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Consumo di suolo: case sfitte e capannoni abbandonati.

L’espansione urbana, favorita dalle continue varianti ai piani regolatori e dagli accordi “perequativi” sottoscritti con i proprietari delle aree da urbanizzare, per il Veneto è riassumibile in due dati, relativi ai primi dieci anni del nuovo secolo: - 148 milioni di metri cubi di edilizia residenziale, che consentirebbero - secondo gli standard urbanistici indicati dalla Regione - una adeguata soluzione abitativa per quasi un milione di persone, quando in realtà la popolazione del Veneto negli stessi anni è aumentata solo di 429.mila unità (connessa principalmente all'immigrazione,e con una tendenza alla decrescita). - 165 milioni di metri cubi di edilizia commerciale, terziaria ed industriale.

Si è dunque costruito troppo, al di fuori di ogni ragionevole rapporto con la domanda effettiva, cementificando i terreni agricoli più fertili, ma oltretutto si è costruito male, con tipologie inadeguate e a prezzi inaccessibili per la maggioranza delle famiglie: tutto ciò trova conferma nei dati desumibili da una ricerca sul web, che rivela come in Veneto siano attualmente offerti in vendita più di 70mila appartamenti (dati parziali, sicuramente sottostimati, curiosando sul sito www.trova-casa.net) con al top la provincia di Padova con 23.170 abitazioni, delle quali oltre 16mila concentrate nei 18 Comuni dell’area metropolitana che gravita attorno al capoluogo. Nella sola città di Padova gli alloggi offerti in vendita sono 7.636, mentre seguono ad una certa distanza, ma con valori tutt’altro che irrilevanti, i principali Comuni della prima cintura. In aumento sia le case nuove, che quelle “liberate” causa sfratto per morosità, in aumento del 164% in dieci anni a seguito della crisi. Risultano poi esservi oggi nel Veneto oltre 3.200 capannoni industriali offerti in vendita o in affitto (dei quali quasi 1.200 nella sola provincia di Padova), per non dire dell’innumerevole quantità di negozi, uffici, depositi e magazzini alla disperata ricerca di un compratore o di un affittuario.

flusso di capitali dirottati verso la rendita e le speculazioni immobiliari ha sottratto risorse vitali agli investimenti nei settori produttivi, alla ricerca ed all’innovazione tecnologica. Non è dunque casuale il fatto che, dopo l’alluvione cementizia degli anni passati, ci si trovi oggi di fronte ad un sempre più desolante panorama di zone industriali brulicanti di edifici abbandonati o posti in vendita. Un diverso, più equilibrato e stabile modello di sviluppo economico è immaginabile solo recuperando e riqualificando - anche da un punto di vista energetico - il patrimonio edilizio esistente, risparmiando e valorizzando le risorse del territorio, gli ecosistemi, l’agricoltura, il paesaggio ed i beni culturali!

A questo fine è importante sollecitare le Amministrazioni comunali affinché forniscano i dati richiesti dal Forum nazionale “Salviamo il Paesaggio” per il Censimento dello sfitto e delle aree minacciate da nuovi progetti di lottizzazione edilizia: primo passo per la presentazione di un disegno di legge d’iniziativa popolare finalizzato a porre un freno in tutta Italia al consumo di suolo (qui il blog del comitato padovano Salviamo il Paesaggio e qui il link per firmare l'appello ai sindaci). Ma nella nostra Regione è anche importante ed urgente rivendicare il rispetto della Legge urbanistica del 2004, che stabiliva il principio secondo cui l’utilizzo di nuove risorse territoriali sia consentito «... solo quando non esistano alternative alla riorganizzazione e riqualificazione del tessuto insediativo esistente» e che all’articolo 13, per il dimensionamento dei piani, poneva un limite al cambio di destinazione d’uso dei terreni agricoli: non più dello 0,65% o dell’1,3% (in relazione alle diverse tipologie di Comuni) della superficie agricola (SAU) ancora di fatto presente a livello comunale. Tale limite, purtroppo, è stato per lo più interpretato dai Comuni come quantità aggiuntiva a quanto già concesso dai piani regolatori vigenti al momento dell’adozione dei nuovi Piani di Assetto Territoriale (PAT o PATI). Il problema è che, secondo le analisi fornite dalla stessa Regione in fase di predisposizione del nuovo Piano Territoriale Regionale di Coordinamento, nei vecchi Piani regolatori è mediamente prevista la possibilità di incrementare di più del 40% l’urbanizzato esistente! Va quindi necessariamente richiesto (anche attraverso un apposito Atto di Indirizzo della Regione) che vi sia l’obbligo per i Comuni di ridimensionare gli stessi PRG vigenti. Sergio Lironi - Direttivo Legambiente Padova.
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giovedì 26 aprile 2012


 
News

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