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La Bolivia di Evo Morales mette al bando la Coca-Cola. Segna l'inizio simbolico della "cultura della vita".
Dal prossimo ventuno dicembre la Coca-Cola sarà bandita in Bolivia per essere sostituita dalla "Mocochinche", bevanda tradizionale a base di nettare di pesca. Per il governo sarà "la fine dell'egoismo e della divisione".
"Il 21 dicembre 2012 segnerà la fine dell'egoismo e della divisione". Cion queste parole David Choquehuanca, Ministro degli Esteri boliviano, ha spiegato il motivo per cui il governo di La Paz abbia scelto proprio il ventuno di dicembre come data in cui la Coca-Cola non sarà più venduta.
Si tratta di un simbolico passaggio di consegne tra la "fine del capitalismo" e l'inizio della "cultura della vita". Già lo scorso anno è stata lanciata la "Coca-Colla", bevanda locale che imita il prodotto statunitense nel nome e nei colori dell'etichetta. Inoltre in Bolivia, la Coca-Cola è sottoposta a rigidi controlli fiscal per verificare eventuali irregolarità dal punto di vista contabile e sfruttamento illecito degli operai.
domenica 22 luglio 2012
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FASSINO COME ALEMANNO: AVANTI CON LE PRIVATIZZAZIONI
INTERVISTA AL SINDACO DI TORINO, PIERO FASSINO: «LA CONSULTA HA CASSATO L'OBBLIGO DI SUPERARE LA GESTIONE IN HOUSE MA LE NOSTRE MUNICIPALIZZATE, A DIFFERENZA DELL'AMA ROMANA, NON HANNO QUOTE PRIVATE»
Vendo, per paura del default
Dopo la sentenza della Corte costituzionale, il Pd si scopre schizofrenico: se nel capoluogo piemontese lavora per la privatizzazione dei servizi, a Roma vi si oppone
Pesa oltre 150 milioni di euro il servizio della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti a Torino. Un piatto decisamente ricco, pronto per essere offerto sul mercato dalla giunta guidata da Piero Fassino, che ha messo all'ordine del giorno del prossimo consiglio comunale, previsto per lunedì, la delibera per la cessione della società Amiat. «Rischiamo il commissariamento», era il leit-motiv fino all'altro ieri, richiamando l'articolo 4 della legge 138 del 2011. Quella norma ammazza referendum, cassata in pieno dalla Consulta con la sentenza depositata venerdì scorso, che ha accolto il ricorso di alcune regioni, con in prima fila la Puglia.
domenica 22 luglio 2012
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La Costituzione violata dal mercato. E la riforma sanitaria è ormai un ricordo.
Quando si parla in continuazione di tagli alla sanità pubblica e di aziendalizzazione delle struttura sanitarie, non si sta discettando semplicemente se si debba affidare la cura delle persone al pubblico o invece al privato. O capire se vale la pena, conti alla mano, ridimensionare la gestione pubblica della salute perché troppo dispendiosa. Molti hanno dimenticato, o hanno fatto finta di dimenticare, che si sta parlando anche del rispetto della nostra carta costituzionale. Alla fine della Seconda guerra mondiale in Europa la consapevolezza che bisognasse garantire ai cittadini tutto ciò che serve per vivere una vita dignitosa, dalla scuola alla sanità, dalla casa al lavoro, era diventato un fatto acquisito non solo dalle grandi forze socialiste, socialdemocratiche o comuniste, ma anche da quelle moderate e di ispirazione cattolica. Questo avveniva, sia pure in contesti politici e sociali diversi, sia nell’Europa comunista che in quella occidentale.
Quando i nostri costituenti hanno realizzato e poi approvato il 22 dicembre del 1947 una della carte costituzionali più avanzate d’Europa proprio sul terreno dei diritti sociali, non hanno certo dimenticato che tra quei diritti bisognasse annoverare anche la salute. Così nacque l’articolo 32 della Costituzione che recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti». Ma questo punto così importante venne di fatto disatteso per trent’anni. Bisognò infatti aspettare il 1978 per vedere approvata la legge 833, meglio nota come riforma sanitaria. Quella normativa abolì le casse mutue, strettamente legate all’attività professionale dell’individuo e che dunque negavano proprio quel punto della Costituzione che prima abbiamo riportato. In altre parole il diritto alla salute era legato non dal fatto di essere un cittadino ma un lavoratore, mettendo dunque ai margini proprio i più bisognosi.
sabato 21 luglio 2012
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Fa meno caldo!
Intervista a Stefano Rodotà sulla sentenza della Corte Costituzionale sui beni comuni e i referendum sull’acqua
Stefano Rodotà, un risultato, quello ottenuto con la sentenza della Consulta, che premia anche il lavoro del suo Comitato di giuristi.
Premia soprattutto la grande elaborazione culturale che è stata messa a punto in questi mesi sia intorno al bene comune dell’acqua e dei servizi pubblici essenziali, sia per quanto riguarda il rapporto fecondo tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa al quale la sentenza fa esplicito riferimento. Si restituisce così alla volontà popolare quel ruolo fondamentale che il governo Berlusconi prima e il governo Monti poi hanno cercato di sottrarle.
sabato 21 luglio 2012
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Da Pomigliano a Cassino il sistema Fiat è al tracollo.
