FAO, Comitato per la sicurezza alimentare. E finalmente arriva qualche decisione
Alla FAO si chiude la giornata mondiale dell'alimentazione. E' stato deciso che i governi mettano in piedi un negoziato assieme alle organizzazioni sociali, in condizioni parità, per scrivere le regole cui i governi, il sistema le agenzie internazionali e i privati dovrano attenersi per garantire l'accesso alla terra a piccoli agricoltori, pastori, popoli indigeni e agli investitori, in modo da non distruggere la sicurezza alimentare, garantendo i diritti di chi la terra la usa per produrre cibo.
ROMA - Hanno preso delle decisioni. Questa è la prima vera novità. Durante la riunione del Comitato per la Scurezza Alimentare Mondiale appena conclusa sono state prese finalmente decisioni sulle cose da fare e su quelle da non fare. E' stato detto, ad esempio, alla Banca Mondiale che la sua idea di proporre ai grandi investitori dei principi non vincolanti da seguire "affinché anche i poveri potessero trarre vantaggi dall'acquisto di centinaia di migliaia di ettari di terra da parte dei privati e tutti vincessero" era uno strumento sbagliato ed inaccettabile e l'ha rimandata a rifare il compito. Al contrario, è stato deciso che i governi mettano subito in piedi un negoziato tra di loro, con la partecipazione delle organizzazioni sociali su un piede di parità, per scrivere delle regole generali a cui i governi, il sistema delle agenzie internazionali ed i privati debbono riferirsi nel garantire l'accesso alla terra ai piccoli produttori di cibo, ai pastori nomadi, ai popoli indigeni, agli investitori in modo tale da non distruggere la sicurezza alimentare dei paesi, garantendo prima di tutto i diritti di chi la terra la sta usando per produrre cibo, perché "un contadino senza terra non è più un essere umano" (ha detto un dirigente contadino africano). E che concludano questo negoziato entro ottobre del prossimo anno. Potevano fare uno sforzo ulteriore e decretare una moratoria sull'acquisto di migliaia di ettari di terra, come le organizzazioni contadine africane proponevano.. Ma non c'è stata una maggioranza.
La novità nel nuovo status del Comitato. Si continua a ripetere "Nazioni Unite", ma ci si dimentica che, malgrado i testi fondamentali dicano "Noi i popoli delle Nazioni Unite..." poi le Nazioni Unite sono "possedute" dai Governi. Sono loro che prendono le decisioni di fare o non fare. Se le nazioni Unite non servono la responsabilità sta nelle mani dei governi. Questa era la regola generale anche alla FAO, dove è collocato il Comitato per la Sicurezza Alimentare Mondiale. Dal 2009 questo Comitato ha istituzionalmente un livello più alto di qualsiasi altro comitato, infatti si rapporta solo con l'Assemblea delle Nazioni Unite e con l'Assemblea generale della FAO e delle altre agenzie del cibo che sono a Roma (PAM e IFAD) per consentire ai governi di avere uno strumento dove scegliere priorità e decidere politiche globale e di interventi per arrestare la crisi alimentare mondiale. Il Comitato, nella sua riunione che si è appena chiusa, doveva dare prova che la riforma profonda che ha subito lo rende capace di operare con efficacia.
La voce dei piccoli produttori di cibo. La riforma consente alle organizzazioni dei piccoli produttori di cibo ed alle altre organizzazioni della società civile di partecipare alla presa di decisone allo stesso titolo dei governi. Come se il ministro Tremonti si sedesse per molte ore o giorni a negoziare la ristrutturazione della FIAT - sicuramente meno strategica per il futuro del pianeta che la fame nel mondo - con i rappresentanti dei metalmeccanici con l'obbligo di trovare un accordo con loro e nel rispetto della loro autonomia. Il comitato ha chiuso la sua riunione annuale che doveva affrontare, tra le emergenze più rilevanti, quella dell'accaparramento delle terre, non solo in Africa o nei PVS ma anche nel cosiddetto nord sviluppato, e quella della volatilità dei prezzi che provoca danni drammatici ai bilanci dei paesi poveri o importatori netti di cibo, oltre a distruggere l'economia di diverse centinaia di milioni di contadini.
