Perù, la protesta del rio Tambo.
Sono giá settimane che si succedono blocchi stradali, scioperi, proteste e ultimamente vere e proprie battaglie campali fra polizia e cittadini nella valle del Tambo, una regione della costa meridionale del Perù. Il bilancio è pesante, una cinquantina di feriti - la settimana scorsa anche un morto.
Da un lato elicotteri, blindati e gas lacrimogeni, dall'altro migliaia di agricoltori, giovani disoccupati e semplici cittadini de sei municipi che si oppongono ai piani della impresa Southern Copper Perú Co., che progetta di aprire una miniera a cielo aperto (open pit) per estrarre ossido di rame. In una seconda fase il progetto di espanderà, con un impianto che tratterà il sulfuro di rame estratto. Le previsioni sono tre anni per rendere operativa la miniera e circa diciotto anni di vita utile in cui estrarre il minerale, sempre più ricercato.
Ma questo implicherà utilizzare circa 1.267 metri cubici di acqua al giorno, etratta da pozzi profondi o acqua marina: in queste zone estremamente arida, è una quantità esorbitante. Implicherà anche produrre un volume di residui minerari valutato intorno a 283 milioni di tonnellate di materiale, senza contare i residui di idrocarburi e di acido solforico; fra l'altro, l'impresa pensa utilizzare nel processo estrattivo circa 25 tonnellate di nitrato di ammonio e almeno 5 tonnellate di emulsioni tossiche giornalmente.
E sono queste previsioni che hanno suscitato i timori e le proteste di molti degli abitanti: i quali non si spiegano come i trecento posti di lavoro creati dal progetto (che non sono comunque già i 2.400 posti che la Southern Copper aveva promesso all'inizio) possano rimpiazzare i circa ventimila agricoltori che perderanno le proprie attività produttive. Nella vallata del fiume Tambo oggi almeno diecimila ettari di terreni sono coltivati fra canna da zucchero, riso, olivo, frutteti e altri ortaggi tipici andini; gran parte della popolazione continua a vivere di agricoltura e il pericolo che le acque superficiali del fiume siano per sempre contaminate da questo progetto minerario a monte, del canyon del Cachuyo, è considerato dai più un prezzo inaccettabile (www.salvemoselvalledeltambo.blogspot.com).
Gli studi impatto ambientale dell'impresa mineraria, accusano i critici, sono comunque incompleti: non includono i fattori di rischio rappresentati dai sulfuri per la qualità delle acque sotterranee, la liscivazione dei metalli nella nappa freatica, e i fondamentali dati idrogeologici. Certo è l'opposizione è diffusa e i sindaci delle cittadine di Cocachacra, Dean Valdivia, Punta de Bombon e Islay-Matarani hanno già convocato i propri concittadini a consultazioni e referendum popolari per chiedere se davvero vogliono lo sviluppo economico della filiale peruviana della Southern Copper. La consultazione non dovrebbe riservare sorprese. Un recente sondaggio di opinione ha rivelato che il 47% della popolazione di Cocachacra non vuole la miniera, mentre il 25% sarebbe a favore se si garantisce la creazione di posti di lavoro fissi e di non danneggiare l'ambiente. Parecchi fra i cittadini interrogati dicono che non vogliono veder sparire i frutteti e gli ortaggi locali dalle loro tavole, in particolare i gamberetti simbolo del Rio Tambo.
Ora, a morte venerdì scorso di un anziano agricoltore, a quanto sembra colpito dalle pallottole della polizia a Pampa Blanca, ha esacerbato il conflitto: e ha obbligato le autorità statali a far slittare il progetto per almeno tre mesi, il tempo che la impresa mineraria a capitale statunitense presenti nuovi studi di impatto ambientale, più realistici e di tipo «partecipativo».
(di Fulvio Gioanetto)
Il Manifesto
giovedì 19 maggio 2011
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