La prossima “crisi alimentare
Presentazione del libro “Diritti al cibo”, intervento di Luca Colombo, agronomo della Fondazione Diritti Genetici.
Circa due anni fa c’è stata una brusca impennata dei prezzi degli alimenti e lo scoppio di quella che è stata chiamata la “crisi alimentare”, una crisi che ha attraversato tutto il pianeta e che non si è limitata a toccare solo alcune realtà e Paesi in Via di Sviluppo ma anche i cosidetti Paesi Maggiormente Industrialzzati. Si ritiene che ciò non sia stato un semplice “episodio”, che non si sia trattato di una congiuntura particolare, come molti economisti l’hanno definita, bensì il sintomo di un problema strutturale che persisteva antecedentemente allo scoppio della crisi stessa e che ha avuto il momento di massima emersione nell’estate del 2008, tale problema ancora non è stato risolto e ciò presuppone l’arrivo di una nuova e futura crisi.
Dopo l’estate del 2008 i prezzi delle derrate agricole hanno iniziato a scendere parallelamente al prezzo del petrolio; il fatto che sia le commodity agricole che quelle energetiche abbiano avuto nello stesso periodo un andamento similare si può spiegare con il fenomeno delle speculazioni che si sono avute su questi due mercati, cioé vi è stato l’ingresso in questi due mercati di nuovi soggetti che operano nell’universo finanziario. Si tratta di soggetti che non sono interessati a trasformare le materie prime ma che intervengono sul sistema finanziario attraverso gli strumenti delle borse merci e delle borse telematiche alterando gli scambi ed influendo significativamente sui prezzi.
Secondo la FAO e molteplici centri di ricerca accreditati, la cosiddetta crisi alimentare, che ha visto raddoppiare e anche triplicare i prezzi delle derrate (nel caso del riso il prezzo si è triplicato nel giro di tre mesi) è avvenuta in un momento in cui storicamente si sono raggiunti i massimi livelli quantitativi di derrate alimentari, con record produttivi e conseguentemente delle eccedenze, soprattutto per quanto riguarda i cereali.
L’economia neoclassica ci insegna che quando c’è tanta domanda e un’offerta inadeguata, i prezzi aumentano, nella realtà dei fatti questa teoria non è applicabile per quanto accaduto durante la crisi alimentare, in presenza di abbodanza di derrate alimentari i prezzi anziché scendere sono aumentati vertiginosamente.
In quel periodo il volume annuale di cereali prodotti a livello globale (frumento, mais e riso principalmente) è stato di circa 2 miliardi e 200 milioni di tonnellate. Di queste quantità, solo circa un miliardo è stato destinato all’alimentazione diretta delle persone, circa 800 milioni di tonnellate sono state utilizzate nel settore zootecnico per l’alimentazione animale in allevamenti di tipo industriale (allevamenti avicoli, bovini e suini) e, una quota con crescita sempre più elevata, è stata destinata per gli agrocarburanti industriali (biocarburanti: biodisel da olio di palma, di girasole e colza e bioetanolo da cereali e canna da zucchero).
La diversa destinazione d’uso dei cereali rispetto all’alimentazione umana è stata vista da molti analisti come la causa principale dell’innalzamento dei prezzi delle derrate alimentari. In effetti, l’uso di mais, soprattutto negli Stati Uniti, per la produzione di bioetanolo, ha ridotto la disponibilità di questo cereale per l’alimentazione animale, i mangimifici quindi hanno dovuto ripiegare verso l’uso di altri cereali, quali frumento ed orzo, che sono stati sottratti dai relativi mercati per l’alimentazione umana. Nel contempo, l’aumento delle superfici di mais coltivate per il bioetanolo ha sottratto terreni fertili soprattutto per la produzione della soia e del frumento, ciò ha creato un “effetto valanga”, cioé un problema che si è ingigantito ed è rotolato verso l’innalzamento dei prezzi.
Nel caso degli effetti disastrosi causati dagli agrocarburanti, le responsabilità degli Stati sono chiare, e ciò vale soprattutto per il goveno degli Stati Uniti che ha messo in campo tutto un sistema di incentivi per favorire la produzione e l’utilizzo di biocarburanti, tramite dei contributi diretti per ogni gallone prodotto (circa 20 litri) e diminuendo consistentemente le tassazioni; ciò ha determinato un mercato “drogato”.
Qualcosa di simile è accaduto anche in Europa; l’obiettivo che questa si è data è un obiettivo vincolante cioé, a partire da quest’anno, con una percentuale di miscelazione fra carburante di origene vegetale e quello di origine fossile del 5,75% ci si è posti l’obiettivo di arrivare al 2020 al 10% di miscelazione, quindi non vi è dubbio che avremo anche in Europa una quota crescente di derrate agricole o comunque di prodotti vegetali che sarà destinata alla produzione di energia.
