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VENETO Sanità, il tramonto del modello Tosi.

Il sindaco di Verona controlla ospedali e Usl, nomine e appalti. Ma il presidente della Regione Zaia taglia le spese pubbliche e favorisce l'assistenza privata Il tramonto politico del ciellino Roberto Formigoni è coinciso con l'implosione del «celeste» modello sanitario in Lombardia: dal crac del San Raffaele al sistema della Fondazione Maugeri (peraltro, con succursale a Padova). A nord-est, anche l'altra faccia della sussidiarietà ospedaliera apre una vistosa crepa nell'eredità che Pdl&Lega hanno raccolto dal doge Giancarlo Galan. Politicamente, la sanità veneta del Duemila è governata da Flavio Tosi. Assessore regionale più che sensibile alle ambizioni della sua Verona, il sindaco lighista ha continuato a controllare ospedali e Usl, appalti e nomine, spese e investimenti per interposta persona. A Leonardo Padrin (ex Dc doroteo, traslocato nel Pdl via Forza Italia, un passato da presidente della Compagnia delle Opere) restano le briciole: presidente della Commissione Sanità, applica il consociativismo con le diverse anime del Partito democratico e l'Udc di Toni De Poli.
venerdì 6 gennaio 2012
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Ugo Mattei: Contro l'ideologia delle liberalizzazioni.

Incurante dei referendum, il governo dei professori avanza nella battaglia contro le «lobby» che frenerebbero il libero mercato. Bisogna rompere l'egemonia di una cultura che fa presa anche a sinistra. E dire che non tutto può essere piegato alle esigenze della crescita e della produzione Con una mancanza di fantasia e di senso della realtà davvero sconcertante, il governo tecnico dichiara di voler incardinare la fase 2 della sua azione sulle liberalizzazioni. Fra i massimi responsabili della crisi globale e del degrado italiano, ai soliti notai e taxisti romani, si aggiungono così, con Repubblica in prima fila, anche i farmacisti, gli avvocati, gli edicolanti.
sabato 31 dicembre 2011
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Una commissione d’indagine sul debito pubblico .

Gli obiettivi dell’oligarchia sono arricchirsi con gli interessi e mettere le mani su servizi pubblici e beni comuni Solo un audit sulla spesa pubblica ci darebbe le indicazioni per un piano equo di uscita dal debito Il debito pubblico non è più una questione di ordinaria politica. È diventata una guerra che, a seconda di chi la vincerà, potrà avere effetti devastanti per la democrazia e lo stato sociale dei prossimi trecento anni. In campo ci sono le comunità nazionali contro i poteri della finanza, ma più che di scontro bisognerebbe parlare di assedio. Disgraziatamente, il vantaggio è delle oligarchie della finanza e non per merito proprio, ma per il tradimento della classe politica che mentre distraeva i cittadini con spettacoli di bassa demagogia, spalancava i portoni nazionali all’esercito mercantilista affinché i suoi guerrieri occupassero tutti i posti strategici. Ed oggi che l’intera economia mondiale è sottomessa al loro dominio e che le loro regole sono applicate come fossero leggi della natura, tutti si affrettano a dirci che non c’è altro da fare se non accettare i diktat dei mercati, ossia dei signori della finanza, che usano la speculazione e ogni altra strategia di ricatto per raggiungere i loro obiettivi, fondamentalmente tre.
giovedì 29 dicembre 2011
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L'alternativa in quattro punti.

Una delle peculiarità di questa crisi, che a nostro avviso è allo stesso tempo «del» e «nel» capitalismo, sembra quella di rendere tutto molto cristallino. L'opacità classica dei processi che in ultima istanza generano ciò che chiamiamo sfruttamento e dominio sull'uomo e sulla natura, è sostituita da un disvelamento che appare persino arrogante, tanto è palesato. Il passaggio del Governo Monti è in qualche modo figlio di un'idea bipartisan di abdicazione della politica e della democrazia. Negarlo, come fanno coloro che lo ritengono un'obbligata conseguenza dell'emergenza, è solo un modo per imbrogliare i cittadini e se stessi. Anche l'Europa, per la prima volta, si presenta per quello che è: lo spazio politico dove l'egemonia neoliberista della finanza del capitale e del mercato, è fatto proprio dal sistema dei partiti e dei governi, fuori e contro gli ideali, e la retorica, dei "padri fondatori".
martedì 27 dicembre 2011
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Quell’1% della Bce contro il 4% al Portogallo.

Uno per cento, 1%. Cosa fa di questa percentuale, apparentemente tanto insignificante, una cifra moralmente ed eticamente inaccettabile? Semplice, il suo omologo portoghese: 4%. Ricapitoliamo: la Bce, tanto restia a prestare soldi al pubblico, cioè agli stati, presta ai privati, le banche, a tassi prossimi allo 0. Anzi, di più, per statuto non può nemmeno comprare obbligazioni statali sul mercato primario. Ci sono poi altri due numeri che restituiscono la dimensione di uno squilibrio tutto ideologico: uno piccolo, 78 miliardi di euro, e l’altro grande, 489 miliardi. Questa volta le parti sono invertite, quello piccolo, frutto di uno sforzo «epico» da parte di Unione europea e Fondo monetario, è la cifra prestata a carissimo prezzo al Portogallo per salvarsi dal default, la seconda è la cifra prestata alle banche, sostanzialmente senza condizioni, per salvarsi anch’esse dal default.
martedì 27 dicembre 2011
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Michael Hardt e Antonio Negri: Cosa ci auguriamo per il 2012 .

