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Le città dei pozzi.l

Attingere l'acqua al pozzo è un gesto che colleghiamo a uno stile di vita rurale, e anche un po' all'antica. Ma bisognerà rivedere questa idea: perché milioni di abitanti, dei centri urbani di molti paesi in via di sviluppo, dipendono per la vita quotidiana non da un acquedotto (che convoglia acqua da un fiume, lago o reservoir più o meno distante), ma proprio da un pozzo.

Uno studio del International Institute for Environment and Development (Iied), istituto di ricerca britannico, dimostra che un terzo della popolazione urbana in Africa e in Asia meridionale e sud-orientale fa ricorso a «acqua di falda auto-estratta», formulazione accademica per dire acqua tirata sù da un pozzo proprio. «La tendenza delle politiche pubbliche è di favorire l'uso di acqua distribuita attraverso sistemi di tubature, ma la ricerca dimostra che una grande proporzione della popolazione urbana \ non è servita dagli acquedotti, e deve rifornirsi da sé attingendo acqua di falda dai pozzi», fa notare un coautori del rapporto, Jenny Groenwall (nel comunicato diffuso ieri dal Iied). Il rapporto è interessante perché entra in dettaglio. Scopriamo ad esempio che la Liberia è il paese dove maggiore è la dipendenza da acqua «auto-estratta» (il 70%), anche perché Monrovia, la capitale, ha sempre avuto numerosissimi pozzi: quando è scoppiata la guerra civile negli anni '90, e la rete idrica è stata distrutta, è grazie a questi che gli abitanti hanno potuto sopravvivere. Più significativo è che in Nigeria il 59% delle famiglie urbane ha un pozzo come principale fonte d'acqua da bere, e la dipendenza dall'acqua di falda è più che raddoppiata tra il 1999 e il 2008: ricchi o poveri, due terzi degli abitanti della metropoli dell'Africa occidentale hanno un pozzo nel cortile - anche perché la rete idrica urbana, tra fognature che perdono e tubature dell'acqua potabile piene di buchi, è inaffidabile.

Altrove è piuttosto la popolazione più povera che si serve dei pozzi, in baraccopoli o quartieri bassi tagliati fuori dalle reti di distribuzione idrica: nei quartieri benestanti basta aprire i rubinetti. Lo studio mette a confronto le città di Bangalore in India e Lusaka in Zambia. Nella prima, dove la popolazione è cresciuta rapidamente negli ultimi anni, la penuria d'acqua è acuta e gli utenti della rete pubblica ricevono acqua solo per qualche ora al giorno, e non tutti i giorni (a meno che abbiano la fortuna di vivere nella stressa strada di qualche Vip); qui però le falde acquifere sono molto basse e bisogna scavare pozzi profondi, muniti di pompe: chi fa questo investimento poi vende l'acqua a grossisti che la rivendono ai cittadini, con buon profitto. Anche a Lusaka la rete idrica è insufficente, ma la falda è vicina alla superfice ed è facile, nelle zone povere della città, scavarsi un proprio pozzo: acqua abbondante per tutti. Solo che spesso sono vicini alle latrine e il rischio di contaminazione è alto, come testimoniano i ricorrenti scoppi di colera.

L'acqua dei pozzi, dicono i ricercatori del Iied, è purtroppo una risorsa «nascosta», nel senso che non compare (o solo in minima parte) nelle statistiche ufficiali. Anche perché le autorità pubbliche quasi ovunque li vietano, per motivi sanitari, così chi ha un pozzo tende a non dichiararlo. Secondo l'istituto britannico meglio sarebbe se amministratori locali e «decisori» politici prendessero atto della realtà: invece che vietare i pozzi dovrebbero assicurarsi che quell'acqua sia usata in modo sano e sostenibile. Il rischio, però, è che ne risulti solo un ulteriore abdicare delle responsabilità pubbliche. (di Marina Forti)
Il Manifesto

martedì 16 novembre 2010


 
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