Anche qui si prevede l’accompagnamento di una serie di sistemi di incentivazione fiscale e quindi anche questo mercato risulterà governato da delle “scelte politiche” e non solo da semplici fattori economici. Queste scelete politiche nascono sull’impulso derivante dalla consapevolezza dei mutameni climatici e dalla necessità di ricorrere a delle forme di “energia rinnovabile” quali sono stati classificati gli agricarburranti. Il problema è che, in questo caso specifico, il conto energetico non da un saldo positivo, neanche sotto il profilo climatico, questo perché la produzione di queste derrate e la loro trasformazione in realtà non è ripagata dal fatto di essere utilizzate come carburanti senza che vi sia una consistente emissione di anidride carbonica.
Nel caso dell’Europa questo è ancora più vero dato che, mentre negli Stati Uniti la gran parte dei cosidetti biocarburanti è prodotta da mais coltivato direttamente negli USA, ed è un mercato quasi esclusivamente di bioetanolo, in Europa si utilizza quasi esclusivamente biodisel importando olio di palma dal Sud-Est Asiatico. Indonesia e Malesia sono oggi i nostri più grandi fornitori di olio di palma, materia prima che noi destiniamo, in parte alla trasformazione per prodotti alimentari ma soprattutto alla produzione di agrocarburanti; questo genera per certi aspetti dei fenomeni di “colonizzazione” delle terre altrui. Nel Sud-Est Asiatico queste terre sono state tradizionalmente coperte da foreste primarie che vengono abbattute per dare luogo a coltivazioni di palma da olio con un effetto negativo da un punto di vista ambientale e climatico; tutto questo sarebbe molto discutbile.
Tornando alla crisi alimentare, oltre a la questione degli agrocarburanti, in tanti abbiamo puntato il dito sulla speculazione finanziatria, questa merita delle considerazioni importanti. Il primo passaggio che è necessario fare, è comprendere che, come è stato dimostrato in questi anni recenti, il cibo è diventato una mera merce nel senso più autentico del termine, cioé il cibo è stato sganciato dall’elemento di diritto, dalla necessità degli individui di sfamarsi e di sopravvivere ed è stato proiettato in tutti i mercati che l’economia aveva a disposizione.
Quindi il cibo, presente nel mercato fisico delle derrate, dove queste vengono scambiate per poi entrare nei processi produttivi di trasformazione è stato introdotto anche nei mercati virtuali, quelli fatti di numeri e di carta, come il mercato finanziario. Questo è iniziato ad accadere circa quattro anni fa, quando negli Stati Uniti inizava a scoppiare la bolla finanziaria del settore immobiliare e veniva a crollare il cosiddetto sistema delle “salsicce finanziarie”, ove tutti i titoli finanziari venivano in qualche modo rimacinati e rimpacchettati attraverso gli strumenti dei derivati finanziari così che il mercato finanziario stesso si è trovato senza più settori dove poter investire consistentemente e in maniera remunerativa.
Questa possibilità di investimento e speculazione la si è vista sull’aspettativa della crescita dei prezzi delle materie prime, fra le quali vi sono classificati anche gli alimenti, quindi il mercato del mais, del frumento, della soia, del cotone, ed altri che sono diventati immediatamente oggetto di attenzione da parte degli speculatori finanziari.
Su tutto questo bisogna fare due considerazioni importanti. La prima è che la finanza classica con i suoi tradizionali strumenti crea dei flussi finanziari che, sulla carta, equivalgono, sul mercato delle borse, fino a circa 10 volte la sommatoria del prodotto interno lordo di tutti i singoli stati, cioé, l’economia reale del pianeta vale un decimo della economia virtuale della finanza. Questo significa che nel mercato finanziario circola tanta liquidità, tanti titoli, che non corrispondono a denaro reale ma a “tanto mercato” che, nel momento in cui non risulta più remunerativo con gli strumenti finanziari classici, deve travare altri sbocchi.
Lo sbocco sul mercato delle materie prime non ha in realtà una dimansione paragonabile al valore del mercato finanziario creato dagli strumenti classici della finanza, è bastato quindi che una minima parte di questa finanza fluisse verso i mercati delle derrate alimentari per farli impazzire e determinare l’innaturale lievitazione dei prezzi.
Nei momenti di picco di questa speculazione finanziaria, e quindi della crisi alimentare ed energetica, si è arrivati ad un miliardo di dollari al giorno che fluivano verso questi “nuovi” mercati, che però non hanno grandi dimensioni e quindi, si è avuto che con dei volumi di denaro virtuale non molto grandi per la finanza classica, queti si sono rivelati sufficentemente grandi per i mercati delle derrate alimentari fino a condurre alle situazioni di shock che abbiamo visto.
