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OCCUPAZIONE DELLA PALESTINA, “UN PECCATO CONTRO DIO E L’UMANITÀ”.

DAI LEADER CRISTIANI LA RICHIESTA DI UN BOICOTTAGGIO CONTRO ISRAELE. GERUSALEMME-ADISTA. Un grido di speranza, in assenza di ogni speranza, per mettere la parola fine all’eterno conflitto tra i popoli della Terrasanta. Con accenti tanto decisi quanto lucidi, un gruppo di leader cristiani di diverse confessioni, tra cui il patriarca emerito di Gerusalemme, mons. Michel Sabbah, il vescovo luterano di Terra Santa e Giordania, mons. Munib Younan, e l’arcivescovo del Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, Mons. Theodosios Atallah Hanna, ha lanciato un appello, il “Documento Kairos Palestina”, per costruire, da subito, la pace nella regione. Lo ha fatto senza “inseguire illusioni” (“l’attuale situazione - si legge - non lascia intravedere una soluzione rapida”) e senza equilibrismi, chiedendo con forza di porre fine all’occupazione dei territori palestinesi, definita “un peccato contro Dio e contro l’umanità”; di eliminare il muro dell’apartheid eretto da Israele; di rimuovere il blocco di Gaza, che da due anni e mezzo priva un milione e mezzo di persone dei beni di prima necessità; di mettere fine alla costruzione di colonie israeliane su terreni palestinesi, alle umiliazioni ai posti di blocco militari, alle restrizioni religiose e agli accessi controllati ai luoghi santi; di risolvere la questione dei rifugiati che rivendicano il loro diritto al ritorno e dei prigionieri detenuti in Israele. Fino al punto di aderire con convinzione alla campagna internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni nei confronti di Israele: non per vendetta, ma per porre fine al male esistente, liberando sia gli oppressori che gli oppressi.

“Vedere il volto di Dio in ogni persona - scrivono i leader religiosi - non significa accettare il male o l'aggressione”. Piuttosto, il comandamento dell’amore “cerca di correggere il male e di fermare l'aggressione. L'ingiustizia contro il popolo palestinese, cioè l'occupazione israeliana, è un male a cui bisogna resistere e che bisogna rimuovere”. A un anno dalla devastante offensiva militare israeliana contro la Striscia di Gaza, nota come “Piombo fuso” - l’operazione conclusasi, dopo 22 giorni di attacchi per mare, aria e terra (dal 27 dicembre al 18 gennaio), con un bilancio di circa 1.400 palestinesi morti e di 5.300 feriti (a fronte di 13 perdite dal lato israeliano) - il blocco imposto da Israele prosegue, impedendo lo stesso ingresso di materiali per la ricostruzione delle infrastrutture. “Al ritmo attuale sarebbero necessari 530 anni per ricostruire tutte le case distrutte a Gaza”, ha dichiarato l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi.

Secondo fonti mediche palestinesi, sarebbe in aumento il numero di aborti spontanei e di casi di deformità neonatale e di cancro in aree raggiunte durante la guerra dai proiettili al fosforo bianco usati dall’esercito israeliano e da altri materiali tossici e radioattivi. Casi, peraltro, a cui le strutture sanitarie di Gaza, anch’esse colpite dall’embargo israeliano, non sono in grado di far fronte (mentre Israele continua a proibire viaggi all’estero per ragioni mediche). Del resto, come ha denunciato sul quotidiano Haaretz Oren Yiftahel, professore di Scienze Politiche dell’Università Ben Gurion del Negev, “l’invasione di Gaza da parte di Israele non è stata un’operazione puramente militare per porre fine al lancio dei missili palestinesi né il tentativo di restaurare la capacità dissuasoria di Israele e neppure uno sforzo per imporre l’ordine ed espellere il governo eletto di Hamas. La guerra è stata una prosecuzione di una strategia che viene da lontano, per negare, cancellare ed eliminare qualsiasi riferimento storico ai palestinesi e alla loro esistenza”. E, nel frattempo, malgrado le pressioni internazionali sul governo Netanyahu, Israele ha annunciato un piano di costruzione di quasi 700 nuove case per gli ebrei nei pressi di Gerusalemme Est, rivendicata dai palestinesi come capitale del loro futuro Stato, allontanando così ulteriormente la ripresa del dialogo di pace.

La situazione, per la popolazione di Gaza, rischia comunque di peggiorare ulteriormente: l’annunciata costruzione da parte dell’Egitto di un muro metallico sotterraneo destinato a chiudere i tunnel utilizzati dai palestinesi per il contrabbando – unica via di entrata dei viveri a Gaza - strangolerà definitivamente la piccola e sovrappopolata striscia di terra. Quanto il governo egiziano abbia a cuore le sorti del popolo palestinese lo mostra peraltro anche il divieto ai manifestanti della Gaza Freedom March di recarsi al valico di Rafah allo scopo di denunciare “l’illegale e crudele embargo”. Ne hanno fatto le spese anche 140 pacifisti italiani diretti alla frontiera, il cui autobus è stato bloccato dalla polizia egiziana al Cairo. E come se non bastasse, i membri delle 42 delegazioni internazionali aderenti alla Marcia, che il 31 dicembre scorso intendevano almeno manifestare al centro del Cairo per chiedere la fine dell’assedio israeliano, sono stati violentemente aggrediti da uno schieramento enorme di forze di sicurezza in assetto antisommossa, che si sono accanite in particolare contro le donne.
www.adistaonline.it

mercoledì 17 febbraio 2010


 
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