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La vita infernale delle donne in Messico: maquiladores, bordelli, narcos ed esercito.

Il bollettino di guerra in Messico potrebbe far impallidire i report fatti durante i massacri in Siria. Perché è una guerra quella che si sta consumando nel paese più grande dell’America Centrale e che dura da ormai sei anni, da quando nel 2006 il presidente Felipe Calderón ha dichiarato ufficialmente aperte le ostilità contro i narcos, che da molto prima stringevano il paese in una morsa. Mentre prima dell’ 11 Settembre 2001 il Messico era un luogo di transito per portare la droga dall’America Latina agli Stati Uniti, secondo il patto stipulato dai cartelli con il Pri (Partido Revolucionario Institucional) che regnava incontrastato, con la chiusura delle frontiere a seguito delle Torri Gemelle i narcos hanno rianimato il mercato messicano, sommergendolo, ed ora è possibile acquistare stupefacenti praticamente a ogni angolo di strada mentre cresce la percentuale di tossicodipendenti messicani.

Calderón, a seguito della rottura dei patti, ha mandato l’esercito a sterminare i narcos che ha loro volta hanno dichiarato guerra ai cartelli rivali, portando le vittime della violenza relativa alla droga a 47,515 dal 2006, secondo un report pubblicato dal governo messicano nel gennaio di quest’anno. Ovviamente le persone rimaste uccise e il numero esorbitante di tossicodipendenti, per un giro d’affari che, secondo le stime, varia dai 15 ai 45 miliardi di dollari l’anno, non sono che un aspetto della situazione fuori controllo. La stessa società messicana è implosa, e il paese che stava dando la scalata alla crescita negli anni novanta è precipitato in un baratro di caos dove i diritti umani, anche i più elementari, sono fuori dalla portata dei cittadini. In ogni società dominata dall’ anarchia della violenza viene alla luce un dato significativo sulle donne, che ne diventano l’emblema, le quali, in Messico come altrove, sono tra le vittime più significative dello stillicidio del Paese. Calderón, a seguito della rottura dei patti, ha mandato l’esercito a sterminare i narcos che ha loro volta hanno dichiarato guerra ai cartelli rivali, portando le vittime della violenza relativa alla droga a 47,515 dal 2006, secondo un report pubblicato dal governo messicano nel gennaio di quest’anno. Ovviamente le persone rimaste uccise e il numero esorbitante di tossicodipendenti, per un giro d’affari che, secondo le stime, varia dai 15 ai 45 miliardi di dollari l’anno, non sono che un aspetto della situazione fuori controllo. La stessa società messicana è implosa, e il paese che stava dando la scalata alla crescita negli anni novanta è precipitato in un baratro di caos dove i diritti umani, anche i più elementari, sono fuori dalla portata dei cittadini. In ogni società dominata dall’ anarchia della violenza viene alla luce un dato significativo sulle donne, che ne diventano l’emblema, le quali, in Messico come altrove, sono tra le vittime più significative dello stillicidio del Paese. Amnesty International ha recentemente etichettato come “allarmante” lo stato dei diritti delle donne in Messico, evidenziando come queste non siano “solo” vittime di un numero sempre maggiore di omicidi (nei primi sei mesi del 2012 sono state 130 le donne uccise nello stato di Chihuahua, nel nord), ma che siano veri e propri oggetti di discriminazione da parte delle stesse forze dell’ordine, le quali nella maggior parte dei casi semplicemente ignorano le denuncie di violenza che pervengono alle loro scrivanie.