Voleva mano libera sulla forza lavoro, Sergio Marchionne, e se l'è presa. Con le buone e, soprattutto, con le cattive. Ha cancellato il diritto di sciopero e persino alla mensa - spostata a fine turno e condizionata all'andamento della domanda (non di cibo ma di automobili); ha stracciato il contratto nazionale, imposto i 18 turni settimanali e 200 ore di straordinario non contrattate; oggi in Fiat anche ammalarsi mette a rischio salario e posto di lavoro. Adesso che Marchionne può finalmente vantarsi di avere l'azienda più competitiva sulla piazza, ha portato la Fiat fuori dalla competizione italiana ed europea. Aveva promesso 1 milione e 600 mila vetture costruite in Italia ma quest'anno, se va bene, se ne produrranno 450 mila. L'unico modello nuovo - si fa per dire - è la Panda fatta in una Pomigliano defiommizzata, peccato che il nuovo nato abbia già cominciato a battere in testa: anche sotto il Vesuvio la produzione si fermerà ad agosto, dopo le ferie, per due settimane di cassa integrazione.
giovedì 19 luglio 2012
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Proviamo a disobbedire ai tagli.
Ancora una volta il governo Monti mette in seria sofferenza la Costituzione. Ecco perché abbiamo ripetutamente manifestato l'esigenza di creare un fronte che si unisca intorno alla difesa della Carta Costituzionale e dello Stato sociale contro le aggressive politiche liberiste dell'esecutivo montiano. Da ultimo, il d.l. n. 95/2012 (cd. spending review 2) recante "Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini" incide in modo gravoso sull'autonomia degli enti locali, così come delineata nella Costituzione (cfr. art. 5 e 114 ss.), nonché sul loro funzionamento, in particolare, per quanto attiene i servizi pubblici locali e le attività sociali. Tale provvedimento, al pari di precedenti analoghi (come il d.l. n. 78/2010, conv. in l. n. 122/2010 recante "Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e competitività economica"), imponendo severi "tagli" alle spese degli enti locali (soprattutto in tema di personale, cfr. art. 16 ss. d.l. n. 95), rappresenta un vulnus ai principi di autonomia organizzativa e di sana gestione, collocandosi ben al di là della sacrosanta ratio di riequilibrio complessivo della finanza pubblica.
venerdì 13 luglio 2012
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LETTERA DI UN MINATORE DELLE ASTURIE.
Ho lavorato 25 anni in miniera, sono sceso in una buca per la prima volta quando avevo 18 anni e devo dire che mi stupiscono molto i commenti letti sul pensionamento anticipato, sia per noi che per altri. Vi do il mio parere per provare a chiarire i dubbi che si possono avere su questo argomento.
1 º La lotta che stanno affrontando i colleghi in questi momenti, non chiede soldi, ma chiede di rispettare l'accordo firmato lo scorso anno tra il Ministero dell'Industria e il Sindacato dei minatori, la firma di questo accordo prevedeva aiuti assegnati al settore fino all’anno 2018.
Questo denaro è stato concesso dalla Comunità Europea e non dal governo spagnolo, con questo voglio dire di non c’è stato nessun aiuto spagnolo per questo accordo, come pensa tanta gente che ci critica.
In quanto a questo denaro, io mi chiedo, come la maggior parte delle famiglie dei minatori, dove è andato a finire il Fondo Minatori che avrebbe dovuto essere destinato alla creazione di industrie alternative a quella del carbone nel settore minerario, dopo la chiusura delle miniere.
Beh, come in molti altri settori il denaro è stato manipolato da politici e sindacati. Con parte di questi soldi, potrei dire, per esempio, il signor Gabino de Lorenzo (ex-sindaco di Oviedo) ha pagato i lampioni della città, il nuovo Palazzo delle Esposizioni e del Congresso e molte altre opere. L'ex sindaco di Gijón (la Sig.ra Felgeroso) li ha investiti nell’Università tecnica e, come l’altro sindaco, anche in altre opere.
Nella valle del Turon, che è dove vivo io, ci sono stati più di 600 morti in miniera dal 1889 fino al 2006, (solo quelli conosciuti, perché durante la guerra civile si bruciarono i vecchi archivi) quando le hanno chiuse, hanno fatto un complesso sportivo che quando fu aperto, non aveva nemmeno i servizi igienici e così diventò solo un posto per passeggiate a piedi o poco più. Tutto il nostro ambiente è pieno di discariche, che si stanno lentamente cercando di recuperare. Pero, di reindustrializzazione, quella che veramente crea posti di lavoro stabili per consentire di continuare a vivere in valle, non se ne parla.
venerdì 13 luglio 2012
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Prime assoluzioni per le No Tav.
di Luce Manara
Su uno dei siti più attivi tra i simpatizzanti No-Tav c'è una foto con Nina e Marianna che sorridono davanti a una bandiera. Viene da dire che basterebbe guardarle in faccia, anche se la «giustizia» non guarda in faccia nessuno.