I rischi anche sul Nord del mondo. Ed ha preso delle decisioni, come si è detto. Sulla volatilità dei prezzi, ad esempio, quella all'origine delle grandi rivolte del pane del 2007 e 2008 o quella più recente del Mozambico, non si è andati molto lontano. Ci si è accontentati di impegnarsi a lavorare sulle cause e non solo sugli effetti. Tanto per spiegare. La volatilità dei prezzi delle derrate alimentari provoca un'incapacità dei paesi poveri ad acquistare sul mercato mondiale gli alimenti. Di conseguenza, i poveri non hanno accesso al cibo. La fame che poi appare sui teleschermi commuove tutti e viene lenita con le reti di sicurezza e con l'assistenza alimentare. Intervento necessario, certo, ma assolutamente incapace di modificare anche di poco le cause.
Il nesso stretto tra fame e guerra. Tra le altre decisioni prese ce n'è una che ha il valore della riparazione di un torto antico. Nell'elenco dei paesi (22) sottoposti alla "insicurezza alimentare a causa di crisi che si protraggono nel tempo", uno giro di parole per non dire "paesi sotto la guerra da decenni o sotto l'occupazione militare", non era mai stato inclusa la Palestina. Adesso la lista è stata corretta e la Palestina inclusa. Quella lista indica i paesi in cui intervenire prioritariamente e con strategie specifiche visto che la fame fa parte delle azioni di guerra. Come riconoscono i governi, nelle loro dichiarazioni formali, "le organizzazioni della società civile hanno dato un contributo fondamentale" per arrivare a prendere delle decisioni sulle cose da fare.
La voce dei piccoli produttori di cibo. La riforma consente alle organizzazioni dei piccoli produttori di cibo ed alle altre organizzazioni della società civile di partecipare alla presa di decisone allo stesso titolo dei governi. Come se il ministro Tremonti si sedesse per molte ore o giorni a negoziare la ristrutturazione della FIAT - sicuramente meno strategica per il futuro del pianeta che la fame nel mondo - con i rappresentanti dei metalmeccanici con l'obbligo di trovare un accordo con loro e nel rispetto della loro autonomia. Il comitato ha chiuso la sua riunione annuale che doveva affrontare, tra le emergenze più rilevanti, quella dell'accaparramento delle terre, non solo in Africa o nei PVS ma anche nel cosiddetto nord sviluppato, e quella della volatilità dei prezzi che provoca danni drammatici ai bilanci dei paesi poveri o importatori netti di cibo, oltre a distruggere l'economia di diverse centinaia di milioni di contadini.
I rischi anche sul Nord del mondo. Ed ha preso delle decisioni, come si è detto. Sulla volatilità dei prezzi, ad esempio, quella all'origine delle grandi rivolte del pane del 2007 e 2008 o quella più recente del Mozambico, non si è andati molto lontano. Ci si è accontentati di impegnarsi a lavorare sulle cause e non solo sugli effetti. Tanto per spiegare. La volatilità dei prezzi delle derrate alimentari provoca un'incapacità dei paesi poveri ad acquistare sul mercato mondiale gli alimenti. Di conseguenza, i poveri non hanno accesso al cibo. La fame che poi appare sui teleschermi commuove tutti e viene lenita con le reti di sicurezza e con l'assistenza alimentare. Intervento necessario, certo, ma assolutamente incapace di modificare anche di poco le cause.
Il nesso stretto tra fame e guerra. Tra le altre decisioni prese ce n'è una che ha il valore della riparazione di un torto antico. Nell'elenco dei paesi (22) sottoposti alla "insicurezza alimentare a causa di crisi che si protraggono nel tempo", uno giro di parole per non dire "paesi sotto la guerra da decenni o sotto l'occupazione militare", non era mai stato inclusa la Palestina. Adesso la lista è stata corretta e la Palestina inclusa. Quella lista indica i paesi in cui intervenire prioritariamente e con strategie specifiche visto che la fame fa parte delle azioni di guerra. Come riconoscono i governi, nelle loro dichiarazioni formali, "le organizzazioni della società civile hanno dato un contributo fondamentale" per arrivare a prendere delle decisioni sulle cose da fare.
(di ANTONIO ONORATI)
www.repubblica.it
sabato 16 ottobre 2010
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