Mercati non contadini.
«Mercati contadini», «vendite dirette», «gruppi d'acquisto», «agricoltura sostenuta dalla comunità», «filiera corta», «chilometro zero». Sono ancora minoranza ma si moltiplicano nei paesi occidentali queste alternative a un sistema agroalimentare globalizzato che fra gli altri danni impoverisce i produttori pagando loro prezzi irrisori.
Potrebbe sembrare una bella idea, questa, anche per quel miliardo e passa di contadini nel Sud del mondo che, produzione per l'autoconsumo a parte, ricevono per i loro prodotti prezzi da fame.
Ma i mercati diretti "dal produttore al consumatore" come funzionano, ad esempio in India, dove il 20% della popolazione ha un notevole potere d'acquisto? Subramanyan Kannayan, dell'organizzazione di contadini Tamizhaga Vivasayigal Sangam, attiva da 30 anni in Tamil Nadu e socia del movimento internazionale Via Campesina, ne ha parlato sul magazine online «Inmotion» e ne sta discutendo in un suo «tour» italiano, invitato fra gli altri dalle associazioni «Ya Basta» e «terra Terra» (i nostri omonimi che gestiscono un mercato contadino a Roma).
La realtà è diversificata, spiega Subramanyan: «In Occidente gli agricoltori sono rimasti una piccola percentuale della popolazione, in India è il contrario. Ed è molto difficile per un'enorme massa di piccoli coltivatori arrivare agli acquirenti nelle città. Non hanno mezzi di trasporto, e sono troppo poveri per organizzare un rapporto diretto con i mercati. Nelle città del Tamil Nadu ci sono sì piazze per gli ortaggi e la frutta venduti direttamente da chi li coltiva, si chiamano Uzhavar Sandai. Iniziative che funzionano, per certe derrate. Ma nelle campagne non ci sono infrastrutture per la conservazione dei prodotti deperibili, e come farebbe un contadino a vendere in tre giorni una tonnellata di pomodori o di cavoli? Certo per alcune derrate c'è una trasformazione e un mercato locale, con al massimo un intermediario, ma in generale i governi hanno investito poco in simili infrastrutture. Come altrove, i contadini sono stati usati per nutrire l'industria, in due modi: fornendole braccia prima dedicate ai campi, e assicurando cibi a buon mercato ai lavoratori e agli acquirenti dell'industria stessa».
Bisognerebbe fare delle cooperative di vendita collettiva ma, spiega l'attivista, «anche nei settori in cui ci sono, come il latte, il prezzo minimo fissato dal governo è così basso che i produttori non ce la fanno; il problema è stato sollevato di recente e cos'ha fatto il governo? Ha deciso di importare 30.000 tonnellate di latte in polvere. I prezzi minimi al produttore sono ridicoli. Le importazioni aumentano. Ecco perché una delle nostre lotte principali è contro la totale deregulation imposta dall'Organizzazione mondiale del commercio, e contro le sementi Ogm che innescano un meccanismo di controllo dall'esterno - le multinazionali del settore - e una spirale perversa di spese crescenti e mancati incassi tale da portare a decine di migliaia di suicidi».
Un compratore che potrebbe acquistare direttamente dai suoi contadini è il settore pubblico, che gestisce gli enormi programmi di "school feedings" (programmi di mense scolastiche gratuite, un elemento che sicuramente attira a scuola i bambini più poveri) e di vendite sovvenzionate di cibo alle categorie sociali più deboli. Ma appunto «il governo vuole piuttosto far incontrare multinazionali e consumatori».
Di fronte a questi meccanismi, è certo difficile per i contadini indiani consegnare la cassetta, il sacco o la bottiglia direttamente ai consumatori urbani.
Il Manifesto
sabato 13 marzo 2010
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