L'imbroglio del cotone.
Tra un paio di giorni la Commissione europea presenterà la sua proposta di riforma della «politica agricola comune», il sistema di sovvenzioni che regge l'intera produzione agricola e alimentare dell'Unione: possiamo scommettere su settimane di accanite discussioni su quote, rimborsi, agevolazioni, incentivi a piantare questo o estirpare quello. Ciò di cui meno si parla però è l'effetto perverso delle sovvenzioni agricole europee sui paesi «in via di sviluppo» le cui economie si basano sull'export di derrate agricole.
Il cotone è un esempio. La fibra tessile non è tra le colture agricole più rilevanti qui ma un po' se ne coltiva, in Spagna e Grecia: anche perché l'Unione europea versa ai propri coltivatori di cotone l'equivalente di 2,51 dollari per ogni libbra (poco meno di mezzo chilo) di prodotto, che è più del prezzo del cotone sul mercato mondiale - con un tale bonus è ovvio che coltivare cotone è redditizio. Africa occidentale, Benin, Burkina Faso, Chad e Mali sono detti «i quattro del cotone», o C4, perché questa è la loro maggiore derrata da esportazione. È il cotone meno caro al mondo, con costi di produzione molto bassi, anche perché i circa 10 milioni di coltivatori nei quattro paesi se la passano piuttosto male, il reddito del cotone permette a malapena di coprire il costo della vita e non tutti riescono a mandare i bambini a scuola. Il cotone non permette ai coltivatori dell'Africa occidentale di uscire dalla povertà, e il principale motivo sono proprio i sussidi che l'Unione europea - come anche gli Stati uniti - garantisce ai propri agricoltori. È un meccanismo perverso descritto dalla Fairtrade Foundation (una fondazione britannica per il «commercio equo») in uno studio diffuso lunedì: dove sostiene che i soldi distribuiti dai paesi ricchi ai propri agricoltori tengono artificialmente su la produzione e distorcono i prezzi, creando un ostacolo insormontabile per il cotone africano.
Il cotone è un esempio. La fibra tessile non è tra le colture agricole più rilevanti qui ma un po' se ne coltiva, in Spagna e Grecia: anche perché l'Unione europea versa ai propri coltivatori di cotone l'equivalente di 2,51 dollari per ogni libbra (poco meno di mezzo chilo) di prodotto, che è più del prezzo del cotone sul mercato mondiale - con un tale bonus è ovvio che coltivare cotone è redditizio. Africa occidentale, Benin, Burkina Faso, Chad e Mali sono detti «i quattro del cotone», o C4, perché questa è la loro maggiore derrata da esportazione. È il cotone meno caro al mondo, con costi di produzione molto bassi, anche perché i circa 10 milioni di coltivatori nei quattro paesi se la passano piuttosto male, il reddito del cotone permette a malapena di coprire il costo della vita e non tutti riescono a mandare i bambini a scuola. Il cotone non permette ai coltivatori dell'Africa occidentale di uscire dalla povertà, e il principale motivo sono proprio i sussidi che l'Unione europea - come anche gli Stati uniti - garantisce ai propri agricoltori. È un meccanismo perverso descritto dalla Fairtrade Foundation (una fondazione britannica per il «commercio equo») in uno studio diffuso lunedì: dove sostiene che i soldi distribuiti dai paesi ricchi ai propri agricoltori tengono artificialmente su la produzione e distorcono i prezzi, creando un ostacolo insormontabile per il cotone africano.
Il 2001 è preso a data di riferimento perché quell'anno in Qatar era cominciato un round di negoziati mondiali sul commercio (il Doha Round) che dichiaratamente puntava a eliminare le distorsioni (barriere tariffarie, sovvenzioni e altro) che impedivano ai paesi più poveri l'accesso ai mercati dei paesi ricchi. Il caso dei «C4» del cotone era citato ad esempio. Ebbene: non è successo nulla, Usa e Unione europea continuano a sovvenzionare i propri produttori. Ma questa barriera di sussidi si traduce in un danno tangibile e quantificabile per i produttori africani: Fairtrade cita il Segretario di stato britannnico al commercio, Vince Cable, secondo cui i C4 hanno perdono in totale 250 milioni di dollari ogni anno a causa dell'effetto dumping dei sussidi europei e statunitensi. Con il suo rapporto, Fairtrade lancia dunque una campagna: chiediamo alla Commissione europea di abolire le sovvenzioni sul cotone.
(di Paola Desai)
Il Manifesto
mercoledì 17 novembre 2010
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