Alcune delle lotte sociali più incoraggianti del 2011 hanno posto la democrazia in cima alla lista Sebbene siano il prodotto di condizioni molto diverse, questi movimenti - dalle insurrezioni della Primavera Araba alle lotte sindacali nel Wisconsin, dalle proteste studentesche in Cile a quelle negli USA e in Europa, dai disordini del Regno Unito alle occupazioni degli indignados spagnoli e dei greci di Piazza Syntagma - condividono un'istanza negativa: Basta con le strutture del neoliberismo! Non si tratta solo di una protesta di tipo economico, ma è di già una protesta politica, diretta contro la falsificazione della rappresentanza. Né Mubarak, né Ben Ali, e nemmeno i banchieri di Wall Street, non i media di élite, e neanche presidenti, governatori, membri del parlamento o altri funzionari elettivi - nessuno di essi ci rappresenta. La forza straordinaria del rifiuto è molto importante, ovviamente, ma il calore di dimostrazioni e scontri non dovrebbe farci perdere di vista un elemento che va al di là di protesta e resistenza. Questi movimenti condividono anche l'aspirazione a un nuovo genere di democrazia, un'aspirazione a volte esitante e incerta, a volte dichiarata e potente. Gli sviluppi di questa aspirazione costituiscono la traccia che siamo più ansiosi di seguire nel corso del 2012.
lunedì 26 dicembre 2011
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Giorgio Bocca: I misfatti del mercato (globale).

Ricchezza e tecnologia per pochi e povertà e insicurezze per moltissimi, distruzione dell’ecosistema e crescita della delinquenza: questi, e troppi altri, gli effetti del neoliberismo globale che i padroni del mercato perpetrano a tutti i costi (altrui). di Giorgio Bocca , da MicroMega 3/2001
lunedì 26 dicembre 2011
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Mauro Trotta: La guerra a bassa intensità per distruggere i wobblies-

Su IL MANIFESTO, Mauro Trotta recensisce ONE BIG UNION di Valerio Evangelisti. Un romanzo che controlacrisi.org consiglia vivamente. Dopo il cosiddetto ciclo del Metallo, dopo la rivoluzione messicana, dopo le lotte dei portuali americani, era probabilmente inevitabile che la penna di Valerio Evangelisti si misurasse prima o poi con il mito forse più potente della lotta di classe in America, ovvero con l'epopea degli “Industrial Workers of the World” (Iww), gli irriducibili wobblies. Ora, con l'uscita del suo ultimo romanzo, One Big Union (Mondadori, pp. 442, euro 18,50) il momento è finalmente arrivato.
sabato 24 dicembre 2011
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Cina - La rivolta di Wukan ha «vinto».

GUANGZHOU (GUANDONG) - I giornali governativi che prima oscuravano la rivolta, ora elogiano l'accordo: il «Quotidiano del popolo» bacchetta i funzionari locali, incapaci di andare incontro alle «ragionevoli richieste» degli abitanti del villaggio. Wang Yang, il segretario del Partito comunista (Pcc) del Guandong, si fa vivo al momento di siglare il compromesso, sottolineando che la sommossa di Wukan va tenuta in seria considerazione perché è «il risultato di conflitti che si sono accumulati da lungo tempo, nel corso dello sviluppo economico e sociale». Ma i veri vincitori, se l'intesa raggiunta reggerà, sono i 20.000 residenti (in maggioranza pescatori) che una decina di giorni fa - dopo la morte di un dimostrante - erano insorti cacciando le autorità dal piccolo centro della provincia della Cina meridionale. Alla fine Wukan ha ottenuto il congelamento del passaggio ai palazzinari di circa 160 ettari; la rimozione di Xue Chang e Chen Shunyi, rispettivamente capo locale del partito e «sindaco» (secondo il «China Daily», «per aver violato le leggi sulla vendita di terra ai costruttori»); la promessa della rapida scarcerazione degli arrestati durante i cortei; l'apertura di un'inchiesta sul decesso di Xue Jinbo, «rappresentante temporaneo» del villaggio morto in cella l'11 dicembre scorso, secondo i parenti in seguito a torture; l'assicurazione che i «rappresentanti temporanei» che la popolazione si era data durante i moti non saranno trattati come criminali.
sabato 24 dicembre 2011
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Frances Fox Piven: Occupy Wall Street e la politica della moralità finanziaria.

Siamo in guerra ormai da decenni, non solo in Afghanistan e Iraq, ma proprio qui, a casa nostra. In patria si è trattato di una guerra contro i poveri, ma non è sorprendente se non ci avete fatto caso. Non avreste trovato i dati sulle perdite per questo particolare conflitto nel vostro giornale locale o nei notiziari televisivi della notte. Per quanto devastante sia stata, la guerra contro i poveri è stata ampiamente ignorata, sino ad ora. Il movimento Occupy Wall Street (OWS) ha già fatto della concentrazione della ricchezza ai vertici di questa società un tema centrale della politica statunitense. Ora promette di fare qualcosa di simile per quel che riguarda la realtà della povertà in questo paese. Facendo di Wall Street il suo bersaglio simbolico e definendosi come un movimento del 99%, OWS ha reindirizzato l’attenzione del pubblico verso il tema dell’estrema diseguaglianza che ha ridefinito come, essenzialmente, un problema morale. Solo sino a non tanto tempo fa, il tema della “morale” in politica era limitato alla correttezza delle preferenze sessuali, del comportamento riproduttivo, o del comportamento personale dei presidenti. La politica economica, compresi i tagli alle tasse per i ricchi, le sovvenzioni e la protezione del governo alle compagnie assicurative e farmaceutiche, e la deregolamentazione finanziaria, è stata velata da una nuvola di propaganda o semplicemente considerata troppo difficile da capire per il cittadino statunitense comune.
sabato 24 dicembre 2011
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