Non solo dei 14,829 casi di stupro registrati nel 2009 una percentuale irrisoria è giunta davanti a una corte (e non si contano i casi non denunciati), ma è successo che la stessa polizia si sia macchiata di questo reato, come accaduto a San Salvador Atenco nel 2006, quando furono arrestate senza motivo durante una protesta più di 26 donne che in seguito furono violentate dalle forze dell’ordine durante la detenzione. Casi più recenti sono quelli degli assassini avvenuti a Ciudad Juarez che hanno portato alla coniazione di un neologismo, il “femminicidio”, per descrivere questa escalation di violenza sulle donne. In questa città di confine l’inferno in terra che è diventato il Messico raggiunge nuove vette di perfezione. Divisa tra maquiladoras e bordelli, la vita delle donne messicane scorre senza spiragli di luce: le maquilas sono fiorite dopo l’accordo del Nafta del 1994 che, distruggendo l’agricoltura, ha permesso alle masse rurali di riversarsi in queste fabbriche terra di nessuno, dove le industrie straniere godono di ogni genere di sgravi fiscali. Nelle maquilas si sottopongo le giovani operaie, le più al di sotto dei 18 anni, ad ogni genere di pressione fisica e psicologica, controlli, orari di lavoro massacranti e nessun tipo di tutela sindacale e non. Sono queste le vittime dei brutali omicidi (quando vengono ritrovati i corpi) e della tratta di schiave sessuali: giovani, pelle scura e appartenenti ai ceti proletari, vengono torturate e stuprate prima di essere uccise, poi i cadaveri vengono abbandonati nei quartieri popolari di Ciudad, oppure vengono rapite, drogate e costrette a prostituirsi. Altre scelgono di vendersi alla Mina, un quartiere dietro il centro di Ciudad dove è poco consigliato avventurarsi, per pagarsi le dosi quotidiane che non possono essere comprate con lo stipendio da fame delle maquilladores. Molte di queste ragazze, dopo che mercati più competitivi hanno portato le aziende denominate appunto “rondini” a levare le tende, sono tornate nei paesi natii, per lo più rurali, dove non sono comunque tutelate dalle frequenti violenze domestiche e dai rapimenti.

In Messico lo sviluppo culturale è stato minato da una parte dagli interessi dei narcos e dall’altro da quelli delle grandi compagnie, entrambi decisivi nell’aver creato un sistema politico e governativo corrotto sotto ogni aspetto, dai poliziotti che si fanno pagare il pizzo dai commercianti oppure al soldo dei narcos, agli alti strati della burocrazia che specula sulle risorse naturali e umane del paese. Una situazione invivibile, non migliorata dalle ultime elezioni che ha visto trionfare Enrique Peña Nieto, leader del Pri dopo dodici anni tornato al potere, scatenando le proteste per le modalità della vittoria. Sembra che sia tornata in auge quella che Llosa, riferendosi proprio alla democrazia messicana, chiamava la “dittatura perfetta”, ovvero una vittoria elettorale dove i voti erano stati guadagnati tramite coercizione e minacce o semplicemente comprati. Questa è l’accusa che viene rivolta a Nieto dal movimento “Yo soy 132”, sceso nelle piazze di Città del Messico e di altre città per contestare queste elezioni che la società civile messicana denuncia come una truffa. Un Paese al collasso sociale ed economico è quello che si presenta sotto gli occhi di tutti, e che viene attentamente monitorato dagli Stati Uniti, meta predestinata dell’emigrazione messicana. Molti cittadini messicani che vivevano negli U.S.A. e che erano riusciti a ritagliarsi un pezzetto tutto per loro con un lavoro, una casa e una famiglia, vengono oggi rispediti in Messico senza troppi convenevoli. Basta a volte una multa per eccesso di velocità per perdere il permesso di soggiorno e chi torna senza nulla dei beni accumulati durante la permanenza oltre il confine si trova in una situazione disperata, in un paese disperato. Pochi tentato di tornare illegalmente negli Stati Uniti a causa delle difficoltà che il viaggio comporta attraverso il deserto, o nei rischi che si corrono affidandosi ai cartelli criminali che portano gli immigrati clandestini oltre la dogana. Chi è costretto a tornare rimane spesso nelle città di confine dove sono stati scaricati guadagnandosi pochi pesos come possono, completamente abbandonati dal governo. Questo è il Messico oggi, dove la vita vale poco, e la giustizia meno. (Autore: anastasia latini)
www.controlacrisi.org

lunedì 5 novembre 2012


 
News

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