Di certo, non possono essere state loro a giustificare la guerra totale messa in piedi dalle «forze dell'ordine» per militarizzare la Val di Susa. Eppure, grazie al «teorema» della procura di Torino, anche loro, dopo due settimane di detenzione preventiva, sono finite sul banco degli imputati per «lesioni e resistenza a pubblico ufficiale», un reato che è in agguato ogni qual volta un cittadino si trova ad avere a che fare con una qualunque divisa (per «lesioni» si intendeva
un calcio non andato a segno e il lancio di un sasso non meglio identificato). E parlavano di rischio terrorismo...
venerdì 13 luglio 2012
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Disobbedire alla Troika nei Comuni? io ci sto!
Scrive Marco Bersani di Attac in un lucidissimo articolo che “uno dei nodi cruciali della guerra alla società, dichiarata dalle lobby finanziarie con la trappola della crisi del debito pubblico, vedrà nei prossimi mesi al centro gli enti locali, i loro beni e servizi, il loro ruolo. Infatti, poiché l’enorme massa di ricchezza privata prodotta dalle speculazioni finanziarie, che ha portato alla crisi globale di questi anni, ha stringente necessità di trovare nuovi asset sui quali investire, è intorno ai beni degli enti locali che le mire sono ogni giorno più che manifeste”. Servizi pubblici, terra del demanio, e chi più ne ha più ne metta, saranno pertanto messi all'asta per portare denaro ai grandi capitali con la scusa del risanamento del debito, debito che, nonostante i sacrifici fatti fino ad ora, continua a crescere dimostrando il fallimento delle ricette sbandierate da Giorgio Napolitano.
venerdì 13 luglio 2012
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Cemento, asfalto e sporchi schei.
Nemmeno sant'Antonio fa più miracoli e non salva dalla crisi la sua «industria», una delle principali di Padova: pellegrini in calo e turismo religioso in difficoltà, con un meno 3% tra 2010 e 2011. I frati osservano preoccupati una curva negativa e indifferente persino all'ultima ostensione del santo corpo. Le autorità locali sono corse ai ripari affidandosi a un mago delle promozioni, Josep Ejarque, che intende «rompere la dipendenza da pellegrinaggi, ostensioni e riti di passaggio», per «rigenerare i prodotti turistici padovani, puntando sui flussi europei e usando molto internet». Ejarque ha alle spalle i successi dei giochi olimpici di Barcellona '92, ma quelli erano anni di vacche grasse. Poi con le olimpiadi invernali di Torino 2006 le cose sono andate diversamente, considerato il poco che è rimasto alla città - debiti a parte - una volta spenti i costosi «botti» a cinque cerchi.
Di fronte a una crisi che come una pestilenza colpisce un po' tutti, è difficile dire se l'ispirazione salvifica possa essere la mistica antoniana o la managerialità virtuale. Di certo è che, nel cuore del Nord-est - tra Padova, Mestre e Treviso - la «strada degli schei» da tempo ha cambiato punti di riferimento e consistenza. Nell'ultimo decennio s'è fatta sempre più astratta, meno visibile quanto reale. Spostandosi dal manifatturiero ai servizi, alle concessioni, alla rendita. Un caso evidente è il gruppo Benetton, che continua a produrre e vendere maglioncini e magliette, ma i soldi li fa con autostrade e aeroporti. Basta leggere l'ultimo bilancio di «Edizione srl», lo scrigno di famiglia. Fatturato 12.253 milioni di euro, utile netto 300 milioni - per metà da attività svolte all'estero -, così ripartiti: 52,4% da Autogrill, autostrade e aeroporti, 30,7% da infrastrutture e servizi per la mobilità, 16,6% da tessile e abbigliamento (con quest'ultimo a segnare un -2% sull'anno precedente). Benetton vent'anni fa marchiava di sé il trevigiano (squadre di basket e volley esibite come gioielli di famiglia), oggi pensa globale e sposta i suoi investimenti dal tessile alle concessioni che assicurano rendita: prossimo investimento, 12 miliardi per gli aeroporti, con relativa guerra delle tariffe. Una precisa concezione dello «sviluppo». Di Benetton, naturalmente ce ne è uno, ma il caso è sintomatico e l'illustre esempio fa scuola. Grandi e piccoli ne traggono ispirazione, aggiornando le vecchie abitudini di chi ha i piedi ben piantati sulla terra e la considera un suo bene. Da sfruttare il più possibile e «in proprio». Così si è passati dal dilagare di capannoni industriali a quello delle speculazioni più fantasiose, protagonisti gli stessi che trent'anni fa hanno cementificato mezzo Veneto e oggi continuano a farlo, dirottando sulla rendita tutto ciò che hanno ricavato dal manifatturiero. Perché se c'è un'ispirazione che è stata abbandonata è quella industriale - per molti ormai troppo faticosa e poco remunerativa. Perché gli «schei» (veri o virtuali) si possono fare più comodamente da novelli rentiers e senza il rischio d'impresa. Costruendo una nuova rete: non più un distretto industriale ma un intreccio di relazioni - palesi e occulte - tra economia, politica e malaffare.
venerdì 13 luglio 2012
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