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L'inevitabile impoverimento.

L'austerità finanziaria votata dal Parlamento venerdì 15 luglio sancisce l'impoverimento assoluto, non relativo, cui viene soggetta la grande maggioranza della popolazione italiana almeno da quando il passaggio all'euro ha comportato una massiccia redistribuzione del reddito a favore degli strati più ricchi. L'Italia si situa ormai in una dimensione che va oltre la crisi in corso. Solo un utopistico boom europeo, da anni Sessanta per intenderci, può arrestare l'immiserimento in corso. Infatti la deindicizzazione totale e parziale delle pensioni non verrà certamente abolita, anche in caso di ripresa; così come non saranno annullati i ticket, né gli slittamenti salariali. Né verrà sospesa la moltiplicazione dei tagli a livello regionale e comunale, aggravati dal famigerato federalismo fiscale. L'ipotesi più concreta è che, come in Grecia, i tagli contribuiranno a perpetrare l'indebitamento rendendolo ancor più pesante. A partire dalla manovra di Giuliano Amato nel 1992, la politica economica dei vari governi in carica si è caratterizzata per l'austerità di bilancio. Stando ai dati armonizzati prodotti dall'Ocse, dal 1993 al 2007 il deficit pubblico italiano proveniva interamente dal pagamento degli interessi sul debito. Il bilancio primario, cioè senza il computo degli interessi, è stato sempre attivo. Ciò ha comportato, fino al 2007, una marcata riduzione del deficit in rapporto al prodotto interno lordo. Il processo fu facilitato dal calo del tasso di interesse e dalla notevole performance dell'export italiano, grazie alla fase della lira debole, al boom consumistico delle tecnologicie negli Usa, in Brasile o nell'Argentina.
mercoledì 20 luglio 2011
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La manovra succhia il sangue ai ceti sociali più deboli, ma ai mercati finanziari non basta.

Nello stesso giorno in cui veniva definitivamente varata la peggior manovra che la repubblica italiana abbia mai conosciuto e che tutti gli analisti valutano in 78/80 miliardi a regime, l’ISTAT pubblicava il rapporto 2010 sulla povertà in Italia. La fotografia che ne scaturisce parla di un paese socialmente impoverito, con 8.272.000 persone, quasi mezzo milione in più del 2009, in condizione di povertà relativa che vivono, cioè, con meno di 496 euro a testa e con 1.156.000 famiglie in condizione di povertà assoluta, non in grado cioè di godere dei beni e dei servizi considerati il minimo indispensabile per una vita al limite della decenza. E non pensiamo che questo livello di povertà colpisca i settori più emarginati, tra questi poveri il 6% è costituito da lavoratori, quelli che ora vengono definiti working poor, un termine che nasconde una drammatica realtà! Su queste famiglie, sui lavoratori sia pubblici che privati, sui precari, sui pensionati, sui cittadini a basso reddito è calata, come una mannaia, la scure dei tagli contenuti nella nuova manovra finanziaria, dopo che questo governo fino a qualche settimana fa si sbracciava a dire che i conti pubblici erano a posto, che non c’era alcuna necessità di manovre correttive e che il Governo semmai si sarebbe dedicato a mettere in campo una riforma fiscale per abbassare le tasse (sic!). Le buffonate hanno avuto vita breve, la realtà ha provveduto a smascherarle immediatamente.
mercoledì 20 luglio 2011
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Una manovra al giorno?

La speculazione non si ferma. A piazza Affari la peggiore chiusura d'Europa. Napolitano convoca il premier e chiede compattezza. Il Pd: «Si torni alle urne». I mercati snobbano la manovra più mostruosa mai approvata. Milano perde il 3% e i titoli pubblici superano il 6% di interesse effettivo. Ma è tutto il mondo a ballare al ritmo imposto da una crisi mai finita Facile fare previsioni quando tutti gli elementi sono già squadernati sul tavolo. La manovra sanguinosa che il governo ha fatto passare in soli cinque giorni, grazie al pressing di Giorgio Napolitano e alla condiscendenza «temporale» del Pd, a tutto poteva servire tranne che a «tranquillizzare i mercati». Che infatti ieri si sono scatenati come se nulla fosse stato. Piazza Affari ha perso un altro 3%, con tutto il settore bancario stracciato via (oltre il 6% in un solo giorno), nonostante tutti i giornali internazionali titolassero che «gli istituti italiani e spagnoli si sono rivelati i migliori alla prova degli stress test» (un discutibile esercizio contabile per stabilire la loro capacità teorica di resistere a una nuova crisi stile 2008-2009). Soprattutto i titoli di stato - italiani e iberici, ma persino quelli francesi e tedeschi - hanno ballato come non si vedeva da mesi la danza del deprezzamento. Il differenziale di rendimento tra i Btp caserecci e i mitici Bund germanici è di nuovo salito a 337 punti (il 3,37%); vuol dire che per rifinanziare il debito sul mercato è necessario offrire titoli con rendimenti più alti (o, che è lo stesso, prezzi più bassi).
martedì 19 luglio 2011
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Decreto legge 89/2011 ovvero la fine della gratuità del processo del lavoro.