La seconda considerazione che si deve fare è che a causa di quella che viene definita la “deregulation” (soprattutto negli USA), l’abbandono progressivo da parte dei poteri pubblici del controllo e governo di questi mercati, che sono stati affidati sempre di più all’autoregolazione, ha consentito a qualunque operatore del mercato finanziario di poter intervenire sul mercato dei beni alimentari, per cui, ad esempio i Fondi Sovrani dell’Arabia Saudita, della Cina o del Giappone, piuttosto che un Fondo Pensione degli insegnanti dell’Ontario, che non hanno nessun interesse a manipolare la materia prima e trasformare gli alimenti, sono potuti intervenire in questi mercati. Hanno fatto ciò, di solito con capitali consistenti e con una aspettativa speculativa, cioé quella di fare profitti su questi mercati, indipendentemente dal destino delle centinaia di tonnellate di soia o di mais acquistate. Tutto questo ha determinato un mercato sostanzialmente artificiale che inevitabilmente è esploso.
Nel caso dell’Europa questo è ancora più vero dato che, mentre negli Stati Uniti la gran parte dei cosidetti biocarburanti è prodotta da mais coltivato direttamente negli USA, ed è un mercato quasi esclusivamente di bioetanolo, in Europa si utilizza quasi esclusivamente biodisel importando olio di palma dal Sud-Est Asiatico. Indonesia e Malesia sono oggi i nostri più grandi fornitori di olio di palma, materia prima che noi destiniamo, in parte alla trasformazione per prodotti alimentari ma soprattutto alla produzione di agrocarburanti; questo genera per certi aspetti dei fenomeni di “colonizzazione” delle terre altrui. Nel Sud-Est Asiatico queste terre sono state tradizionalmente coperte da foreste primarie che vengono abbattute per dare luogo a coltivazioni di palma da olio con un effetto negativo da un punto di vista ambientale e climatico; tutto questo sarebbe molto discutbile.
Tornando alla crisi alimentare, oltre a la questione degli agrocarburanti, in tanti abbiamo puntato il dito sulla speculazione finanziatria, questa merita delle considerazioni importanti. Il primo passaggio che è necessario fare, è comprendere che, come è stato dimostrato in questi anni recenti, il cibo è diventato una mera merce nel senso più autentico del termine, cioé il cibo è stato sganciato dall’elemento di diritto, dalla necessità degli individui di sfamarsi e di sopravvivere ed è stato proiettato in tutti i mercati che l’economia aveva a disposizione.
Quindi il cibo, presente nel mercato fisico delle derrate, dove queste vengono scambiate per poi entrare nei processi produttivi di trasformazione è stato introdotto anche nei mercati virtuali, quelli fatti di numeri e di carta, come il mercato finanziario. Questo è iniziato ad accadere circa quattro anni fa, quando negli Stati Uniti inizava a scoppiare la bolla finanziaria del settore immobiliare e veniva a crollare il cosiddetto sistema delle “salsicce finanziarie”, ove tutti i titoli finanziari venivano in qualche modo rimacinati e rimpacchettati attraverso gli strumenti dei derivati finanziari così che il mercato finanziario stesso si è trovato senza più settori dove poter investire consistentemente e in maniera remunerativa.
Questa possibilità di investimento e speculazione la si è vista sull’aspettativa della crescita dei prezzi delle materie prime, fra le quali vi sono classificati anche gli alimenti, quindi il mercato del mais, del frumento, della soia, del cotone, ed altri che sono diventati immediatamente oggetto di attenzione da parte degli speculatori finanziari.
Su tutto questo bisogna fare due considerazioni importanti. La prima è che la finanza classica con i suoi tradizionali strumenti crea dei flussi finanziari che, sulla carta, equivalgono, sul mercato delle borse, fino a circa 10 volte la sommatoria del prodotto interno lordo di tutti i singoli stati, cioé, l’economia reale del pianeta vale un decimo della economia virtuale della finanza. Questo significa che nel mercato finanziario circola tanta liquidità, tanti titoli, che non corrispondono a denaro reale ma a “tanto mercato” che, nel momento in cui non risulta più remunerativo con gli strumenti finanziari classici, deve travare altri sbocchi.
Lo sbocco sul mercato delle materie prime non ha in realtà una dimansione paragonabile al valore del mercato finanziario creato dagli strumenti classici della finanza, è bastato quindi che una minima parte di questa finanza fluisse verso i mercati delle derrate alimentari per farli impazzire e determinare l’innaturale lievitazione dei prezzi.
Nei momenti di picco di questa speculazione finanziaria, e quindi della crisi alimentare ed energetica, si è arrivati ad un miliardo di dollari al giorno che fluivano verso questi “nuovi” mercati, che però non hanno grandi dimensioni e quindi, si è avuto che con dei volumi di denaro virtuale non molto grandi per la finanza classica, queti si sono rivelati sufficentemente grandi per i mercati delle derrate alimentari fino a condurre alle situazioni di shock che abbiamo visto.
