovevo “dare acqua”, che dovevo usare i Sistemici e poi gli Antibotritici … insomma che se volevo continuare a guadagnare qualcosa dalla mia attività di viticoltore dovevo cambiare tutto il mio sistema».

«E io – continua in maniera sempre più incalzante – pian piano mi sono lasciato convincere e ho cominciato a fare, controvoglia, quello che mi dicevano. In effetti, devo dire, ho guadagnato qualche lira in più … ma l’uva che producevo mi dava ben poche soddisfazioni …». «Ma quello che è bello – e a questo punto il Michelini, persona pacata e tranquilla, si infervora incredibilmente nel racconto – è che da qualche tempo questi Tecnici hanno ricominciato a venire per dirmi che sbaglio ancora tutto. Che dovrei inerbire, che dovrei scalzare il sottofila, che dovrei fare la “lotta integrata”, che dovrei “passare al biologico” … e finiscono per dirmi che dovrei fare dei corsi di aggiornamento. E allora a me viene da ridere e gli dico: ma cosa dovrei venire a imparare, quello che facevo – e che sapevo fare bene – una volta? Voi vorreste insegnare a me quello che facevo già trent’anni fa? E così li mando via, prima di arrabbiarmi sul serio … perché poi quando i Tecnici cominciano il discorso sul contenere i costi, sull’abbattimento dei costi e su tutta questa solfa dei costi m’innervosisco proprio … Una volta non si badava ai costi, si faceva una bella viticultura, si produceva un’uva migliore e si viveva meglio. Ora ci sono sempre problemi, l’uva non è più quella, si vive peggio e non si guadagna più niente … non mi sembra un grande progresso!!».

Qualsiasi commento alle parole del Michelini ci sembra superfluo. Spendiamo le ultime righe per la boza che ci siamo bevuti, con grande soddisfazione, durante quella mezz’oretta sotto il castagno. Presa su fresca dalla cantina, aperta con un vecchio cavatappi e versata subito nei bicchieri: un Merlot del 1969, imbottigliato con i “sofisticati” mezzi tecnologici dell’epoca (vedi foto cantina) dal padre del Michelini. Valter mette il naso nel bicchiere e storce un po’ il naso – no l’è bona come altre – a noi invece sembra un sogno: la leggera riduzione iniziale sparisce subito, si avvertono note di ossidazione ma molto contenute, il naso comincia lentamente ad aprirsi. La bocca impressiona per la grande acidità, per la perfetta forma e per la drittezza, ancora succosa nonostante l’evidente mancanza dei sentori fruttati primari. Spezie finissime, tabacco, pepe; ogni sentore si esprime con calma, ma con nitida determinazione, per una bocca sempre più elegante e austera, che alla fine domanda ancora un altro sorso … e la boza finisce subito, sulle parole sacrosante del Michelini. (da Slowine di SlowFood - agosto 2013)
www.eltamiso.it

sabato 10 agosto 2013


 
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