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Il diritto all'acqua.

Il cambiamento del clima «è il risultato di un modello produttivo estrattivo, depredatore e inquinante, riassunto nello sfruttamento su larga scala di miniere, petrolio, carbone, gas e nella costruzione delle dighe, orientato a sostenere il consumo energetico dissipatore che include anche l'industria militare». Esordisce così la dichiarazione del «terzo Festival internazionale dell'acqua», riunito lo scorso fine settimana a Cochabamba, in Bolivia - alla vigilia della «conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento del clima e i diritti della Madre terra», che si sta svolgendo questa settimana.

Un tentativo di mettere il problema del clima nella prospettiva dell'uso di risorse naturali: miniere, petrolio carbone, gas, e d'altra parte «l'agricoltura industriale che promuove le monocolture», acuiscono il cambiamento del clima «emarginando la maggior parte dei popoli dalle scelte politiche e dal frutto del proprio lavoro», prosegue la dichiarazione della conferenza sull'acqua: «queste attività si appropriano delle acque superficiali e sotterranee e distruggono gli ecosistemi generatori d'acqua; consumano acqua dolce in larga quantità, e la rimmettono nell'ambiente contaminata, compromettendo così il ciclo idrologico naturale».

Le soluzioni nella logica del mercato non funzionano, sostengono i partecipanti della conferenza di Cochabamba: agrocombustibili, riforestazione per compensare gli effetti delle emissioni di anidride carbonica nell'atmnosfera, dighe per l'energia idroelettrica, tutte cose incluse nei cosiddetti «meccanismi di sviluppo pulito», o i meccanismi di scambio delle emissioni, non risolvono il problema climatico e ambientale, anzi «lo aggravano». «Ma soprattutto, sono mezzi di ricolonizzazione territoriale che tolgono alle comunità locali il diritto di uso e gestione dell'acqua, della biodiversità e del territorio». Serve una vera svolta, si legge nella dichiarazione sull'acqua: «promuovere la transizione dal modello economico basato sull'economia estrattiva, a uno basato sui principi di solidarietà, giustizia, dignità, rispetto della vita, reciprocità, dignità, recuperando la visione andina dell'acqua come energia, fonte di vita, regalo della Pacha Mama, che per tanto non possa essere proprietà di nessuno». Propongono quindi di «revocare i permessi alle imprese minerarie, petrolifere, di agroindustria e allevamento intensive», troppo voraci d'acqua.

Esigono dai governi l'applicazione di «politiche di stato che preservino il patrimonio naturale, i boschi, la biodiversità, accordo con l'equilibrio dell'ecosistema», nel rispetto dei beni comuni e all'acqua come diritto umano. Chiedono «il recupero delle pratiche ancestrali nelle nuove tecnologie», «promuovere la produzione agricola biologica, le opere igienico sanitarie in armonia con la nature e una gestione adeguata dei residui». Rivendicano « il riconoscimento e il rispetto dei diritti delle popolazioni originarie, contadine e dei piccoli produttori, perché siano loro garantita la terra, come maggiore garanzia per la preservazione dell'acqua e delle fonti che la generino. Solo così si potrà evitare le catastrofi del cambio ambientale, e prevenirle». Infine, chiedono ai governi presenti al vertice di Cochabamba, di «uscire dal Forum Mondiale dell'Acqua, che è istituzione formata e gestiva da aziende multinazionali che promuovono la privatizzazione dell'acqua». La giusticia climatica, sottolineano, non è possibile senza giustizia dell'acqua.
Il Manifesto

venerdì 23 aprile 2010


 
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