La seconda considerazione che si deve fare è che a causa di quella che viene definita la “deregulation” (soprattutto negli USA), l’abbandono progressivo da parte dei poteri pubblici del controllo e governo di questi mercati, che sono stati affidati sempre di più all’autoregolazione, ha consentito a qualunque operatore del mercato finanziario di poter intervenire sul mercato dei beni alimentari, per cui, ad esempio i Fondi Sovrani dell’Arabia Saudita, della Cina o del Giappone, piuttosto che un Fondo Pensione degli insegnanti dell’Ontario, che non hanno nessun interesse a manipolare la materia prima e trasformare gli alimenti, sono potuti intervenire in questi mercati. Hanno fatto ciò, di solito con capitali consistenti e con una aspettativa speculativa, cioé quella di fare profitti su questi mercati, indipendentemente dal destino delle centinaia di tonnellate di soia o di mais acquistate. Tutto questo ha determinato un mercato sostanzialmente artificiale che inevitabilmente è esploso.
La crisi alimentare ha messo in evidenza due aspetti importanti, il primo, banale, è che con il cibo non si può “giocare”, non si può speculare sulla fame delle persone, perché di tutte le crisi che abbiamo elencato, l’unica che ha portato in più di trenta Paesi ad avere dei tumulti in piazza è stata proprio la crisi alimentare. Anche di fronte ad una profondissima crisi economica, le persone non si sono riversate nelle strade per imporre ai governi dei provvedimenti e non vi sono stati governi che si sono dimessi per la crisi economica, mentre per la crisi alimentare sì: i morsi della fame spingono in maniera forte le persone ad arrabbiarsi e ad agire, a pretendere che vi siano delle iniziative da parte dei Governi.
Il secondo aspetto, che riguarda sempre una lettura “socio-politica” del fenomeno parte dalla considerazione che, così come è vero che durante la passata crisi alimentare non era vero che non c’era abbastanza cibo a disposizione, in quel momento è risultata lampante l’importanza di avere un sistema agricolo ed alimentare ancorato al territorio, partecipato e presidiato dai produttori di quello stesso territorio con l’appoggio dei consumatori.
I Governi dove la crisi alimentare si è fatta più sentire, quando hanno dovuto chiudere le frontiere all’esportazione delle derrate, allo stesso tempo hanno dovuto chiamare i propri produttori agricoli chiedendgli di produrre di più per soddisfare la domanda interna. Questa non solo si dimostra essere una esigenza politica da parte di tutti i Governi in crisi o in affanno, ma si dimostra anche un fatto oggettivo: nel mondo vi sono 1 milaro e 400 milioni di persone ancora attive nel settore agricolo, nella produzione primaria (contadini, pastori, pescatori) persone che lavorano per produrre alimenti. Il fatto che, a livello globale, ci fossero nei diversi territori, ove più ove meno, persone ancora capaci e in grado di produrre cibo e di destinarlo ai mercati interni è stata, nella crisi alimentare passata, una delle poche ancore di salvezza reali che ha scongiurato una catastrofe umanitaria senza precedenti.
Quindi, questi produttori di alimenti non solo sono da ricordare ma anche da valorizzare. Quando l’Onorevole Paolo De Castro verrà di nuovo qui a Verona a parlare, gli dovremo ricordare che l’agricoltura non è solo un fattore determinante per l’economia ma è fondamentale anche per la gestione del territorio, del paesaggio, del mantenimento dei valori culturali ma soprattutto serve a sfamare le persone e che non ci si può affidare per questo ad un vivandiere anonimo, ovunque esso sia, per fare arrivare prima o poi i prodotti in ogni singolo mercato, ma deve essere il territorio stesso che deve poter soddisfare questi mercati.
A De Castro, che adesso assolve il ruolo di Presidente della Commisione Agricoltura del Parlamento Europeo che, tra l’altro, con il trattato di Lisbona è diventato uno degli attori decisivi della prossima riforma della Politica Agricola Comune, è bene che tutto questo gli sia ricordato, è bene che ricordi il ruolo di chi il cibo lo produce, gli agricoltori, e in questo Associazione Rurale Italiana ha un compito importante, ma è bene ricordargli anche il ruolo di chi il cibo lo consuma, i consumatori e le Associazioni di Consumatori.
Non possiamo, nell’attuale congiuntura socio-economica-ambientale, aspettare che il cibo, la nostra alimentazione, prima o poi arrivi attraverso una frontiera, dobbiamo garantire prima di ogni altra cosa che il cibo ci venga “da sotto casa”. Questa è Sicurezza e Sovranità alimentare.
(A cura di Andrea Tronchin).
14/02/2010
venerdì 19 marzo 2010
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