Non è necessario abrogare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori per rendere sempre meno attuale ed esigibile il diritto al lavoro su cui si dovrebbe fondare la nostra Repubblica. Basta renderne sempre più difficile l’esercizio. Dopo l’introduzione del cosiddetto Collegato Lavoro, che ha creato un vero e proprio percorso ad ostacoli per i lavoratori che intendono impugnare licenziamenti, trasferimenti, contratti a termine, il decreto legge n. 89/2011 ha stabilito che il lavoratore che sia costretto ad adire il Tribunale del Lavoro per tutelare i propri diritti deve pagare lo Stato come in qualunque altra causa civile (anche se il contributo è dimezzato rispetto all’ordinario). La gratuità del processo del lavoro era prevista sin dalla legge 319/58, successivamente confermata dalla legge 533/73, ed ha rappresentato un caposaldo del nostro stato di diritto, fotografando la situazione di “parte debole” del lavoratore al quale deve essere garantita la possibilità di tutelare i propri diritti, in applicazione degli art. 3, c. 2, art. 4, c. 1, art. 24 e art. 35 della Costituzione.
martedì 12 luglio 2011
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Angelo Tartaglia: Perchè la Torino-Lione non ci serve.

un articolo di Angelo Tartaglia, Docente al Politecnico di Torino. Il vastissimo e trasversale fronte Sì-Tav è tornato ad esporre con grande «forza» i propri argomenti:manganelli, ruspe, gipponi. Il tutto condito dalle solite litanie di slogan e luoghi comuni gridati incessantemente da mille altoparlanti. In tutta la vicenda del Tav sulla Torino-Lione la costante più macroscopica, anno dopo anno, è sempre stata la totale assenza di argomenti di merito a favore e la più stretta censura sugli argomenti di merito a sfavore. Eppure la realtà sta lì grande come una montagna, irriducibile e non manganellabile: la nuova linea ferroviaria Torino- Lione non è «discutibile», è platealmente insensata.
giovedì 7 luglio 2011
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NO TAV: VENERDI' SERA LA MONTAGNA SCENDE A TORINO.

Dopo una enorme assemblea, presso il salone di Bussoleno, ieri sera, il Movimento No Tav,tutti i suoi comitati locali,liste civiche, amministratori della bassa valle, FIOM, Movim.5S,Prc-Fds lanciano l'ennesima scadenza di lotta. Una grande fiaccolata in Torino per le vie del centro città, con partenza da Piazza Arbarello h.20.30 e arrivo in Piazza Vittorio. venerdi prossimo tra due giorni.
mercoledì 6 luglio 2011
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La Val di Susa non ci sta.

No Tav. Il giorno dopo gli scontri di Chiomonte, la tensione rimane altissima e la versione del movimento non combacia con la vulgata mainstream «Eravamo 60mila non 6 o 7 mila, qui black bloc non se ne sono visti, hanno sparato ad altezza d'uomo, ci siamo difesi con la resistenza popolare» CHIOMONTE.La valle non ci sta. Non ci sta a passare per violenta. «Violenti sono loro, i poliziotti» dicono i No Tav. «I black bloc? Sono una balla inventata dai media. La gente si è difesa come ha potuto dai lacrimogeni proibiti e dai manganelli delle forze dell'ordine. Ci hanno gasato per ore. Sparavano da tutte le parti, dall'alto e ad altezza uomo, pure proiettili di gomma».
martedì 5 luglio 2011
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Quando migrano le lotte: lo sciopero nella fabbrica verde di Nardò (Lecce).

Sciopero ora! È la parola d’ordine che risuona da sabato nella masseria Boncuri di Nardò, a pochi chilometri da Lecce. A gridarla da un megafono sono lavoratori africani giunti da varie parti d’Italia per la raccolta. Chiusa in fretta quella delle angurie, con il 60% del raccolto lasciato a marcire nei campi – complici le importazioni a prezzi stracciati da Grecia e Turchia – i migranti si sono riversati sui pomodori. Anche per questo il salario imposto dai caporali, tutti a loro volta africani, è ancora più basso dell’anno scorso: 3,5 euro per cassone di 100 chili per i pomodori grandi, 7 euro per il ciliegino. Sabato mattina, quando a questo si è aggiunta la richiesta di selezionare il prodotto sui campi prima di infilarlo nei cassoni, è partita spontanea la protesta. Una quarantina di lavoratori si sono rifiutati di continuare il lavoro e son tornati alla masseria, dove da due anni l’associazione Finis Terrae e le Brigate di solidarietà attiva (Bsa) li sostengono per soddisfare alcuni dei bisogni quotidiani e con la campagna “Ingaggiami. Contro il lavoro nero”, iniziata nel 2010.
martedì 5 luglio 2011
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Alta velocità – Altissima fregatura

Scrivo a tutti coloro che mi hanno conosciuto, e che hanno conosciuto l’associazione Materya, e il suo impegno per l’ambiente. In Val di Susa c’è una guerra. E nessun telegiornale sta dicendo la verità. Una popolazione locale sta tentando di opporre resistenza alla costruzione di un’opera voluta da lobbies finanziarie, sostanzialmente inutile, destinata al trasporto delle merci (non è alta velocità.. per chi ancora non lo sapesse!), dal costo pari a tre volte il ponte di messina. TRE VOLTE il costo del PONTE DI MESSINA. Cito inchieste del Politecnico di Torino e Milano, e dati estratti dalla trasmissione Report (Rai tre) e da una bellissima trasmissione andata in onda alcuni mesi fa su La 7.
sabato 2 luglio 2011
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Ma Gandhi oggi sarebbe un NO TAV?

Per orientarci nella risposta, ricordiamo alcune delle sue più note riflessioni: “Lo stato, nel passaggio alla società senza stato, sarà una federazione di comunità democratiche rurali nonviolente e decentralizzate. Queste comunità si baseranno sulla “semplicità, povertà e lentezza volontaria” cioé su un tempo di vita coscientemente rallentato, nel quale l’accento sarà posto sull’autoespressione, attraverso un più ampio ritmo di vita, piuttosto che attraverso più veloci pulsazioni nell’avidità e di lucro.” (Citato da Aldo Capitini, Educazione Aperta, La Nuova Italia, Firenze 1967, vol.I, p. 172.)
sabato 2 luglio 2011
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